Il
paese senza lacrime
C’era
una volta un piccolo paese nascosto tra alte cime ghiacciate. Non era facile
arrivarvi: bisognava camminare e camminare, attraversare scure gole, torrenti
impetuosi, tremuli ponti di corde. Solamente in fondo, in fondo, là dove la
linea verde della terra si congiungeva a quella azzurra del cielo, là dove, di
notte, le stelle brillavano a migliaia nei prati scoscesi assieme alle stelle
alpine ed alle genziane, iniziava il paese senza lacrime.
Era
un posto così piccolo e sperduto che nessuna carta, nemmeno la più
particolareggiata, ne faceva menzione. In realtà neppure gli abitanti del paese
erano a conoscenza che, oltre le loro aguzze cime, ci fossero città e nazioni e
persone. Erano convinti che il mondo si fermasse lì, in quel loro paese dove il
cielo si stringeva alla terra in un amichevole abbraccio.
Il
paese senza lacrime era proprio piccino: una piazzetta acciottolata, affacciata
su un panorama di rocce chiazzate di verde ed una spruzzata di casette tutte
uguali ornate di gerani.
La
gente del paese senza lacrime non era, ad un primo sguardo, in nulla dissimile
da quella del resto del mondo: aveva due gambe, due braccia, due occhi, un naso
e perfino una bocca. Beh,qualcosa di differente in realtà si notava… Tutti,
sia gli uomini, sia le donne e perfino i bambini, avevano stampato sul viso
l’identica espressione di allegria. Non s’incontrava, neanche a cercarlo col
lanternino, un bimbo che piangesse per un capriccio o una vecchina cui si
scorgesse, tra le pieghe del viso, due labbra rivolte malinconicamente
all’ingiù. Tutti sfoggiavano aperti sorrisi e le viuzze echeggiavano di
risate.
Un
giorno un cacciatore, che s’apprestava a tornare a casa attraverso la foresta,
scorse, dove la boscaglia s’addensava umida e scura, una piccola forma.
Stupito s’avvicinò. Scostò qualche ramo e a bocca aperta contemplò
l’essere che giaceva nell’erba. Era un ragazzetto, non più bambino, ma non
ancora adolescente, con un cespuglio di capelli color buccia di castagna che
spioveva sugl’occhi larghi di paura.
“E,
tu chi sei?” gli chiese nella sua lingua gutturale.
Il
ragazzino si rattrappì su se stesso: sembrava una bestiola presa in trappola.
“Chi
sei, dunque?” domandò nuovamente il cacciatore, questa volta accompagnando le
parole con i gesti.
“Mi…
mi
chiamo Daniele” disse finalmente con una vocina da bambino piccolo.
“Da
dove vieni? Non ti ho mai visto qui” disse il cacciatore mentre tentava di far
alzare il ragazzo. Ma Daniele era proprio esausto e scivolò di nuovo
nell’erba.
Non
sapeva neanche lui come fosse arrivato in quel luogo. Ricordava solo di essersi
perso nel bosco, di avere corso e corso con ansia crescente. I piedi sempre più
stanchi inciampavano, frusciando, nel tappeto di foglie. Per giorni aveva
vagato, atterrito da ogni ombra oscura che occhieggiava dietro la scorza rugosa
degl’alberi. Il silenzio lo aveva avvolto denso, solo scheggiato dall’urlo
di qualche invisibile animale. Aveva avvertito su di sé le dita della morte
allungarsi, pronte a ghermirlo al primo segno di cedimento. Si era fatto forte
ed era andato avanti, con i piedi feriti, i vestiti strappati dai rovi, la
pancia vuota che gorgogliava, il cuore pesante d’angoscia.
Abbassò
le palpebre e chiuse fuori le sue paure. Era stanco, non poteva più lottare: si
consegnò al destino, qualunque cosa lo aspettasse.
Una
lieve carezza lo svegliò. Aprì gli occhi: la coscienza faticava a disegnare i
contorni delle cose. Alla fine mise a fuoco la figura di una ragazza. Era molto
carina: occhi come caramelle d’orzo e capelli come miele selvatico e un
piccolo naso all’insù. Ma ciò che più attirava l’attenzione era il suo
sorriso: illuminava, netto, senza ombre, tutto il volto. Non ne aveva mai
conosciuti di uguali.
Un
po’ a segni, un po’ a parole, si presentarono. La ragazza si chiamava
Caterina. A Daniele piacque subito.
Era
figlia del cacciatore che l’aveva trovato e ora abitavano insieme nella casina
bianca con i gerani rossi alle finestre.
