Divorzio e statistica

Le recenti statistiche c'informano che in Italia ci si sposa di meno: il 32,4% in meno rispetto agli anni passati. Naturalmente, rifletto, non si tiene conto delle unioni di fatto, che non sottoscrivono un contratto civile o religioso, ma sanciscono un impegno morale fra loro. Si tratta quindi di una coppia d'individui di sesso diverso che dicono di amarsi e decidono di convivere. Non rientrano nei calcoli statistici in questione, ciò nonostante esistono e sempre più numerosi. Solo per inciso, mi viene in mente che i conviventi gay chiedono a gran voce di legittimare la loro unione con un matrimonio legale (mi riferisco sempre all’Italia) per salvaguardare i propri diritti.

Ci sarebbe quindi da sospettare che, oggi, chi si sposa legittimamente, lo faccia solo per salvaguardare i propri diritti, più che per vero amore, quello che, nel giuramento davanti all’altare, impegnava (o impegnerebbe) per tutta la vita.

Le previste nuove leggi governative, quindi, incoraggeranno le convivenze e la percentuale negativa delle coppie legali si alzerà.

Torniamo al tema: in Italia, un divorzio ogni 4 minuti (suppongo richieste di, altrimenti non torna il conto con le sentenze), 152 sentenze al giorno e, sempre statisticamente, si tratta prevalentemente di coppie al terzo-quinto anno di matrimonio. La domanda più elementare e sprovveduta sarebbe: ma ché si sposano a fare?! Sembrerebbe quasi (ironia ma non troppo) che sposarsi sia una sorta di previdenza per il futuro, come quella dei parlamentari: una sola legislatura e si predispone una pensione all’età pensionabile raggiunta.

Ho cercato di sdrammatizzare, ma in realtà il fallimento dell’istituzione matrimoniale, di conseguenza della famiglia, è veramente una crisi che investe molti settori pratici, sociali e morali.

La ragione? Gli esperti intervistati, e il pubblico anche, liquidano l’analisi con risposte veloci, fra le prime, la difficoltà economica, lo scarso spirito di adattamento, la mancanza di dialogo, la poca pazienza, l’immaturità nella decisione di sposarsi. Tutte condivisibili, a parte la considerazione che un divorzio costa e spesso i meno abbienti devono rinunciare per motivi economici e le coppie, invece, in agiatezza, divorziano più spesso e più numerose che non le altre.

L’immaturità è, di certo, all’origine di molte scelte affrettate e sbagliate. Ma non è così semplice. Oggi si è perso, oltre al senso della famiglia e del dovere (purtroppo anche verso i figli), la capacità di un sentimento d’amore vero e duraturo. Nessuno ama generosamente, con tutto se stesso. E, soprattutto, l’attrazione fisica, la sessualità è, per le coppie di oggi, il termometro, o il cronometro, dell’amore. Non c’è più appagamento sessuale (motivo grave indubbiamente), allora si deve cercare altrove. E ci si separa. La donna prima subiva, soffriva in silenzio, o chiudeva un occhio, comprensiva ai capricci del marito che quasi sempre ritornava, passata la frenesia. Era più vittima, più succube, più stupida? Lo faceva per sé, o per i figli, per dare loro una parvenza di serenità, o di valori da rispettare?

La donna di oggi, legittimamente, non subisce più, difende il diritto, anch’essa, alla propria libertà di essere femmina oltre che donna. E sì, i figli contano, ma non così tanto da andare oltre i tre-cinque anni statistici di relazione coniugale.

La mia riflessione personale, tuttavia, è che questi giovani coniugi attuali, che hanno la separazione così facile (quanto la scelta di sposarsi), sono figli di individui che, a loro volta, contestavano l’istituzione del matrimonio (non avevano la scappatoia del divorzio) e, al femminile… partorivano il diritto alla propria sessualità, come valore fondamentale, parificato a quello maschile. Diritto, tuttavia, opinabile per entrambi, dal momento che svilupperà, sempre più spesso, un alibi alla trasgressione, all’infedeltà, all’accessibilità a nuove emozioni (che poi diventeranno, nel tempo, poco emozionanti, come le precedenti). Diritto quindi che si eredita e si trasmette, così che i figli, fin dalla gestazione, hanno assimilato, e assimilano, la negazione a certi valori un tempo fondamentali, là dove, essi stessi, figli, non stanno più ai primi posti. Questi genitori attuali, dunque, provengono da certi sessantottini che contestavano quasi tutto (la contestazione per la contestazione), da madri femministe che sfilavano in corteo, urlando esagitate slogan molto espliciti contro il maschio, in affermazione della propria autonomia sessuale. Le più, in verità, non partecipavano attivamente, ma ugualmente condividevano i concetti. Qualche valida ragione di principio, sicuramente, c’era, ma gli eccessi sono sempre sbagliati o male interpretabili e finiscono per ritorcersi contro. E, per concludere, i trenta-quarantenni di oggi sono stati concepiti in quel clima.

Diversa (e si distingue) la posizione di chi, vivendo una situazione coniugale di grave sofferenza e mortificazione, perfino di violenza, offre e trasmette, invece, ai figli grande disagio e malessere, sia psicologico che fisico, ben più grave di quanto trattato sopra: la separazione diventa, in tal caso, l’unica e sacrosanta soluzione, a salvaguardia dei figli, oltre che di se stessi. Ma questa è altra storia che, pur rientrando nei numeri delle statistiche, si stacca nettamente dal numeroso popolo dal divorzio facile, al quale mi sono riferita nelle mie considerazioni precedenti. Al solito, mai generalizzare.

Marzia Plumeri

dicembre 2006

 

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(Ricordiamo. ancora una volta, che gl'interventi, anche contrari, sono aperti a tutti)