Giovani oggi
Si è giovani per diritto anagrafico, ma a volte purtroppo desolatamente più vecchi di alcuni di età anagrafica più avanzata.
Il malessere di conflitto generazionale è sempre esistito ma, nel contesto di violenza e consumismo odierni, il confronto fra generazioni si fa più esasperato e disperato. Anche perché il confine è diventato molto più sottile e fragile: non è vero che il dialogo ne sia avvantaggiato infatti paradossalmente aumenta lo scontro posto su un piano falsamente paritario che suscita senso di rivalità sia nelle circostanze più banali sia nelle più importanti. Credo che i giovani abbiano bisogno di riferimenti sicuri: di certezze, amore e rispetto piuttosto che della pseudo spensieratezza di adulti ( genitori) eterni adolescenti che li scimmiottano.
Molti considerano che gli adolescenti di oggi (anche coloro che vivono un'adolescenza prolungata) abbiano troppo benessere e quindi troppo di tutto col paradosso di un'esasperata - esasperante pretesa di qualcosa di altro e di più, mai abbastanza, con la volontà di ottenerlo e subito, in qualsiasi modo: un rifiuto può scatenare reazioni incontrollabili fino alla frustrazione e alla violenza. Ciò è frutto di un sistema in cui i ragazzi sono stati educati da una società adulta che s'illude, per scaricarsi la coscienza, che il bene materiale supplisca la carenza di amore.
Ricorre spesso la considerazione che i giovani di una volta sapevano contentarsi o rinunciare e questi no, ma essi, quelli di allora, non subivano il bombardamento di informazione e comunicazione che rende schiavi del consumismo e propone spesso riferimenti negativi. I mass media suggeriscono violenza nelle immagini e nelle informazioni e i più fragili ne subiscono il fascino pericoloso e nello stesso tempo recepiscono un senso di emarginazione e inutilità.
Lo strano è che nel vortice della molteplicità di informazioni e con la facilità di comunicazione data dall'evoluzione dei mezzi, ci sia una così dilagante solitudine (e non è solo problema dei giovani per diritto di anagrafe).
I ragazzi di oggi, si dice, non hanno ideali, il concetto di famiglia si fa sempre più inconsistente, i genitori sono assenti, la scuola non dà il necessario supporto ( bella pretesa che sia la scuola a supplire la carenze familiari, come se gli educatori non fossero a loro volta genitori spesso assenti) e comunque, il solo "dirlo" è sterile e non suggerisce rimedi.
Ho constatato che i giovanissimi spesso esibiscono sfrontatezza: si propongono duri e privi di sentimenti, dichiarano l'incapacità di affetto, si vantano delle loro trasgressioni: furto, risse, droga.
In questo atteggiamento di provocazione c'è un disperato bisogno di attenzione che porta fino al limite estremo della dimostrazione di esistenza, " io scippo, io guido senza patente, io mi drogo, io aggredisco, a volte uccido, io mi suicido: guardatemi, io esisto".
Gli adolescenti di oggi ( mi auguro non tutti) spesso non sanno amare, nemmeno se stessi e non accettano legami, e l'idea stessa del legame affettivo duraturo, al quale non credono, li mette in una posizione di difesa e di rifiuto.
Di un mio personaggio ho scritto ( non ricordo dove e quando) che "aveva disimparato ad amare", presupponendo che in precedenza avesse saputo amare. Temo che i giovani di oggi non abbiano mai imparato l'amore.
L'amore è come un germoglio che esiste alla nascita e per crescere va seguito e alimentato, alcune volte oggi se ne nasce privi perché nemmeno è stato trasmesso, o, se c'è, nessuno poi ne ha cura e sa farlo crescere.
E' chiaro che non si può generalizzare e le mie sono soltanto riflessioni personali che scaturiscono da incontri e dialoghi e a volte confidenze.
A seguito di un recente fatto di cronaca che riguarda giovanissimi, ho ascoltato un esperto affermare che il raptus non esiste e quindi nessun crimine (in quel caso si analizzava un omicidio), può avere quel tipo di attenuante. Il delitto è la conclusione di un lungo processo di preparazione che toglie il valore e il rispetto della vita umana fino alla conclusione estrema. Questo vale per l'omicidio ma anche per il suicidio.
" Si è ucciso o ha ucciso per amore" falsità: lo ha fatto per "non amore".
E rifletto, ripetendomi, e forse sbaglio, che in entrambi i casi all'origine c'è una forma di vendetta, la volontà di lasciare di sé almeno il senso di colpa per non aver capito, per non aver saputo ascoltare e la tragica domanda: "ora vi siete accorti che ci sono?
Marzia Plumeri
aprile 2001
Parliamone