Il topo Pietro
C’era una volta , un topo di nome Pietro e viveva sulla riva di una roggia, che passava nelle vicinanze di una casetta assai carina, una gioia per gli occhi dei suoi pochi vicini lì intorno, gli abitanti di un piccolo paesello.
In questa casa viveva, un buon uomo, così buono, che veniva giudicato,
dai paesani, un semplicione, insomma una persona molto alla buona: si chiamava Carlo, per gli amici Carletto.Il topo si abituò così tanto a condividere quel luogo con quel bonaccione di Carletto,
naturalmente a sua insaputa, che arrivò al punto di osservare ogni sua mossa quotidiana, seguendolo nei suoi movimenti con grande curiosità. Naturalmente, conoscendo le sue abitudini, aveva imparato il momento in cui usciva di casa e quando vi tornava alla sera. Era quella l’occasione di sfruttare al meglio quel lungo spazio di tempo, sicuro di non essere notato, per soddisfare ogni propria necessità. Specialmente nelle stagioni più fredde, autunno e inverno, sapeva dove ripararsi e procurarsi qualcosa da mangiare, infatti conosceva ormai ogni angolo della casa.Un bel giorno, nel vedere la solita partenza con l’auto del Carletto pensò:
"Ma dove andrà ogni giorno, per poi ritornare al tramonto del sole". Pensa e ripensa, cercando di immagine, non riusciva venirne a capo.
"Io me ne sto sempre qui, mi muovo solo qui intorno e Carletto invece sparisce per tutto l’arco della giornata… Di certo lui va in un luogo molto più conveniente di questo".
Ah… la curiosità, aumentava sempre più e forse anche un pizzico d’invidia. Non sapeva, il topo Pietro, che Carletto si recava in città per andare al lavoro e non certo per divertimento, nemmeno sapeva cosa fosse lavorare.
Un bel giorno, quatto, quatto, conoscendo ogni mossa del Carletto, si piazzò nei pressi dell’autorimessa e, alla sua apertura, si intrufolò dentro l’auto, esattamente nel vano motore, dove si collocò per tutta la durata del viaggio. Era un po’ spaventato, non avendo mai vissuto un’esperienza simile, ma scoprì che lì faceva un bel calduccio che lo confortava, visto che era un periodo invernale piuttosto freddo.
Il rumore del motore e i movimenti dell’auto lo spaventavano ’ ma quel tepore era così piacevole che si appisolò fino alla fine del viaggio.
Al suo risveglio, cautamente scese e abbandonò l’auto di Carletto, un po’ spaesato e furtivo, ma fortemente incuriosito e convinto di poter trovare una vita più agiata. Invece si ritrovò in un posto assai sconosciuto e poco adatto ai suoi gusti e abitudini di topo campagnolo. In parole povere, adesso si trovava in quel luogo che gli umani come Carletto chiamano città.
Si allontanò dall’auto e anche da Carletto, così tanto da non saper più ritrovarli.
Gli bastò un breve periodo di tempo passato in città,fra infinite difficoltà, per pentirsi di aver lasciato i luoghi che gli erano familiari. Si era infatti reso conto che la vita quotidiana era assai più dura e difficile di quella che aveva lasciato. Fu preso
dal rimpianto e la malinconia lo assaliva sempre. Aveva un forte nostalgia per quella casetta, dove aveva vissuto una vita tranquilla e spensierata, senza tutta quella concorrenza che invece aveva trovato in città. Si era allontanato dalla vecchia vita per affrontarne un’altra, senza più poter tornare indietro. La città certo offriva molte più distrazioni ed era più movimentata, ma aveva anche molti più pericoli. A prima vista poteva sembrare un luogo esaltante, ma non per il povero topo Pietro, dai gusti semplici e rudi, tutta quella confusione e quel correre continuo erano un vero disastro. Adesso purtroppo poteva solo ricordare.E questo era accaduto per essere stato troppo curioso e pure un po’ invidioso di tutte quelle ore che il bonaccione Carletto trascorreva lontano dalla propria casa.
Questo ci insegna che la curiosità, nella giusta misura, è cosa sana e spinge alla conoscenza ma, se eccessiva, diventa imprudente e pericolosa.
Carlo Capelli (detto Charlie)