From: Cinzia
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Thursday, December 24, 2009 2:39 PMTo: confid@confidenzialmente.com
Subject: stelle vere di natale e alberi di plastica
Sindrome da "normalità"
Cara Marzia
ti scrivo perché mi serve un parere esterno su qualcosa che mi sta succedendo.
Io ci sono impigliata come in un gomitolo e non capisco. Vivo da sola ed ho un ragazzo da due anni, equilibrato e intelligente. Anche lui vive da solo.
Sto benissimo a casa mia e lui spesso è a casa mia. Si parla di convivere in un'altra casa, ma io continuo a rimandare.
Due anni fa, in poco tempo ho raggiunto tutti i miei obiettivi: il lavoro che mi piaceva con un buon contratto, una casa tutta mia e un ragazzo che mi volesse bene. Nonostante ciò ogni giorno mi sveglio più apatica. Neanche triste. Apatica. Non sono felice. Ero più felice prima quando tutto poteva succedere e nulla era ancora successo.
Per questo voglio cercare secondi lavori perché l'ambiente in cui lavoro non mi soddisfa. Non è facile avere stimoli da quel posto, ma lavoro 40 ore alla settimana e non so se usare l'energia rimasta per lavorare ancora.
La storia con questo ragazzo è iniziata per tutti e due in un periodo simile. Credo che quello fu il momento in cui mi accorsi di voler avere vicino una persona affidabile, seria e gentile.Ci vogliamo bene e abbiamo un'idea del mondo e dei valori simili. C'è un modo d'essere simile, leggiamo tutti e due un sacco di libri e ci piace andare al cinema. Ma a me tutto ciò interessa abbastanza, a lui molto. A me piacciono anche altre cose che a lui non interessano.
Sembra che da questa situazione chi va a fondo sia soltanto io. Non sto bene. Né fisicamente né mentalmente. Oltre a sentirmi meno attiva di prima (prima ero una trottola, uscivo di mattina tornavo di sera dopo cena, avevo tanti amici, tanti lavori diversi e tanti hobby) ho delle stupide paure-paranoie.
Ho avuto anche una repulsione per sua mamma. Non so perché ma mi veniva una sorta di nervoso quando la vedevo, perché mi trattava come una della famiglia, togliendomi il privilegio di pensarci ancora un po' e di tenermi un po' distante.
Da quando è morto suo padre ed è morta inaspettatamente la madre di una mia amica (nel giro di due settimane) mi sono sentita malissimo, ogni momento mi sentivo di poter morire. Ho fatto un sacco di analisi mediche per ogni stupido problema. Di notte credevo di avere un infarto. Ho smesso di colpo di fumare, ho smesso di mangiare fritture e cibi confezionati. Gli esami del sangue dicono che ho il colesterolo perfetto. Ora non bevo mai super alcolici, ho paura per la mia salute e vado a dormire presto.
Credo sia un brutto segno questa paura improvvisa, io me ne accorgo e mi prendo in giro da sola. Ho comprato anche una brocca per depurare l'acqua e sono molto preoccupata per i danni provocati dallo smog. Se non mi sentissi ridicola uscirei con una mascherina. Mi sforzo per non andare a fondo. Esco senza voglia, vado a divertirmi perché devo farlo, ma starei volentieri in casa tutto il giorno.
[…]
Io vorrei stare di più con i miei amici perché vorrei viaggiare di più e fare tutte quelle cose che lui non ha voglia di fare. Mi sento molto sola per questo. Mi sembra di buttare via il tempo. A volte vorrei prendere un treno da sola. Penso: ma io che scema, mica ho bisogno degli altri. Posso andare dove voglio. L'altro giorno ero in vacanza e avevo tutto il giorno libero. Lui era come al solito impegnato nelle sue cose. Mi sento come se non avessi anche io cose mie da fare. Mi sono messa a dipingere. Ma io volevo andare a fare un viaggio in giornata. Andare da sola a Genova mi faceva sentire ancora più sola. Vorrei andare via tutte le vacanze, ma lui non può mai. Dice "vediamo" tira per le lunghe, lascia che sia io a programmare tutto e poi svogliatamente mi dice : " ma che cosa c'è da fare in quel posto?" io invece mi sposterei a prescindere. C'è sempre qualcosa da scoprire nei posti nuovi e poi ho bisogno di cambiare aria. Allora mi passa la voglia, mi sembra di tirare una catena con un grosso peso, allora sto anche io a casa.
Cerco di perdere tempo a non fare nulla, poi un po' mi sento meglio perché è finita la giornata, un po' mi sento in colpa perché l'ho persa, la giornata.
