Un trecentosessantacinquesimo di attenzione: 8 marzo.
Rifletto su un tema ormai scontato, di cui tutti hanno scritto e parlato, a proposito e sproposito. Come già ho detto in altre occasioni, non amo le ricorrenze in genere, le sento come data che obbliga al ricordo, al dolore, ai sensi di colpa, oppure, in positivo, all'allegria, alla gioia, all'amore... e quindi al rimpianto. Questo giorno, 8 marzo, questa porzione di anno, vale 1/ 365 di attenzione alle donne. Un po' come comunicarsi una volta l'anno per affermare di essere cristiani.Poi ho memoria, l'8 marzo, di branchi di femmine ridanciane e sguaiate per strade semidisertate da maschi magnanimi o un po' spaventati, all'uscita di un ristorante, a dimostrare, in questo giorno dell'anno, il diritto alla "mangiata o strippata", all'alzata di gomito, allo spettacolo di spogliarello maschile. Una conoscente mi ha detto: "Vuoi mettere il piacere di inserire diecimila lire nell'orlo dello slip di un palestrato maschio che ti si muove davanti a suon di musica?" Non ho potuto fare a meno che notare lo squallore dello scimmiottare il maschio nella scarsa considerazione dell'altro sesso considerato oggetto. Ma questi sono solo casi estremi: non tutte le donne credono che l'esibizione del cattivo gusto equivalga affermazione dei propri diritti. E forse questo atteggiamento è un passaggio obbligato prima di arrivare nel tempo ad un giusto equilibrio e presa di coscienza.
Inoltre molte-i non sanno o non ricordano che la data dell'8 marzo commemora la morte di alcune operaie nel rogo di una fabbrica, se non sbaglio intorno ai primi del '900.
Tuttavia nessuno, oggi 2001, può negare che di strada da allora ne sia stata fatta. La donna ha dimostrato, nella faticosa e legittima lotta dell'affermazione di sé, di essere all'altezza di qualunque impegno di responsabilità e professionalità. E diciamo pure che c'è arrivata solo di recente e non ancora del tutto e che la sua presenza in posizioni di prestigio, ha una percentuale piuttosto bassa rispetto a quella maschile e per raggiungere tali traguardi deve lottare e valere molto più di un uomo.
Invece si può dire che la manifestazione più eclatante di supposta parità si riscontra per quanto riguarda la sfera sessuale, nei costumi e nella pratica. Addirittura la sensazione è che certe posizioni si siano ribaltate piuttosto che affermare un rapporto di equilibrio e armonia. Molti uomini, di conseguenza, sono insicuri e forse spaventati da questa nuova donna che prende iniziative anche eccessive e tende a dominarli. Ne nasce una sorta di competizione o di confronto esasperato. La donna perde purtroppo le qualità che rappresentano la sua forza principale: femminilità e capacità di amare oltre che affermare il proprio diritto all'erotismo inteso nella sua completezza e poesia.
Si arriverà ad una discriminazione inversa dopo millenni di inferiorità imposta alla donna?
Certi comportamenti, per quanto passaggio d'obbligo, come sopra ho detto, secondo il mio punto di vista, danneggiano i risultati ottenuti con anni di lotte e sacrifici nel raggiungimento dei legittimi diritti.
Vi vorrei proporre qualche pensiero di Schopenhauer (1788-1860) da "L'arte di trattare le donne".
" Come la seppia, la donna si avviluppa nella dissimulazione e nuota a suo agio nella menzogna."
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Il coito è soprattutto affare dell'uomo, la gravidanza, invece, solo della donna.
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Che la donna, per natura, sia stata destinata all'obbedire si può riconoscere dal fatto che ogni donna che sia messa nella posizione per lei innaturale di completa indipendenza subito si unisce a un uomo, dal quale si lascia guidare e dominare, perché ha bisogno di un padrone. Se è giovane sarà un amante, se vecchia, un confessore.
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Vi assicuro che molti più uomini di quanto si pensi intendono ancora oggi, dopo due secoli, la donna un oggetto passivo di sottomissione e di seconda categoria, senza troppo scomodare Schopenhauer. Parecchia strada è stata fatta, ma tanta ne è rimasta da fare.
Marzia Plumeri
marzo 2001