----- Original Message -----

From: Francesca

To: confid@confidenzialmente.com

Sent: Thursday, March 13, 2008 2:37 PM

Subject: mamma o non m'ama?

 

Il favoloso mondo di Amelie

Ciao Marzia, 

ho trovato il tuo sito per caso e mi è piaciuta la sensibilità e la profondità con la quale hai risposto a una lettera pubblicata.

Sarei lieta che mi rispondessi a questo indirizzo mail, poi se lo desideri, puoi anche pubblicare tuo sul sito.

Ti scrivo a proposito di una questione che sta offuscando la voglia di vivere che mi ha sempre caratterizzata.

 Ho 36 anni e sto da 10 col mio compagno di 38, lAmore della mia vita. Entrambi liberi professionisti con ego forti, formiamo una coppia passionale, piena di interessi, litigiosa ma complice: grande intesa sessuale e coccole, la nostra casa messa su insieme mattone su mattone, vita sociale appagante e viaggi ai confini del mondo vicini nelle cose serie e facete di ogni giorno.

Ma ogni favola ha un "MA". Il nostro "MA" è la sua richiesta di avere figli, che non coincide col mio desiderio.

Io non ho mai pensato a diventare madre. Forse "per colpa" di un'infanzia infelice, che non ho voglia di ripercorrere né di rinventare. Ma è una "colpa" non desiderare figli?! Chi mi conosce mi considera tuttaltro che fredda, anzi: un po come lAmelie nel suo Favoloso Mondo cerco di dispensare aiuto e calore dove posso, senza però dimenticarmi di me.

Fare un figlio mi farebbe mancare l'aria, sarei sovraccarica e alienata.. .o almeno così mi sembra. Ma con questi presupposti chi avrebbe cuore di rischiare?

Io e lui non ne avevamo mai parlato seriamente prima di vivere insieme. Da battute si capiva che io ero per il "no" e lui per il "sì", ma niente di preoccupante da temere che non ci saremmo messi d'accordo... spesso ho visto lui così insofferente alla vista di bambini, così amante della libertà, così egocentrico... che non l'avrei mai immaginato "padre a tutti i costi"! E nel frattempo di me pensavo: "chissà se con la convivenza mi suonerà quel campanellino sconosciuto.."

Un anno fa, appena andati a vivere insieme, lui "esplode" con la richiesta di avere figli (dicendo che questo desiderio gliel'aveva fatto venire l'amore per me, perché prima non si pensava mai padre!), prima entusiasta, poi imperioso... e poi intransigente a vedermi rabbuiata, dicendo: "senza figli non ci evolveremo, arriveremo a un vicolo cieco. E allora vatti a cercare il senso materno, da qualche parte ce l'avrai pure tu!". 

Io sgomenta rispondo che non mi sento portata, che non ho mai avuto quel "richiamo" a mio parere indispensabile.. oppure che forse non sono ancora pronta, ma possibile alla mia età?! Non ho mai creduto nella famiglia, come potermi "convertire" ora in qualcosa che non ha mai fatto parte di me?

Credo solo nell'Amore riscelto ogni giorno, cosa già difficile tra due persone tra tutte le sfide quotidiane. E tra noi è un tale miracolo che non lo vorrei rovinare con lavvento di un "intruso" che ribalti ogni equilibrio. Un intruso inerme e bisognoso che non ha chiesto di venire al mondo, e che DEVE essere amato a prescindere da com'è.

Vedendolo sconvolto gli ho promesso che sarei andata a cercare il senso materno"... forse finora la vita non mi aveva messa alla prova in questa direzione! Ho detto che avrei fatto questo solo per lui (perché io di mio starei benissimo), per un suo diritto almeno di sapere di più ma non gli ho dato garanzie di riuscita: mai avrei snaturato me stessa e procreato controvoglia per "non perderlo"... talmente annientata e spenta l'avrei perso comunque. Nel caso, invece, avessi raggiunto una sorta di "illuminazione" sarebbe stato SI'. Per fugare ogni dubbio gli ho specificato che il problema non era lui: non avrei fatto questo figlio con nessun altro, per niente al mondo.

Così è iniziato il Calvario: un anno di discorsi con amici e conoscenti sia genitori, che in coppia, che single, sia felici che infelici; osservazioni di famiglie ai giardinetti, nei centri commerciali, per strada; stimoli da internet, tv, letture, discorsi di tutti i giorni; psicoterapia che ho iniziato a questo proposito. Solo nei pochi momenti di relax da questo pensiero, mi sembrava di respirare e di poter trovare, di nuovo, bella la vita.

Al notare che questa "purga" mi faceva non solo rafforzare la mia mancanza di "vocazione" ma anche acuire angosce su parto, svezzamento, perdita di identità, ho cominciato a provare sia sensi di colpa verso il mio compagno al pensare di togliergli una cosa importante, sia una forte rabbia a sentirmi pressata come se i figli fossero diventati da un giorno allaltro la "conditio si ne qua non" e io non valessi più ai suoi occhi come "donna completa".

Nella mia vita, individuale e di coppia, si è prodotto uno scollamento: da una parte le sempre tante cose belle insieme, i momenti allegri e tristi condivisi, un altro splendido viaggio, lavoro soddisfacente, amici. Dall'altra il Problemone sottopelle come una "spada di Damocle" dentro di me e in forma di lite ciclica tra noi... culminante ogni volta nel tiro alla fune figli sì-figli no.

Nella nostra coppia il sano vecchio dialogo funziona poco: lui è schivo e pragmatico, e quando un discorso diventa discussione si mette nel guscio e tace (o peggio alza il volume di radio o tv!). Io invece, amante del dibattito, parlo e appena vedo lui entrare nella corazza incalzo... è allora che tutto degenera! Per questo negli anni abbiamo imparato che il nostro rapporto funziona meglio dal lato "fisico": sguardi, gesti, presenze e assenze sono tra noi eloquenti più di ogni parola.

