Lettera di Michela Castello dalla corrispondenza privata di Marzia

Il respiro di Eluana

Eluana stanotte è stata prelevata dalla casa di cura di Lecco e trasportata in una clinica di Udine, verrà idratato sempre di meno, fino alla sospensione totale dell'idratazione e fino a quando si asciugherà e seccherà del tutto, provocando la morte assurda di un essere umano. Eluana Englaro morirà a fuoco lento, di fame, di
sete e di stenti. Per volontà di chi lo pretende, solo perché, in un momento di disperazione, poco più che adolescente, lei aveva detto che, piuttosto che finire nello stesso stato vegetativo in cui erano ridotti due suoi amici, sarebbe stato meglio morire. Senza però esprimere questo suo desiderio, mettendo nero su bianco. Eppure, hanno deciso di ucciderla. Perché di un omicidio si tratta. Tutto perché in Italia non esiste una legge sul testamento biologico che regola queste questioni. Eluana Englaro, come Terry Schiavo, sarà soppressa, perché di eutanasia si tratta, dalla follia di chi crede di poter disporre della vita degli altri e di decidere quando e come porvi fine.
Dicono che non soffrirà e non si accorgerà di niente. Ma sarà vero?
L'attività cardiaca e quella respiratoria di Eluana sono perfettamente funzionanti e lei non vive attaccata a nessuna macchina. Viene solo nutrita artificialmente da un sondino. Siamo veramente sicuri che lei non soffrirà atrocemente? Ma, soprattutto, è giusto porre fine alla sua esistenza? Che diritto abbiamo noi di sopprimere un essere umano? Chi siamo noi? Sono indignata, disperata, sgomenta ed amareggiata. Farla morire addirittura di fame  e di sete, è crudele, demoniaco, indegno di un paese e di una società civile! Spero che il padre di Eluana e il medico che la sopprimerà, ammesso
che abbiano ancora una coscienza, non abbiano mai più pace e si consumino a fuoco lento come le candele per i sensi di colpa!

Penso che potremmo continuare a discuterne all'infinito, ma non arriveremmo mai a niente. Una persona, in un momento di disperazione, può dire tante cose. Ma dal dire al fare c'è una bella differenza. Un conto è affermare che Eluana, un giorno, quando era in piena salute, disse: "Piuttosto che fare la fine dei miei amici, preferisco morire", un altro è prendere queste sue parole, mai messe nero su bianco quindi suscettibili di ripensamenti, come oro colato ed applicarle alla lettera. Stiamoci molto attenti. Se questo caso costituisse un precedente, ne vedremmo davvero delle belle ed assisteremmo ad un'escalation di eutanasie perpetrate nei confronti magari prima di coloro che sono in stato vegetativo, poi dei malati terminali, poi dei disabili mentali, poi di quelli fisici perché non producono e costano allo Stato.... Tutto ciò mi spaventa alquanto e spero che si arrivi ben presto ad una legge fatta come
si deve, che regoli questa spinosissima questione.

Stasera al TG1 hanno intervistato la suora che si è presa cura di Eluana Englaro in questi ultimi 15 anni. Nell'udire le sue parole mi si lacerava il cuore. Prima la suora si è rivolta direttamente ad Eluana, dicendole parole di conforto e di coraggio, invitandola ad essere serena e a non avere paura perché presto sarà accolta tra le braccia del Padre Celeste. Poi, cosa ancora più straziante, quando la suora si è rivolta alle persone che compongono lo staff medico che accompagneranno Eluana nell'ultimo viaggio,
ha detto loro: "....Ascoltate il suo respiro!" Quelle parole si commentano da sole.
"Ascoltate il suo respiro" voi che porrete fine alla sua vita. Ascoltatelo fino all'ultimo, quando, grazie a voi, esso cesserà del tutto. Ascoltate bene il respiro di un essere umano fatto di carne ed ossa che ben presto morirà per mano vostra e spero che esso vi rimanga impresso nella memoria e nella coscienza, ammesso che ne abbiate ancora una,fino al resto dei vostri giorni, turbando ogni attimo della vostra vita e dei vostri sogni.

