Il senno di poi
Di certo omertà non sta a solidarietà. Come spavalderia e prepotenza non stanno a coraggio. E questo specie nel caso dell'episodio autobiografico, raccontato dall' Andraous, di un'intera classe minacciata di sanzioni disciplinari, per l'azione scorretta di uno. E' vero, a volte, i ragazzi non parlano per complicità morale verso il compagno autore dell'azione incriminata, o addirittura per ammirazione o per ingraziarsi una sorta di sua simpatia o gratitudine o protezione: la cosiddetta omertà o pseudo tale. Solo alcuni però. Gli altri, i più, prevalentemente tacciono per paura delle rivalse successive, per soprusi magari già subiti che potrebbero esasperarsi, così come purtroppo sempre più spesso avviene, perfino a livello di scuola media inferiore o anche elementare. Non parlano, suggestionati dagli esempi intorno, per l'informazione molto esplicita dei media, per i discorsi degli adulti poco attenti, per gli eroi negativi che vengono propinati di continuo dalla cronaca. Sicuramente, come scrive l'Andraous, e lo capisco, certi fatti, sono da considerarsi ben più problematici se avvengono in comunità di recupero, forse per intervento di rieducazione già tardivo, magari perché reso ancor più difficile da pochi o un solo elemento che si fa forte del remare contro, scambiando per debolezza la ricerca e il recupero di valori perduti o mai conosciuti, ridendone e facendosi beffe di chi invece ci crede o ci spera. Perché il modello predominante, per taluni, spesso esaltante, lo si identifica in un un mondo malavitoso adulto che fa dell'omertà la propria arma migliore, alimentata dalla paura altrui.
A parte tutto questo, per mia esperienza personale, nata in ambiente medio borghese, è sempre stato che, chi a scuola avesse fatto il nome di un compagno autore di una qualche marachella, chessò una scritta sulla lavagna, l'imitazione ridicola di un insegnante, o perfino uno scherzo pesante, venisse considerato "spia".
Delatore uguale spia.
Chissà da quale regola sancito, lo s'imparava fin da bambini piccoli: chi indica il colpevole è una spia. (Se lo dici alla mamma sei una spia ).
E chi avesse denunciato il "fattaccio" ( per esempio il vetro rotto con una pallonata, o lo scarabocchio sul registro, o le puntine da disegno (cimici) sulla sedia dell'insegnante, il disegno osceno sulla lavagna) era condannato al disprezzo dei compagni. E, del resto, sentirsi chiamare spia diventava molto più mortificante che proteggere col silenzio il colpevole. Salvo poi non riuscire a liberarsi dal malessere in un caso o nell'altro.
Ma si trattava di piccole mancanze, di cui la classe aveva riso tutta, così da rendersi realmente complice e quindi punibile. Forse per azioni più gravi qualcuno avrebbe denunciato, magari prima ai genitori, rischiando di tenersi addosso l'etichetta di spione ben più leggera che quella di complice di un reato.
Adesso, mi viene in mente, in prima ginnasio, quella volta che il giro d'Italia passò eccezionalmente dalla mia città di provincia. Ci tenevo a vederlo. Pretesi e ottenni dai miei una richiesta di permesso di uscita in anticipo per l'ora in cui sarebbe passato. Il preside tassativamente, prima di ogni possibile richiesta, negò qualunque deroga e fece chiudere il portone massiccio della scuola.
Sembra incredibile, perché ero una ragazzina di quattordici anni, esile e fragile e abbastanza timida: mi calai dalla finestra del primo piano, durante l'intervallo. Le compagne intorno alla finestra, a coprirmi, spaventate e ammirate nello stesso tempo. E silenziose.
Ci sarebbe stato un cambio di insegnante, avevo detto loro: - Quando entra la professoressa, lasciate che mi segni assente: nessuno se ne accorgerà -.
Nessuno se ne accorse infatti e le compagne non mi tradirono. Però… scendendo lungo la grondaia, avrei potuto farmi del male, magari anche ammazzarmi. Sarebbe stato un prezzo caro per poter vedere una tappa ciclistica. Ma se, a distanza di così tanti anni, ancora lo ricordo, vuol dire che fin da allora, poco dopo, il buonsenso mi ci fece ripensare. Se poi avessi saputo, da adulta, una bravata simile di una figlia, certamente non le avrei detto brava.
E se la complicità della compagne allora mi coprì, non fu certo per paura di me perché non ero tipo da rivalse, soltanto un po' ribelle a quelle che mi parevano imposizioni ingiuste, né quell'azione ( e la complicità delle compagne) fu l'inizio di una china senza ritorno: quindi generalizzare mai. E ci sono omertà e omertà, coraggio e coraggio, vigliaccheria e vigliaccheria.
Non sempre il farsi avanti e accusare è indice di coraggio, né il tacere un nome colpevole è sempre segno di vigliaccheria. Il vigliacco è, e rimane, lo pseudo eroe che ha commesso il fatto e non si fa avanti a dire: - Sono stato io - se accusano altri. Quello che, per proteggere se stesso, fa punire ( a volte morire) qualcuno, o più di uno, al posto suo.
E, di questo, la storia dell'umanità, recente e lontana s'è data di compito di prove esemplari, spesso non riconosciute nemmeno col senno di poi.
Marzia Plumeri
Giugno 2004