Addio Pantani

Non sono una grande tifosa, non seguo lo sport in Tv e poco il ciclismo. Ma dei grandi so. Memorie lontane mi raccontano di Coppi o Bartali e le loro leggende. E poi il vuoto senza nomi impressi nella memoria, anche se certo ce ne sono stati. Fino a Pantani. Pantani il pirata, tenace e grande. Portato alle stelle, idolatrato e poi annientato. Il doping? La droga? Malcostume in ogni settore sportivo, ma qualcuno deve pure fare il capro espiatorio. E chi meglio di un Pantani così popolare, così idolatrato e preso ad esempio. Quindi annientarlo: che serva di lezione e monito.

Pantani, umiliato ed emarginato, alla fine dimenticato. E solo. E la solitudine è un morbo che uccide. E di solitudine, a trentaquattro anni, Pantani è morto. Anche se non fosse stato per sua scelta… ma collasso per eccesso di farmaci che cosa vuol dire? Di certo s'è lasciato morire. Perché quando la solitudine ti annienta e non trovi un amico che ti sostenga, ecco che l'unica amica è la morte, quella che sa confortarti e lenire l'amarezza e il senso di inutilità e impotenza. E allora qualcuno si chiede adesso, ma in ritardo, come sia stato impossibile aiutarlo, dargli quel sostegno e calore, l'amore e la fiducia di cui aveva bisogno. E soprattutto non lasciare morire il campione, condannandolo come è stato condannato, per quel poco, peccato di molti, ma per lui irreversibile, pari a un ergastolo.

E chissà che adesso non stia pedalando in salita, ma senza alcuna fatica, verso quella libertà che gli spetta, finalmente affrancato, senza il fiato pestilenziale sul collo della solitudine che, inesorabile, uccide.

Marzia Plumeri

febbraio 2004

 

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