Daniele
si rese conto ben presto della felicità che, come un dolce sciroppo, scorreva
per tutto il villaggio.” Ah, ah!” si sentiva echeggiare nelle case e per
strada i visi sembravano avere rubato la luminosità al sole. Probabilmente
l’aria che si respirava in quel luogo sperduto era impregnata di un’allegria
perenne e nessun abitante sfuggiva al misterioso influsso.
Il
tempo trascorse veloce tra quella gente che non conosceva tristezza. I giorni si
aggiunsero ai mesi e i mesi agl’anni.
Daniele
si fece un bel giovane: le ragazze del paese se lo segnavano col dito,
manifestando con risatine il loro apprezzamento. Daniele n’era lusingato, ma
anche infastidito. A lui interessava solo Caterina.
Un
giorno, mentre il tramonto ramato si stemperava nelle prime ombre notturne,
Daniele si recò alla cascata dietro il paese. L’acqua scivolava spumeggiante
lungo la gola verde di muschio; all’improvviso, quasi stregato da tutto quel
fragore, la sua mente si staccò dal corpo, volò lontano, fino alla casa dal
poggiolo di legno annerito dal sole e dagl’anni. Appoggiata alla balaustra
c’era una donna minuta con i capelli biondi un po’ scoloriti e gl’occhi
bagnati di lacrime.Scrutava nel vuoto in cerca di qualcuno.
“Sta
cercando me!” mormorò il ragazzo, quasi in sogno.
“Mamma…”
gridò, tendendo istintivamente le braccia. Il suo grido echeggiò, ampliato dai
dirupi, ma la mamma non poteva udirlo.
La
nostalgia per la madre gli rovinò addosso di colpo.
Avrebbe voluto dare sollievo all’angoscia che avvertiva nell’animo,
ma i suoi occhi rimasero asciutti e la bocca, come il solito, stirata in un
sorriso vuoto. Solo allora si rese conto che la sua allegria, come quella degli
altri abitanti del paese, era artificiale.
Staccandosi
a fatica dalla visione, alzò gli occhi verso le aguzze cime che foravano la
notte e pregò:
“
Chiunque tu sia, mago o strega, che hai gettato un incantesimo su questo paese:
io t’invoco! Rendi a me, e a questa gente, tutti i sentimenti del cuore. Come
possiamo apprezzare la gioia senza conoscere le altre emozioni? Solo ora mi
rendo conto che la nostra allegria è artificiale
Le
parole del ragazzo tagliarono come lame affilate l’aria bruna. La seta pesante
del cielo, punteggiata di stelle, ebbe un brivido e una voce non umana precipitò
dallo spazio:
“Piccolo
uomo temerario, come osi interpellare con tanta arroganza il dio del riso e del
pianto? Io donai a questo popolo una vita senza pene. Da allora è sempre
vissuto felice: perché vuoi insinuare il dubbio nei loro animi gioiosi?”
“
La gioia da sola, senza le altre emozioni dell’animo con cui confrontarsi, è
piatta, non ha spessore ”replicò Daniele “ E’ come uno strumento
monocorde in cui vibra in eterno un’unica nota. Non ha nulla d’umano.”
“
Sciocco ragazzo, non sai godere del privilegio che la sorte ti ha donato! ”
disse il dio del riso e del pianto. “ Scioglierò dal sortilegio te solo, ma
dovrai abbandonare il mio felice paese e ritornartene in dietro, nel mondo degli
uomini comuni. Tu mi hai chiesto di
ridarti tutti i sentimenti umani ed io ti accontenterò. Proverai la paura, la
solitudine, l’angoscia. ”
Restò
per qualche attimo solo l’eco di una risata, che si allontanò scivolando nel
vento.
“
Che succede, Daniele?”
Una
voce ben nota fece sobbalzare il ragazzo. Era la sua amica Caterina.
“Cosa
ci fai qui, al buio? Con chi parlavi?” Domandò curiosa.
Per
la prima volta, guardandola, Daniele sentì nel petto il cuore fremere come un
uccello.
“
Caty, vieni qua “ le sussurrò con una passione nuova. Tese le braccia per
stringerla a sé, ma urtò contro un invisibile ostacolo. Nuovamente l’aria fu
percorsa da un brivido e la voce divina calò dallo scuro velluto del cielo.
“Ricorda
le mie parole, ragazzo! Non potrai mai più avere contatti con questa gente:
ormai tu appartieni ad un altro mondo. Vattene o il mio castigo ti colpirà
terribile!”
