Eutanasia...  ovvero, perché Dio?

(dalla risposta alle domande di Manuela nella sezione di corrispondenza Marzia risponde in questo stesso sito)

 

Ho trattato il tema nel maggio del 2002, ancora presente in queste stesse pagine che, fra l'altro  invitano ad esporre la propria opinione, aprendosi ai lettori.

Sono andata a rileggerlo e mi trova tuttora concorde. Non vorrei quindi ripetermi qui, ma rispondere più direttamente alla mail di Manuela.

Condivido la sua angosciata tristezza: la fine tragica di una vita è un evento sempre doloroso, soprattutto per coloro che restano e, fino all'ultimo, si sono aggrappati alla speranza (nel caso di una grande fede) del miracolo. Ma c'è da chiedersi se la vita di Welby, fosse davvero vita, o un obbligo a vivere, cosciente mentalmente al disfacimento del proprio corpo e sottoposto a grande sofferenza fisica. Da qui a trovare il coraggio o la spregiudicatezza di porre fine ai suoi giorni su questa terra, può essere discutibile o non condivisibile. Lui lo aveva chiesto, per quanto non sia ben chiaro come potesse comunicare la propria intenzione, vista la sua immobilità e, se non sbaglio, assenza di parola. Mi sarebbe parso ( e mi parrebbe) più onesto e coraggioso averlo, lui, deciso prima della totale infermità. Ma preferisco non addentrarmi in una questione così delicata, con ragionamenti del tutto personali. Un suicidio è altrettanto sconvolgente e chi lo mette in pratica, pur nella disperazione, si arroga il diritto di fermare una vita umana anche se propria. La differenza, semmai, è quella che nessuno potrà mai, dopo, contestargli la scelta.

Nello stesso tempo, posso capire Manuela,  quando afferma che nessuno dovrebbe liberamente decidere di porre fine alla vita altrui, o propria, perfino in così così disgraziati. Per lo meno, secondo una morale cristiana, che però c'insegna anche la pietà, o meglio pietas, e Welby, o altri, hanno diritto alla nostra pietas e il giudizio lasciamolo al Giudice Supremo.

Tuttavia, proprio ieri, un medico, in un'intervista trasmessa in TV, ha chiarito che ogni giorno ci sono casi simili riferiti a malati terminali, bombardati di dosi massicce di morfina, sotto l'egida della terapia del dolore. E la morfina, per fortuna, accelera la conclusione finale, legittimando quella è una forma di eutanasia. Fingere di ignorare, o salvarsi sotto una definizione, a volte di comodo, è soltanto un alibi ipocrita.

Detto questo, invece, vorrei soffermarmi, sulla banalità di una certa consuetudine, che Manuela, nella seconda parte della sua mail, mi propone. Demandare, a Dio, la responsabilità di tutti i mali del mondo. Intendo i mali di cui l'umanità è responsabile.

Le guerre? Perché Dio non interviene a fermarle? Le malattie? Perché Dio lascia morire tanti innocenti senza muovere un dito? Le epidemie? Le malattie sessualmente trasmesse? Il terrorismo? L'odio fra i popoli?

Io mi chiedo: perché l'uomo, questo animale feroce e ingrato, si macchia di misfatti e accusa Dio di disinteresse? E, nel contempo, accusandoLo, ammette apparentemente di essere un credente, ma in realtà lo nega? Forse perché lo identifica e personifica in un Grande Vecchio canuto e barbuto piuttosto che nell'Assoluto, Origine, Principio, Unica Verità? E Infinita Misericordia che ci concede il perdono quando siamo pentiti?

Non dimentichiamo che il dono più grande dato all'uomo, da Dio,  è la libertà di scelta (libero arbitrio) e quindi di assumersi le proprie responsabilità. Altrimenti anche in un caso di omicidio dovremmo assolvere l'assassino dal momento che Dio non lo ha fermato. Una vera bestemmia.

Poi, certo, di fronte alla malattia, alla fame nel mondo, specie se si tratta di bambini, è difficile riconoscere le proprie responsabilità, o considerare che il disegno divino ha sempre un senso, e in ogni sofferenza, o dramma, c'è la passione di Cristo che si rinnova, il sacrificio del sangue innocente che lava le colpe di tutta l'umanità, quella stessa umanità che si chiede, per ogni evento negativo, come Dio possa permetterlo. Ma troppo spesso dimentica di ringraziarLo e, invece, si fa vanto, o se ne prende il merito... nel caso si verifichino esempi di generosità, di coraggio, di eroismo, di solidarietà. Come a dire, banalmente: due pesi e due misure. Ma anche questa è una consuetudine, o debolezza umana.

Marzia Plumeri

dicembre 2006

 

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