Il crollo delle Torri, il crollo del pudore tv

Attoniti, sgomenti, terrorizzati erano i volti delle persone riprese dalle telecamere mentre assistevano all’attacco aereo terroristico che stava sbriciolando le Torri gemelle di Manhattan. E anche dopo lo erano, sino al crollo che sollevava coltri di fumo, e oltre.

Poi venne la commozione per le vittime e l’indignazione e, con esse, la ferma volontà di vendetta, di punizione cruenta degli autori dell’incredibile "missione".

Era lo stesso sgomento di molti spettatori televisivi sparsi nel mondo che, con l’aiuto di poca ed essenziale informazione, venivano a sapere che le torri gemelle rappresentavano il potere economico-finanziario degli Usa, così come il Pentagono, colpito da un altro aereo "terrorista", ne rappresentava il potere militare.

Sgomento per l’atto inaudito, per l’attacco mirato proprio contro i simboli della potenza statunitense. Sgomento per la repentina presa di coscienza che il territorio di quella Superpotenza non era più inviolabile, e che analoga sorte sarebbe potuta capitare a qualsiasi altra nazione amica degli Usa.

Di fronte alla tragedia, stupore, commozione, orrore, terrore, rivalsa –si diceva- erano i sentimenti che andavano a scuotere in profondità l’animo della gente, propensa, pertanto, al raccoglimento, a una composta riflessione, a un religioso silenzio.

Ma già dalla stessa serata dell’11 settembre, il giorno dell’ "inverosimile" attacco, l’enfasi dei media, col corollario di mistificazione e partigianeria, contrattaccava, cercando di scalzare quei sentimenti. Per circoscrivere il discorso alla Rai (l’azienda pubblica cui paghiamo un canone per avere magari servizi decenti e comunque servizi non infarciti di pubblicità come usano le emittenti commerciali), quella sera "Porta a porta", indossato l’abito della discrezione, proponeva un dibattito con un consulente Usa che si affannava a ripetere ossessivamente, contro l’evidenza, che il fatto nemmeno scalfiva la capacità di difesa di quel paese.

E nei giorni seguenti si proseguiva, si andava oltre: l’azienda mandava in onda fra l’altro il film Schindler’s List per far capire, con rozzo metalinguaggio, che gli ebrei sono un popolo perseguitato, nel caso che qualcuno avesse potuto pensare che l’attacco aereo degli oltranzisti musulmani rappresentava una risposta alle "prepotenze" statunitensi, spalleggianti fra l’altro "quelle" israeliane nei confronti degli islamici palestinesi.

E mandò in onda, la Rai, Siamo tutti americani?, un programma di Michele Santoro, che annunciò come primo ospite del dibattito Francesco Rutelli. E così, molti, indignati, spensero il televisore. Magari non per la persona di Rutelli, ma per la sua accentuata connotazione politica. Che come quella presumibile degli altri ospiti avrebbe potuto piegare il confronto a visioni di parte, e forse snaturare il senso della tragedia.

Perlomeno così pensava la gente che aveva spento la tv, e che avrebbe semmai preferito, come agli inizi della storia, poca e puntuale informazione, o tutt’al più una pudica riflessione.

Maurizio Testa

novembre 2001

 

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