Prima avevo un'amica con cui viaggiavo e uscivo di sera. Mi divertivo più con lei che con lui. Erano viaggi in cui si cerca una verità, viaggi che ti rimangono dentro e ti fanno crescere. I viaggi da tour con la guida non mi piacciono, non mi hanno mai formata molto. Non mi muovo per divertirmi, ma per imparare.
Ora lei non ha più tempo come prima e io mi sento molto sola, sto cercando di recuperare il rapporto con i miei amici e va meglio. Ma gli amici non possono riempire il vuoto che sento.
[…]
Ma questi sono i problemi minori. Il problema più grande è che non facciamo l'amore quasi mai. Una volta ogni mese e mezzo.
[…]
Credo di essere stata di carattere troppo generosa, in passato. Sono un'ottima amica. Per un amico darei un rene. Con lui mi contengo. Non voglio dare troppo, come se dovessi proteggermi. Già mi sembra di andare a fondo parecchio. Non voglio sbilanciarmi. Cerco di ritrovare me stessa e il mio spazio. Non so che meccanismi psicologi attuo, ma non mi sta piacendo per niente sentirmi così. Quando vedo gli altri che stanno insieme sono invidiosa. Che strano. Mi sembra di guardarli con gli occhi di chi è sola da molto tempo. Mi sento una zitella sola.
[…]
Tutti dicono che i loro rapporti vanno meravigliosamente. Qualche piccolo problema, dicono. "ma siamo innamorati!!" io non uso questa parola da secoli. "Amore, ti amo, innamorati." Che scemenze.
Mi vengono in mente quei cuori di san Valentino e quelle facce da ebeti. Anche io ho avuto la faccia da ebete a volte. Ma non per lui.
La faccia da ebete non la voglio più avere. E' finita sempre male. Mi piace andare su un'altra dimensione, ai confini della realtà.
Mi ricordo ore a parlare in macchina con un mio amico. Dio, che calamita. C'era qualcosa che ci faceva volare, qualcosa che però era pericoloso. Mi sembrava di poter fare qualsiasi cosa. Che bello sentirsi liberi insieme a qualcun altro. Ma quello non credo sia amore. Non so dire cos'è. Una follia bellissima che dura poco, con chi deve andarsene via. Con chi non può restare a lungo con te. Forse quella è passione?
Questo con lui invece è l'amore?
Vedo le coppie di anziani per strada.
Mi sembrano simili a noi. C'è quella fratellanza che abbiamo noi. Una rassegnazione forse. Scegliere una persona che ti accompagna lungo la vita. Qualcuno che non se ne va. Una famiglia che non hai mai avuto. Che non ho mai avuto. Ma la voglio veramente una famiglia? Oppure voglio la passione? Non è possibile avere tutte e due? Sarebbe bello. Come se dovessi scegliere. O uno o l'altro.
Gli altri mentono? Sono contenti del loro amore che a me sembra mediocre.
La follia devastatrice l'hanno provata? Forse no. Sono così sereni.
Credo che se avessero quello che ho io direbbero: "Va meravigliosamente! Anzi di più!"
Anche per il mio ragazzo va meravigliosamente. Per me invece è orribile.
Non rimpiango neanche la passione. Stavo male. Una furia che mi mangiava il cervello. Non era amore. Non era sano.
Era entrare in una dimensione parallela. Una specie di droga. Le canzoni diventavano fortissime. Come emozionavano. Ogni cosa era importantissima.
Un gesto, una frase. E io ero veramente ebete.
Ora sono insoddisfatta. Mi strattono libera la mia libertà. Mi sembra di perderla. Per questo divento antipatica.
Non voglio però stare sola. Quella parte del rapporto che mi fa stare serena non voglio perderla. Mi sentirei ancora più vuota. Ho un bicchiere mezzo vuoto-mezzo pieno.
Non ho voglia di gettar via il mezzo pieno, ma il mezzo vuoto i rende infelice.
Potrebbe cambiare tutto e migliorare la situazione? Lui sta bene così. Non riesco a capire. Forse sono io che voglio troppo.
Tutti gli altri dicono "meravigliosamente" per qualcosa che per me è "troppo poco?"
Loro hanno avuto una o due storie serie. Io ero sempre alla ricerca di qualcosa di più.
Sono io inappagabile?
Pensare di rimanere incinta mi aumenta l'ipocondria.
Mi immagino i dolori del parto come insuperabili. Credo che il mio corpo non sia capace di sostenerli e il cuore potrebbe cedere.
La parola placenta mi fa venire le vertigini. I pancioni delle mie amiche mi mettono l'ansia. Le mamme incinte mi sembrano gravemente malate e incredibilmente coraggiose. L'ospedale, i dottori, il taglio che devono farti mentre stai partorendo. Mi sento veramente male solo al pensiero. Come mai?
C'è qualcosa in me che non va? E' un riflesso del rapporto con lui o sono io il problema?
