8 marzo 2008

Trovo eccellente il pezzo dell’Andraous, anche se  diffido perché suppongo, a volte, un intento pietistico, quasi un tentativo di risarcimento a quanto è stato negato e si replica nei secoli. Della donna, vittima indifesa, umiliata, massacrata fra le pareti domestiche, tanto se ne parla e niente si fa. E, ben poco, anche per la violenza subita fuori casa, sempre più frequente, sempre più feroce. La storia raccontata dall’Andraous impietosisce e commuove. Denota  attenzione e sensibilità. Denuncia l'inefficienza, o l'assenza, di interventi adeguati. Ma non basta. Le parole servono soltanto se vengono ascoltate.

Dell’8 marzo ho scritto più volte anche in passato e, rileggendo, ancora condivido quelle riflessioni. E’ una ricorrenza che mi mette tristezza. Sia per l’interpretazione che se ne dà, anche da parte, e soprattutto, femminile, sia per come se ne specula, in senso commerciale e anche retorico. Il simbolo delle mimosa è romantico, ma non appaga. Nel mio giardino, da giorni, c’è uno stupendo albero di mimosa fiorito, un tripudio di bottoncini d’oro che nascondono i rami, tanto i fiori sono fitti, ma, in casa, nemmeno un ramoscello: non amo i fiori recisi. E, in questo caso, non li trovo appropriati a contestare una certa società maschilista che si traveste di belle intenzioni, ma conserva, nell'armadio, l'abito di fustagno del passato.

Si è voluto far risalire la festività all’avvenimento tragico del 25 marzo 1911. Le operaie di una fabbrica di New York, esattamente 146 donne, prevalentemente italiane, furono chiuse a chiave dal proprietario, per evitare (gesto esemplare!) che rubassero o si allontanassero durante l’orario di lavoro. Morirono bruciate nell' incendio della cui origine non si ha certezza. Fortuito o doloso, morirono tutte. Viceversa, il titolare e i suoi collaboratori, che si trovavano al piano di sotto, invece di liberare le prigioniere, se la diedero a gambe per salvarsi la pelle. Per le donne chiuse a chiave, nessuna possibilità di salvezza, se non attraverso le finestre dell’ultimo piano, così in alto da garantire soltanto una morte diversa, ma inevitabile.

In realtà, la ricorrenza (per data) è precedente. Risale all’8 marzo 1909 e coincide con l’inizio di uno sciopero indetto dalle operaie (e operai) di una grande fabbrica (sempre New York) causato dalle condizioni di schiavismo in cui si trovava la mano d’opera. La rivolta si concluse dopo più di un anno. Fu denominata " protesta delle 20.000" e ottenne, se non altro, regole più umane per l’orario e per il salario.

Sarà per tali riferimenti, e per altre ragioni, che mi rattrista la vista in TV di gruppi di donne ilari e qualche volta sguaiate, all’assalto di ristoranti o di certi night con spettacolo di spogliarello maschile. Forse sarò all’antica, ma non so identificare, in certe manifestazioni, il riscatto e l’emancipazione femminile. Vi leggo piuttosto il lato superficiale e infantile, perfino ridicolo. Una dimostrazione di grande debolezza che si presta all'ironia e al sarcasmo.

Per ben altre ragioni, dunque, trovo che il racconto dell’Andraous sia emblematico di un costume antico mai dismesso, a testimonianza che, nel 2008, tanta strada (come scrissi anni fa) sia ancora da fare e quanta, purtroppo, invece se ne sia perduta.

Marzia Plumeri

8 marzo 2008

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