BULLISMO
E TAUTOLOGIE INCONCLUDENTI
Adolescenti come
plotoni di esecuzione, pronti a destabilizzare i più deboli, sempre addosso a
chi non può reagire.
Bullismo
ed eroi di cartone, furbi e codardia sospesa a mezz’aria, una dimensione di
imbecillità con la patente a punti
di bravi ragazzi, il tutto ben nascosto dalla viltà del gruppo che opprime il
singolo.
Se
non ricordo male ai miei tempi, esisteva l’esatto contrario del bullismo
attuale, infatti il disagio
aggrediva il singolo, ponendolo solo contro tutti.
Il
solitario scopriva gli strumenti della violenza e della diversità, per
diventare protagonista, per apparire, nel tentativo di colmare il vuoto in
famiglia, la precarietà finanziaria, la mancanza di riferimenti certi, di
valori condivisi.
Quel
ragazzo scelse la diversità come propria
corazza e propria spada, fino al giorno dell’abbandono della scuola, della
famiglia, all’incontro con la strada e con il carcere.
In
questo presente c’è una scuola priva di autorevolezza, una scuola e una
famiglia prive di allenatori alla vita, perché
dispersi dalla delegittimazione.
C’è
invece un recinto dove incontrarsi per scontrarsi, in preparazione del botto
finale da pagare al destino sempre in agguato.
Le teorie si sprecano nei riguardi della trasgressione, della violenza giovanile, del bullismo, un dispendio inusitato di tautologie inconcludenti, di dottrine pedagogiche che adottano l’eteroeducazione invece di una sana autoeducazione, per cui chi sta in cattedra ritiene di educare solamente gli altri, negando la necessità di doversi formare e rinnovare a un nuovo “sentire educativo “.
C’è
un disamore adulto, che permette fughe in avanti a quanti pensano di aggiustare
la propria personalità inadeguata, con la prepotenza degli atteggiamenti
omertosi, che mettono in "sicurezza" i pochi
“duri” dell’ultimo
banco, dietro ai tanti inconsapevoli complici di molteplici vigliaccate.
Ieri
il bullo era l’unico diverso, destinato immediatamente al macero, oggi è
divenuto eroe manifesto, non tanto per la sua fisicità, soprattutto per la
silenziosa maggioranza all’intorno.
E’
un’anomalia istituzionale lo
spazio in cui il bullo rimane in piedi eretto come un vessillo, mentre la
vittima incassa l’ennesima sconfitta in termini di dignità rapinata e
giustizia beffata.
In
questo mare apparentemente sommerso di contraddizioni, incontro tanti giovani, e
rimango stupito, perché sebbene non riesca a individuare bulli, furbi,
né ottusi, questa
mimetizzazione mi conferma l’urgenza di raccontare la storia di quel
bullo di altri tempi, di quel coetaneo che s’è perduto in tragedie
irripetibili, perché viltà non è
dignità, e imbecillità non è
intelligenza.
Diviene
davvero un dovere raccontare di quel confine, sì,
sottile, ma irrinunciabile,
che separa sempre una legge di sangue da una legge del cuore, oppure di quanto
è difficile essere uomini per saper scegliere, per saper credere negli altri,
per farsi aiutare a diventare architetti di domani.
Noi
continuiamo a parlare di bullismo, mai di professori e genitori in disarmo,
perché divenuti autorevoli assolutori, ognuno indaffarato a delineare la soglia
minima di attenzione, ciascuno a definire bravate le future scivolate.
Forse
per arginare lo scempio, non serve assumere toni salvifici, o quel falso
interventismo di un momento, forse
per rendere quel ragazzo meno strafottente, occorre trovare il tempo per
guardarlo negli occhi, in forza di una autorevolezza riconosciuta, perché
guadagnata sul campo, non certamente perché ereditata dalle fatiche e dai
sacrifici altrui.
Vincenzo Andraous
Marzo 2007