Eutanasia
Dopo alcuni casi emblematici portati alla ribalta delle cronache, se ne parla e scrive molto. Si gira intorno alle parole, si cercano metafore o svicolamenti diplomatici, ma alla fine il tema è là, fermo e scottante: eutanasia. Aiutare un altro essere umano a morire, o meglio aiutare chi trascina la propria non-vita in modo disumano e inaccettabile e proclama il diritto ad una morte dignitosa e clemente.
Riuscire a chiederlo è già un privilegio: c'è chi non è più in grado chiedere, chi ha ormai la mente altrove, nemmeno ha la percezione del proprio sfacelo, ma se avesse potuto prevederlo forse avrebbe indicato, ancora cosciente, la via da seguire.
La Chiesa considera e accetta la possibilità di interrompere un accanimento terapeutico, distinguendolo dall'eutanasia. Ciò significa che interrompere l'assunzione di farmaci o terapie che tendono a prolungare innaturalmente e forzatamente una vita, è cosa giusta, mentre intervenire con farmaci per aiutare a morire chi, di fatto, non vive, è cosa sbagliata.
E' difficile in effetti esprimere un giudizio obiettivo specialmente se dettato dall'impulso dell'emozione. Certo sarebbe importante che non ci fossero due pesi e due misure: ad alcuni il consenso, ad altri il rifiuto.
Come ho già espresso in altri scritti, l'essere umano ha in sé la possibilità ( anche se non sempre corrisponde alla capacità) di scelta nel bene e nel male, che però è soltanto soggettiva e non può essere imposta ad altri e nemmeno da altri.
Capisco e provo grande pietà per chi immobilizzato in un letto e vincolato alla propria sofferenza atroce, che inevitabilmente lo porterà alla morte, desideri e invochi un anticipo misericordioso. Capisco meno che lo chieda ad altri, specialmente se familiare e anche persona cara che lo ama, perché, in questo caso, non sarà più soltanto scelta sua, ma richiesta di assecondare, e quindi sollecitazione di scelta altrui, facendo leva sul sentimento e la pietà. E' la richiesta di una durissima prova d'amore che lascerà, chi resta, segnato per sempre. Viceversa, molto spesso, ma non sarà documentato, c'è la prova d'amore opposta, immensa e silenziosa, di chi, in una condizione estrema, non chiede, per pietà dell'altro che rimane.
C'è poi la scelta personale di chi non regge alla sofferenza del congiunto non più in grado di esprimersi e pensa di intuirne la volontà o il desiderio di morte anticipata, anche se non manifestato. Ma, in quel caso, è discutibile l' esattezza dell'intuizione. Si tratterebbe infatti di decisone personale all'azione attiva, giustificandola con una presunzione di richiesta.
Bisogna ricordare che, in simili dolorosi frangenti, per alcuni, oltre al dolore e alla pietà, può esserci la speranza che intervenga un aiuto soprannaturale che esclude categoricamente un progetto di eutanasia. Ho visto amici e familiari sperare fino all'ultimo respiro della persona cara e lo stesso malato attingere forza da quella speranza, centellinando il tempo di vita rimasto. Anche la scelta di sperare merita comprensione e rispetto.
Sulla questione o rischio legale e penale, non mi sento di intervenire, ma certo è chiaro che l'eutanasia, con tutte le attenuanti morali del caso, è ancora azione perseguibile: legalizzarla potrebbe anche essere, in alcuni casi spero rari, la libertà di uccidere ,liberandosi di un peso divenuto insostenibile.
Vorrei ancora una volta puntualizzare, come già in altre occasioni, quanto sia indispensabile l'informazione corretta al malato, da parte del medico e dei familiari (della diagnosi infausta e delle scadenze previste), in modo che la consapevolezza gli consenta la riflessione e la scelta, o di lottare o di arrendersi, o quantomeno di decidere per se stesso, mentre è ancora in grado di farlo, prima ancora di arrivare a chiederlo ad altri.
E vorrei ribadire, per l'ennesima volta, l'essenzialità del diritto al rispetto della dignità umana. Vorrei quindi citare un episodio.
Alcune sera fa, davanti alla TV, ho assistito ad uno dei tanti dibattiti sul tema, durante una trasmissione popolare molto seguita. M'è parso che gli intervenuti fossero abbastanza evasivi e si finisse per spiegare solo la sottile differenza fra interruzione di accanimento terapeutico e intervento con farmaci per porre fine ad una vita.
Mi ha, in quella circostanza, sconvolto un collegamento in video, a più riprese: un padre quasi settantenne sosteneva forzatamente, a sedere sul letto, la figlia ridotta da anni a uno stato larvale, completamente paralizzata nel corpo e nella mente ( doveva bloccarle il collo, dietro la nuca con una mano, per impedire alla testa di cadere in avanti). Preciso che, in quel caso, non si chiedeva il diritto all'eutanasia, ma non è questo il punto. Secondo me, è stata la dimostrazione di una totale mancanza di rispetto nei confronti di quell'essere ( la figlia), totalmente ridotto allo stato vegetativo, quindi impossibilitato a una sua qualsiasi capacità di scelta, o di coscienza. L'esibizione è stata un'offesa al rispetto della dignità umana cui tutti abbiamo diritto, nessuno escluso.
Mi domando se qualcuno abbia pensato al diritto di riservatezza ( o privacy di cui tanto si parla) di quella povera creatura, esibita come esempio dello scempio che la cattiva sorte può fare di un essere umano. Può essere stato utile a dimostrare o stabilire la legittimità di eutanasia? Perché questo, ricordiamolo, sarebbe stato il tema della trasmissione.
Io ancora mi sento offesa e amareggiata per quella esibizione, che considero una strumentalizzazione gratuita, e sono ancora qui a domandarmi: davvero era necessario?
( Mi piacerebbe conoscere la vostra opinione)
Marzia Plumeri
maggio 2002