Del suicidio
Il problema dei suicidi, certamente degno di doverosa attenzione sulle ragioni e le strategie atte ad evitare che avvengano o si ripetano, non è tanto l'ambiente carcerario in se stesso quanto le motivazioni che inducono un essere umano a tale gesto estremo, non soltanto in carcere, ma in ambienti diversi eppure simili per svariati motivi, con ragioni sorprendentemente somiglianti.
Cito l'esempio della caserme e dei militari di leva. O di case di riposo per anziani o qualunque altro luogo o circostanza vissuta come imposizione, o segregazione, o abbandono, senza alcuno spiraglio di soluzione futura. I suicidi avvengono, e non così rari, anche in ambienti familiari, fra pareti domestiche, dove la funzione di carcere o sopruso o indifferenza passa inosservata fino a non apparire, quindi invisibile. Così come si sente evidentemente invisibile l'aspirante suicida.
Ma va detto che, soprattutto in ambiente familiare, ci sono scelte di suicidio che possono essere frutto di vendetta, o motivazioni di egoismo, o intento di lasciti gravi di rimorso. Di questo tipo di suicidio ho parlato molto in altra sede e il tema è diverso da quello che adesso vado considerando riflettendo sull'intervento di Andraous.
In carcere e non, cerco di analizzare il suicidio - scelta personale (anche se non lo è mai del tutto) decisione conseguenza della disperazione e della solitudine. Diversi quei "suicidi-non suicidi" per sospetta decisione altrui e quindi inspiegabili, quelli per cui si sussurra "lo hanno suicidato". E' anche probabile che, nell'ambiente carcerario, questi ultimi avvengano più spesso che in altri luoghi, ma ancora preciso, non soltanto in prigione : la cronaca dei mass media tanto ne chiacchiera e poi tace. L'oblio è la soluzione più frequente.
Io rifletto tuttavia che il carcere peggiore, dalle pareti invisibili, sia una condizione di solitudine estrema, di assenza totale di comunicazione, di assenza di soluzioni, a volte in individui di per se stessi fragili e senza capacità di reazioni risolutive se non quella di una fuga definitiva. Ci sono individui che non reggono alle offese, all'insulto violento, violenza fisica di tipo sessuale, penso abbastanza frequente per i nuovi carcerati specie se giovani, così come accade in altro tipo di comunità o promiscuità. E quel tipo di violenza è vissuta al maschile in modo ancora più eclatante e intollerabile ( anche in maniera molto più nascosta e privata) e oltretutto genera maggior scandalo della violenza sessuale subita da una donna. Ma qui vado fuori tema.
Io rifletto che, molto spesso, il carcere sia dentro lo stesso essere umano prigioniero di se stesso e dello proprie paure, prigione talmente subdola perché facilmente negata e, di per se stessa, già mortale.
Molto si ascolta e si legge ( e pochissimo si fa) delle strutture carcerarie carenti, di personale alla rieducazione impreparato, del sovraffollamento, della perdita di dignità e peggio identità. E del carcere che educa al crimine piuttosto che redimere. Ma il dramma peggiore penso sia quello di chi in carcere ci finisce per errore giudiziario che può andare dalla banale omonimia, all'accusa falsa di qualcuno che ha deciso, per ragioni sue, di additarti e forse in qualche modo vendicarsi di un presunto torto subito.
Mi viene subito il mente il caso più emblematico: Enzo Tortora. Ecco, in fatti analoghi, può scattare l'impulso al suicidio. Ma non credo che le carceri siano affollate di carcerati per errore giudiziario. Certo, il carcere dovrebbe recuperare piuttosto che punire e la condanna non deve essere intento di vendetta, ma ci sono delitti talmente atroci, senza alcuna attenuante, per i quali non c'è pena sufficientemente valida, né possibilità di recupero di coscienza del colpevole. E anche per reati meno gravi, viene il dubbio che, percorso un certo tratto del tunnel oscuro del crimine, sia molto più facile seguitare nella direzione nota piuttosto che tornare indietro, soprattutto se la strada percorsa ha esalato ed esaltato l'odore del denaro facile. Di certo, se la rieducazione porta ad una vita normale con stipendio da impiegato ( nel migliore dei casi), non so quanto possa essere convertito all'onestà un rapinatore di banche o altro, o chi fa del crimine un mezzo di arricchimento e di potenza.
Diverso il discorso di rieducazione di un giovane: lo scippatore, il ladruncolo di motorini, tanto per fare un esempio tipico, quando del tunnel oscuro, si conosce solo l'inizio. E' quello il momento di rieducare e sanare. Meglio sarebbe prevenire a cominciare dalla stessa famiglia, prima struttura sociale, spesso carente o assente. L'Andraous sa affrontare l'argomento con cognizione di causa, avendo vissuto la propria drammatica e dura esperienza di carcerato. Egli stesso, del resto, ammette che uscirne, per i più, è quasi impossibile. Dipende dalla volontà e dall'intelligenza dell'individuo più che dagli educatori e dalle strutture.
Se di strutture carenti vogliamo parlare, causa di probabili suicidi in individui fragili psicologicamente, devo di nuovo mettere a confronto gli ambienti già sopra considerati che, oltre il carcere, di carenze strutturali ne conoscono altrettante: ospedali, scuole, case di cura per anziani, caserme.
Io però vorrei fare cenno, in conclusione, alle responsabilità: chi vogliamo additare? Lo Stato, la politica, la Società, la mancanza di fondi, l'indifferenza? Lo Stato siamo noi, la Società anche, la scelta dei politici che ci rappresentano nostra e quindi anche la responsabilità. Ma soprattutto siamo il genere umano, quella strana razza intelligente che non sa guardare all'altro col rispetto che pretende per sé, evitando di fargli quel male che mai vorrebbe ricevere. Qualcuno, un paio di millenni fa, seppe dirlo meglio di me. E credo che, se non tutto, molto si potrebbe risolvere, col rispetto di quella regola morale così semplice e giusta. Probabilmente si amerebbe di più la propria vita e, di conseguenza, quella degli altri.
Marzia Plumeri
luglio 2002