I
due giovani con le mani poggiate sulla parete invisibile, vicini, ma divisi,
ascoltarono in silenzio le dure parole. Caterina aveva ancora stampato sul viso
il suo sorriso da bambola, ma gli occhi simili a caramelle d’orzo, persero per
qualche istante la loro lucentezza come se un velo fosse calato ad oscurarli.
Fu un attimo: lei apparteneva al paese felice e nessun altro sentimento poteva
scalfire la sua serenità.
“Scappiamo
insieme!” propose, mentre con le dita sottili seguiva, sulla parete
invisibile, i contorni del volto del ragazzo.
“
Com’è possibile?” replicò Daniele” “ Questo impalpabile ostacolo ti
separa da me!”
Volgendo
poi lo sguardo verso il cielo stellato, lanciò una richiesta:
“Dacci,
Signore del riso e del pianto, almeno una possibilità di riunirci. Ti
promettiamo che ci allontaneremo subito dalla terra su cui regni.”
“Quello
che mi chiedi è irrealizzabile”, rispose la voce rotolando nel silenzio della
notte. “A meno che…”
“A
meno che…” ripeté ansiosamente Daniele.
“
A meno che l’amore della tua ragazza sia così potente da sciogliere col suo
calore l’incantesimo che l’avvolge.”
Caterina
era confusa. Da alcuni anni lei e Daniele erano fidanzati: non bastava quel
legame per sciogliere l’incantesimo?
Leggendole
nel pensiero, il dio aggiunse:
“Io
ho donato al tuo popolo il riso eterno, ma vi ho reso immuni dalle emozioni
profonde che consumano come la fiamma consuma la candela.”
Nubi
gonfie di pioggia, trasportate dal vento, avevano ormai nascosto la volta
stellata. L’eco delle ultime parole sfumò confondendosi con un rombo lontano.
I
due ragazzi rimasero soli, avvolti dal silenzio della notte, finché le prime
gocce iniziarono a frusciare leggere nell’oscurità del bosco.
Essere
così vicino, sentire il respiro l’uno dell’altra e non potersi neppure
sfiorare era un terribile supplizio. La pioggia ora cadeva fitta, un velo
vibrante che scivolava sui loro corpi tesi.
“Non
potrò più stringerti tra le braccia! Cosa m’importa di stare in un mondo
dove tu non ci sarai?” disse Daniele e la sua voce era già come morta.
Caterina
stava rigida, immobile, le mani premute sull’invisibile ostacolo, i capelli
color miele selvatico gocciolanti. Ascoltava in silenzio le parole dell’amico
mentre quel “più” le rimbombava nelle orecchie come un’esplosione.
“Mi
ritirerò nel bosco e lascerò che la vita si spenga lentamente in me. Prima
voglio però accarezzare un’ultima volta il tuo dolce viso.”
Con
tenerezza sfiorò il volto di Caterina, dietro la parete d’aria.
Vide
le sue labbra tremare.
“Che
cosa intendi dire, Daniele? Non ho capito bene il tuo discorso.”
“Hai
capito benissimo! “
“No!”
esclamò la ragazza.
Il
suono della voce fu come una freccia di fuoco scoccata nell’umidità della
notte. Inutilmente tentò di aggrapparsi alle braccia di Daniele, le sue dita
scivolarono sul nulla che li separava.
Aveva
smesso di piovere e un chiarore lattiginoso s’andava spandendo nel cielo. Si
portò una mano sugl’occhi: li sentiva bruciare come fuoco.
“
Daniele, guarda” sussurrò
La
notte era ancora scura, ma un leggero chiarore le illuminava il viso e gli occhi
lucidi.
“Ma
tu, tu… stai piangendo!” esclamò.
Istintivamente
Daniele la circondò con le braccia. Increduli avvertirono il calore l’uno
dell’altra: nessuna barriera più li divideva. L’incantesimo era infranto!
Fu
allora che dentro Caterina qualcosa accadde. Sentì il sangue accelerare nelle
vene e il cuore impazzire nel petto. Il tempo arrestò il suo corso, gli attimi
persero i loro rigidi confini. Un’emozione, intensa e dolce, quale mai aveva
provato in tutta la sua vita, la pervase. Non era più la felicità superficiale
cui era abituata, ma un sentimento nuovo dove vibrava il sollievo di avere
superato una difficile prova. Aveva temuto di perdere per sempre lo sguardo di
velluto di Daniele ed ora la gioia le cantava dentro.
Caterina
si volse per un attimo a guardare il suo paese senza lacrime, nella luce rosata
dell’alba. Dormiva imperturbabile, chiuso dalle alte cime ghiacciate.
Poi, con quel nuovo sentimento in petto, s’addentrarono insieme nel bosco, verso il mondo degli uomini normali.
Lia