Michela Castello

Febbraio 2008

Risposta a Michela

 

Cara Michela,

condivido in gran parte la tua posizione e i tuoi pensieri, meno le previsioni catastrofiche future come conseguenza di un intervento di eutanasia su Eluana.

Eutanasia per modo di dire, perché imporre una morte lenta, è un intervento che non ha termini per definirlo. Capirei, semmai, una morte rapida e indolore, se condividessi il concetto di eutanasia. Ho scritto in passato a questo proposito, nella sezione di attualità della rubrica "Parliamone" di questo stesso sito web. A parte la premessa, come te, considero che non esista alcuna prova che si agisca dietro volontà di Eluana, soltanto una dichiarazione verbale, parole che chiunque, al posto suo, in quel momento, avrebbe pronunciato.

Tuttavia trovo anche doloroso, forse egoistico e crudele, che si deleghi un proprio familiare ad una tale decisione, al posto proprio, ponendo fine alla vita di una persona cara, lasciandogli, per sempre, un macigno sopra al cuore. Nel caso di Eluana, invece, è proprio il padre che chiede venga posta fine alla sua vita, basandosi su vere o presunte parole. Così come, molto peggio, per Terry Schiavo, fu il marito, indotto, forse, dai propri interessi di comodo, economici e altro, nonostante il dolore dei genitori di lei che si opponevano. Ricordo l’orrore e la disperazione nello sguardo di Terry agonizzante, ma leggervi fu di pochi.

Contraria come sono alla pena di morte, anche per criminali della peggior specie, non mi pare che una qualche Nazione, arrivi ad eseguire, per disposizione legittima di un qualche Tribunale, la condanna a morte per sfinimento, disidratazione e mancato nutrimento. E, infatti, più che della decisione di porre fine alla vita della Englaro (che non è una criminale), si discute il metodo disumano.

Come vedi, sto dalla parte tua, eppure…

Eppure mi colpisce la mail di un’altra persona che ti rema contro e che non sono autorizzata a pubblicare, ma che potrò sintetizzare con le mie parole. Si tratta di un operatore volontario che in passato ha lavorato in una casa di riposo (o lager?) dedicandovi alcun ore del proprio generoso tempo. Egli descrive le condizioni disastrose in cui si trovavano i ricoverati. Per quanto lo riguarda, in sole tre ore, era tenuto a ripulire ben trenta degenti dai loro escrementi, nei quali erano lasciati putrefare.

Racconta del cibo lasciato sul comodino di chi non era in grado di portarlo alla bocca e poi ritirato, intatto, al ritorno, dai vari addetti ai lavori, con indifferenza. Non credo sia fantasia, se mi viene da pensare che quel degente abbia fatto la fine destinata, oggi, a Eluana. Tuttavia, osservando i fatti da diverse angolazioni, com’è il mio solito, mi domando, come si possa sostenere la vista di una persona cara in quello stato di degradazione e abbandono, senza esserne straziato e voler intervenire.

Torniamo alla tragica testimonianza. Chi mi scrive rammenta un ricoverato senza gambe né braccia, ma in tutto cosciente, che piangeva di continuo, supplicando chiunque di porre fine a quella sua non-vita. A questo punto, chi mi scrive si domanda, se mai vorremmo, noi stessi, trovarci nelle condizioni descritte. Da persone lucide, oggi, accetteremmo l’ipotesi di una situazione simile senza voler porvi fine? In piena coscienza, io no. Ma chi vorrei delegare a quel compito ingrato? Nessuno.

L’ideale sarebbe, io penso, essere lucidi, qualche momento prima, quel tanto che basta ad agire in prima persona, senza scaricare sensi atroci di colpa su altri. Ma si tratta di opinione del tutto personale e, probabilmente, di rado applicabile.

Grazie, Michela, di avermi proposta la pubblicazione della tua mail, firmandola. Ti abbraccio.

Marzia Plumeri

Marzia risponde