Io lavoro con i bambini. Sono un'insegnante equilibrata e umana. Dicono.
Credo di essere brava nel mio lavoro. Mi piacciono i bambini e vorrei averne. Mi immagino con dei bambini delle elementari. Sarei una brava mamma, né troppo severa né troppo permissiva. So bene i danni che fanno i genitori incapaci, vedo i miei alunni. So anche la responsabilità che comportano. Lo vedo tutti i giorni.
Mi piacerebbe lui come padre. E' intelligente, equilibrato, sensibile.
Ma al pensiero del parto, del neonato, del latte materno, mi viene un malessere e mi sento incapace, mi fa impressione. Non tenerezza. So che non è normale e per non fare danni a povere creature innocenti non posso mettere al mondo nessuno prima di aver risolto questi problemi.
Per lui è tutto tranquillo. Quando gli parlo di queste cose non gli dà troppo peso. Gli andrebbe bene avere dei figli, ma non me lo chiede. Non so se perché capisce la situazione o se non è per lui indispensabile. Forse è qualcosa di cui parleremo in futuro. Io vorrei sapere cosa mi sta succedendo e poi agire di conseguenza.
Molti mi dicono che non sono innamorata.
Io rido. In realtà credo che neanche loro sappiano cosa vuol dire innamorato.
Forse si accontentano. Forse è la società che è basata sul matrimonio e sulla religione.
Per me la religione è un bluff. Di questo ne sono sicura.
Ultimamente sto cominciando a credere che la parola "amore" con tutti quei cuoricini rossi e argentati che attaccano nei negozi e quelle pubblicità di famiglie perfette siano un po' dei falsi valori che la gente copia come le signore ricche che vanno in chiesa con le pellicce e danno una monetina ai poveri.
All'amore ho dato molte chanche. Cercavo qualcosa che fosse autenticamente vero.
Ora non so più cosa credere. Forse è questo che ho e non me ne sono accorta.
Forse penso troppo. Mi sembra che gli altri si facciano meno problemi. Li vedo che fanno le cose che fanno tutti, senza dare un taglio personale alle proprie cose.
Li vedo in questi giorni di Natale e tutti sembrano avere famiglie perfette che luccicano sotto alberi di natale scintillanti.
Mi avvicino a quegli alberi e li tocco: sono di plastica, non ve ne siete accorti?
BUON NATALE MARZIA senza troppi nastri di plastica! Te lo auguro di legno e pietra con dolci fatti in casa e stelle non artificiali. Stelle vere, tutte quelle che vedi in cielo.
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Cara Cinzia.
La tua lettera è lunghissima e sono costretta a selezionare le parti più significative, voglio precisarti però che l’ho apprezzata per l’intensità espositiva. In certi tratti è davvero molto intensa. Meriterebbe una collocazione nella sezione di narrativa, sia pure con qualche ritocco. Il contenuto esprime un malessere da insoddisfazione che è comune a molti ma non tutti saprebbero o vorrebbero ammetterlo. Si potrebbe definire "sindrome da normalità".
Nel tuo caso il susseguirsi delle giornate è diventato monotonia, quasi un’imposizione ad essere quella che non ti senti di essere: una donna che s’accontenta, che si adagia nella quotidianità. Viceversa, tu vorresti rinnovarti, ritrovare l’ansia delle attese e dei progetti da realizzare. Perfino ti proporresti di cercare un lavoro diverso, in un periodo in cui il lavoro non si trova e chi lo ha se lo tiene caro. Preferiresti l’ansia dell’insicurezza, quella che stimola palpitazione e adrenalina, rimpiangi il tempo dell’incertezza.
Oggi ti senti invecchiata precocemente, già ti confronti con le coppie di anziani che ancora si vogliono bene ma non hanno più aspettative né slanci di passione. Col tuo uomo mancano le emozioni, i rapporti intimi sono rari: appunto, come quelli di due vecchi coniugi. Probabilmente questo spiega perché, ostinatamente, resti legata alla "tua" casa, non vorresti mai prendere casa con lui.
Racconti che lo "hai scelto" per avere accanto un uomo affidabile e sincero, come molti altri in passato non lo erano stati. Non dici mai di averlo amato o di amarlo. E, infatti non lo ami, ma non vuoi ammetterlo neanche con te stessa perché sarebbe come accettare una sconfitta. Scarichi la tua insoddisfazione su sua madre e la detesti perché ti considera già come di famiglia e tu escludi il concetto di famiglia.
Ecco che risulti una ribelle, una persona che si lascia una porta aperta o un possibile via di fuga. Chissà che questo non sia un atteggiamento piuttosto che una convinzione, come se, assecondando un certo tipo di consuetudine rischiassi di restarne invischiata. Per la verità tu hai paura di non saper distinguerti dagli altri, di non essere come vorresti, senza considerare che l’apparire non coincide con l’essere.
