"Dire non dire" ovvero... la dignità e il rispetto

 

La mail di un giovane visitatore del sito mi ha fatto tornare con la mente a momenti difficili, al ricordo di parenti e amici che se ne sono andati lasciandomi un segno indelebile nella coscienza e nei pensieri. Riflessioni di un tempo passato che si fanno attuali ogni volta che mi si propongono situazioni analoghe vissute e raccontate da altri.

Chi mi ha scritto è un ventenne. Mi racconta del suo dolore e della rabbia, dei suoi sensi di colpa e del rancore per la morte di suo padre, uomo di quarantacinque anni.

La questione che mi pone è questa: è stato giusto nascondergli la verità fino alla morte? O sarebbe stato più rispettoso se non più onesto ( in questo caso decisione della moglie) informare il marito della diagnosi infausta?

Dire non dire, ecco il dilemma.

Posso solo cercare di spostare il tema su me stessa: se "toccasse a me", io vorrei essere informata, anzi lo esigerei. Certo, prima ancora che dai familiari erroneamente pietosi, dal medico stesso che secondo me ha il dovere sacrosanto di dare risposte precise a domande precise. Per fortuna oggi fra i diritti del malato è riconosciuto anche il diritto alla verità e i medici hanno inserito la regola nel loro codice deontologico. Eppure la richiesta del silenzio da parte di un familiare ancora detta legge e il medico curante si presta all'inganno, perché lui, chissà perché, sta più dalla parte dei parenti sani che da quella del malato.

L'argomento mi è difficile. Ho seguito il lento e pur veloce declino di persone care, ho osservato intorno al loro letto sorrisi e false illusioni. La commedia, l'inganno, la presa di giro: la dignità ferita e la mancanza di rispetto. Io, solo spettatrice, senza possibilità di scelta, colpevole di prestarmi all'inganno voluto da altri.

Il giovane amico esprime il rancore verso i familiari che hanno privato il padre della dignità di una morte consapevole. E' stato ingiusto, dice. Gli do ragione, ma non si può generalizzare né sparare sentenze, forse ci sono casi e casi. Se parlo è un discorso soggettivo che cerca di essere equilibrato.

Spiego le mie ragioni, valide, o no, quanto quelle opposte di altri.

Sono convinta che la consapevolezza sarebbe di determinante importanza nella lotta del malato verso il male. Conoscere il nemico è già una posizione di vantaggio per combatterlo: io ti conosco e ti affronto, so chi sei e mi difendo con tutte le armi che la mia mente ha disponibili, magari il mio organismo riesce perfino a formare anticorpi sollecitato dalla volontà di guarire.

Inoltre quanto si potrebbe avere di "conti" sospesi nel corso della vita passata? Situazioni da sanare, economiche e sentimentali, magari un sogno nascosto da realizzare in pochi giorni, poche ore, prima che le forze se ne vadano. Oppure un debito di coscienza. O... il desiderio presente e solo rimandato di rivedere qualcuno, o ritrovare qualcuno, sapere che n'è stato. Magari conoscere un figlio mai riconosciuto. O semplicemente il diritto di rifiutare un intervento chirurgico già considerato provvisorio ed inutile.

O l'esigenza interiore di riavvicinarci a Dio.

Eppure ho visto sacerdoti prestarsi all'inganno dei familiari: non è contemplato fra i peccati quel tipo di menzogna, quell'inganno che si protrae, quella falsa speranza di guarigione mentre il corpo va in disfacimento e la mente impazzisce nell'incredulità di un rispetto negato.

Ciononostante come si può giudicare o criticare l'intenzione di risparmiare il più possibile la persona cara dall'orrore e dal terrore? E, nello stesso tempo, la viltà di proteggere se stessi da un compito che sarebbe ancora più gravoso? O forse un modo di entrare nell'illusione data all'altro e soffrire di meno?

E' più facile guardare il malato negli occhi e mentire, piuttosto che affrontare il suo sguardo dicendogli la verità.

Molte volte, il più delle volte, l'interessato al declinare delle forze e quindi delle speranze, intuisce la verità e per compassione di chi gli sta intorno finge di credere le pietose bugie, dimostrando una pietà più grande di quella che riceve.

Ma davvero non posso affermare che troverei quel coraggio nei confronti di una persona cara, pur ritenendola una scelta giusta. Posso solo parlare per me stessa e di ciò che pretenderei come forma di rispetto, per questo il mio giudizio deve essere inteso come parziale e non di critica.

Il discorso si fa ancora più drammatico quando il malato è un bambino. In questo caso mi manca perfino il coraggio di pensare e mi rimane solo la scelta del silenzio.

Quindi, a te che mi hai scritto e certo ti riconoscerai in questo mio intervento, forse non ho saputo dare la risposta che aspettavi.

Marzia Plumeri

maggio 2002

(Sarebbe gradita l'opinione di altri sul tema sopra esposto).

 

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