Vorrei vedere una fine a questo incubo, a questa aspettativa che lui ha su di me come se non stessimo già bene, come se solo l'ora della menopausa potesse decidere il verdetto e lui, nel caso io non arrivassi alla sua "illuminazione" mi potrebbe gettare via come un latte scaduto.

La terapia non basta, è come se girassi in tondo: di fuori sono io, ma dentro l'ingenuità e l'entusiasmo che avevo sono coperti da disillusione, che come una nuvola opaca nei momenti peggiori mi suscita anche pensieri depressi e mortiferi, mai avuti prima. Il solo fatto che sto scrivendo a te significa che ho bisogno di confrontarmi, di capire cosa sta succedendo nella nostra coppia.

Il suo desiderio "nuovo" e individuale, pur legittimo e grande che sia, può essersi fatto largo a gomitate ignorando la mia volontà?  E questo desiderio può perseverare a oltranza in una coppia dove io ho fatto il possibile ma non posso esaudire?

Può questo problema "virtuale" contaminare la nostra vita "reale" così piena e profonda? 

Potrà lui rinunciare a un amore che c'è (me) per cercare, e rischiare di non trovare comunque, un amore che non c'è" (il figlio)?

Lui dice che vuole un bimbo "da me, solo da me", e poi rischia di perdere… proprio me?!

Una proposta, in genere, considerata d'amore per antonomasia… la sento su di me come espressione di violenza psicologica. E a sentire lui, la vera aguzzina sono io, a negargli una cosa tanto nobile. Chi sta facendo davvero male all'altro? Io gli ho sempre dato tutto, e ora gli darei anche la luna... ma un figlio, fatto con lo spirito di andare al patibolo, NO.

Abbiamo anche provato a separarci ma non siamo riusciti a stare lontani più di una sola notte! Psicoterapie di coppia non ne vogliamo fare, non ne abbiamo una buona opinione. E quindi stiamo impantanati...

Scusa la lungaggine ma non sono riuscita a sintetizzare.

 Con tanta stima

 

Cara Francesca,

ricordo Amelie e il suo Favoloso Mondo. Una sorta di isola magica protettiva a difesa o rimozione della sofferenza che nascondeva in sé. Il suo dare amore a tutti era anche gridare la sua richiesta di amore. Amelie era vulnerabilissima e molto fragile, sotto l’apparente vitalità.

Non so quindi se davvero tu sia come Amelie. Perché il tuo rifiuto alla maternità non è lo scrupolo che alcuni hanno, e posso capire, di mettere una nuova creatura innocente in un mondo che sbrana gl’innocenti. Potrebbe, quella, perfino essere considerata una scelta altruista, contrapposto all’egoismo di chi un figlio lo vuole a tutti i costi senza curarsi delle problematiche cui andrà incontro. A tale proposito, ti cito il caso di una mia carissima amica che ha preferito adottare un bimbo, già destinato a una vita incerta e molto difficile, piuttosto che partorire un figlio proprio e metterlo nella condizione di rischiare l’incerto. Al primo ha offerto la speranza, forse la salvezza, mentre non ha voluto destinare, il secondo, per scelta obbligata, all’incertezza. La stimo una donna molto determinata e consapevole.

Tu, piuttosto, rifiuti la maternità in quanto tale, per difendere te stessa dall’intruso che DEVE (l’amore non è mai un dovere), ma che tu non riusciresti ad amare, perché solo elemento di disturbo nel tuo percorso di vita già tracciato. Non dimentichiamo che l’amore non è un dovere, semplicemente è.

La mia non vuole essere una critica, ma soltanto mettere a fuoco il senso essenziale della tua mail. In fondo, se ti senti negata e incapace di amare un ipotetico figlio, è giusto, anzi doveroso, che tu rifiuti la maternità: saresti una pessima madre. Il tuo rifiuto è quindi una prova di onestà.

C’è da chiedersi cosa si nasconda nel profondo del tuo animo. Quanta sofferenza nell’infanzia, quanta delusione, quanta assenza di amore. E quindi il timore-terrore di rivalerti su una creatura innocente, scaricandole la tua idiosincrasia, nel timore di essere geneticamente predisposta al disamore materno. Solo una mia ipotesi. Se valida, tutta la mia comprensione per te. Viceversa, avrei qualche riserva.

Dall’altra parte, c’è un uomo che, invece, un figlio lo desidera e da te, che lo considera il coronamento di una amore, perché, guarda caso, i figli sono il frutto e la completezza di un rapporto, quando ci si ama nel senso più completo del concetto.

Tu, invece, valuti la sua richiesta come una pretesa , il contrario dell’amore, perfino una dimostrazione di egoismo. Così come , altrettanto, lui giudicherŕ il tuo rifiuto, se non nell’immediato, di certo a breve.

Non credo, sai, che le ragioni dell’uno possano prevalere su quelle dell’altro. Per quanto non riusciate a separarvi nemmeno per una notte, il vostro amore è predisposto alla disillusione, sia pure in termini diversi, per lui e per te. Ci saranno dubbi che, a un certo punto, si faranno sempre più martellanti. A ciascuno, le risposte sembreranno più valide le proprie.

Amelie, per amore, avrebbe lasciato libero il suo uomo di realizzare l’unica reale eternità che sia stata concessa all’essere vivente, da che mondo è mondo. Libertà di innamorarsi di un’altra donna, capace di desiderare un figlio con lui. Amelie non aveva paura di amare.

Con simpatia, Marzia

Marzia risponde