Alla fine, ti perdi e non riconosci più te stessa e ti disperdi e ti crogioli nel pessimismo dietro il quale ti nascondi.
Nella parte centrale della tua lettera i guizzi di ribellione si spengono e ti dimostri del tutto diversa. Oppure le tue contraddizioni vogliono solo confondere te stessa? Risulti depressa e rassegnata, addirittura ipocondriaca.
Fai vita da reclusa, dieta salutistica, sospetti virus e batteri in ogni angolo. La prospettiva di una gravidanza ti spaventa e i pancioni delle amiche ti procurano ansia. La prospettiva del parto ti terrorizza…
Poco dopo ti contraddici e affermi che vorresti un bambino e sei certa che saresti un’ottima madre. Non so da dove nasca questa convinzione, vista la premessa precedente. Vorresti che il tuo fidanzato fosse il padre di un eventuale figlio, vedi in lui il prototipo ideale della figura paterna, ma… da cosa lo deduci? Si suppone che i figli nascano dall’amore e dal desiderio e che questo amore si estenda ai figli, li avvolga e si protragga fino all’età adulta, indipendentemente dal rapporto coniugale. I bambini ti piacciono, affermi, infatti spieghi che lavori con i bambini. Ma… non avevi precisato nella prima parte della mail che detesti il tuo lavoro sempre uguale e che cerchi lavori alternativi? E come si concilia il desiderio di un figlio con l’idiosincrasia per la gravidanza, il parto, la repulsione per la"suocera" (mettiamoci anche leipotenziale nonna del bambino), la tua negazione del concetto di amore?
C’è qualcosa che non convince, sei davvero molto confusa, forse il tuo divagare ha lo scopo di nascondere la vera causa della tua insoddisfazione. Il tuo uomo ti ascolta, ma non dà troppo peso alle tue riflessioni e manifestazioni, probabilmente dà per scontato che la vostra relazione sia stabile e tu soltanto un po’ "estrosa", forse proprio il lato un po’ instabile del tuo carattere, volubile e sempre in agitazione, lo ha fatto innamorare. Sempre che, almeno lui, sia innamorato.
Io penso che dovresti reagire e vivere il giorno con più naturalezza, magari anche farti aiutare da una persona che sia veramente capace, non do molto credito agli psicologi, ma qualcuno veramente capace e competente esiste. Ti manca una figura importante di riferimento che sappia dimostrarti che l’amore (non soltanto di coppia) non è un’utopia, dandoti quella conferma che disperatamente cerchi, anche se non lo ammetti. È la mancanza d’amore che ti rende così scettica e t’incattivisce, che ti procura invidia. Invidia di che cosa, se non credi nell’amore?
Non lo ammetterai mai, ma sei fragile e la fatica maggiore è proprio quella di nascondere la tua fragilità.
Da "amica" posso solo suggerirti di lasciarti vivere, seconda la filosofia antica del "Carpe diem". Oppure quella suggerita dai versi Lorenzo il Magnifico: "… quant’è bella giovinezza che pur fugge tuttavia… del diman non v’è certezza…". Più o meno così, lo cito a memoria.
Nessuno ha la certezza del domani, oggi ci siamo ma domani? Vale per tutti. Non sei l’unica. Non sprecare la tua giovinezza e la tua intelligenza macerandoti in elucubrazioni mentali avvelenando il tuo presente. Negare l’amore non aiuta a vincere la sua mancanza. L’amore ti ha delusa, ma evviva la delusione piuttosto che non aver mai vissuto le sensazioni dell’amore. Come lo si riconosce? L’amore, semplicemente, è.
Non è detto che abbia manifestazioni eclatanti, soprattutto non genera dubbi o tormenti che lo rendono malato.
La vita, per breve che sia, va vissuta in armonia con gli altri e, prima ancora, con se stessi. Altrimenti, davvero, ti ritroverai vecchia senza aver mai vissuto.
Reagisci. Hai una bella intelligenza, usala in positivo
E sì, ci sono molti alberi di plastica. Ma come sai, ultimamente sono stati sconsigliati perché inquinano l’ambiente. Sono stati quindi riproposti, attivando nuovi vivai, alberi vivi "dal profumo di resina". A volte sopravvivono, se trapiantati. Non pensiamoci. Ci sono motivi molto più gravi che dovrebbero farci riflettere su quanto siamo fortunati rispetto a chi davvero non ha niente, nemmeno una vita da vivere.
Grazie per i tuoi auguri natalizi, molto poetici e graditi. Li ricambio augurandoti una maggior "leggerezza di vivere" per il 2010 e per gli anni che lo seguiranno.
Un abbraccio, Marzia