E li chiamano bulli…

Sono sempre esistiti. Un tempo se ne parlava sottovoce, in famiglia, come di una vergogna da nascondere. Non c’erano così tanti mezzi d’informazione, probabilmente non si arrivava a simili eccessi. A pensarci bene, i "bravi" del Manzoni, erano già un prototipo, altri se ne potrebbero citare, di bravacci, che minacciavano i più deboli. Spesso erano protetti alle spalle, da "signorotti" locali.

Attualmente, però, fa notizia il bullismo a scuola, fratello di quello da caserma, o delle carceri, terribile nella sua violenza, psicologica o meno, a volte fisica, perfino mortale.

Soltanto che, a scuola, li chiamano bulli e non "bravi", non "potenziali criminali", non istigatori al suicidio. Nessuno li condanna. E al posto dei "signorotti feudatari" a proteggere le spalle di allievi… indisciplinati ci sono i genitori, quelli che danno loro licenza di affermare che non provano rimorso se il compagno sedicenne ha scelto il suicidio. Genitori, spesso, quotidianamente assenti, per esigenze anche legittime economiche o di realizzazione personale, presenti, invece, in certo tipo di occasione, a sostenere la difesa dei figlio. E i genitori del beffeggiato e martoriato per mesi, arrivato a suicidarsi, troppo fragile per sostenere da solo l’umiliazione, troppo timido per saper difendersi, dove stavano? Per non parlare dell’insegnante, che s’immola al vittimismo, come quella che, al lancio dell’astuccio, scappa fuori dalla classe, in lacrime, esibendo insicurezza, impotenza e umiliazione, tali da ingrassare l’orgoglio spavaldo del colpevole, che si fa scudo della bravata ignobile per nascondere le proprie insicurezze o inconsci complessi d'inferiorità.

I bulli ci sono sempre stati, forti del gruppo di sostenitori, altrimenti, singolarmente, tremebondi. Essi nascondono i propri malesseri e frustrazioni, osteggiando spavalderia nell’offesa, che non è solo verbale e, altro non è, che vigliaccheria travestita di spudoratezza. Essi sono i cosiddetti leader , ma del branco più che del gruppo. Minacciano armati di temperino o cellulare, così temibili da spaventare anche l’adulto, fino a costringerlo ad azioni di cui poi l’ accuseranno, avvalendosi della propria età minore, quasi fosse garanzia d’innocenza, del resto non perseguibile penalmente. Perché, se un adulto rende pubbliche le foto di una minore costretta in pose oscene, è decisamente uno schifoso pedofilo o, se l’età della vittima è superiore, è quantomeno un essere scorretto che non ha rispettato la privacy e va punito. Se invece il compagno di scuola, con i suoi seguaci, costringe la compagna (o l’insegnante), scatta foto col cellulare e le pubblica on line, è… un bullo.

Infatti di bullismo di parla sulle cronache di questi giorni, su giornali e TV.

Per bullismo, lo studente sedicenne di Torino, cronaca recente, si suicida, chiamato gay, che lo fosse o no è insignificante, ma tale lo si definisce perché è timido e gentile. Per bullismo, nel 2005, due tredicenni (Scuola Media Quasimodo, non ricordo la città) si suicidano, là dove, in precedenza, un altro ragazzino tredicenne, s’era suicidato, nel 1997…

Altri casi si potrebbero elencare. Alcuni dicono che le vittime non hanno il coraggio di confidarsi con insegnanti, o preside, o genitori stessi. Per vergogna, dicono. Io chiedo: servirebbe denunciare i persecutori? Confidarsi con l’insegnante che scappa in lacrime per il tiro di un astuccio? O con i genitori che, per lavoro o altro, sono quasi sempre assenti, semplici conviventi che s’incontrano soltanto la sera, troppo stanchi per dialogare?

E quelli che, chiamati bulli, piuttosto che carnefici, hanno, a loro volta, genitori presenti solo al momento difendere, a spada tratta, i propri sconosciuti, accusando piuttosto  di provocazione o condiscendenza, la loro stessa vittima?

I cosiddetti bulli sono sempre esistiti, in numero minore nel passato, con ben altri insegnanti e genitori, che conoscevano il senso del rimprovero o della punizione adeguata. Spesso è vero, eccessiva, ma la via di mezzo esiste?

Nella mia famiglia, si racconta di uno zio di mia madre, un certo Paolo, quinto anno di Liceo Classico (allora terzo anno, dopo i due anni di Ginnasio) che lanciò un calamaio (allora si usava penna con pennino da intingere nell’inchiostro del calamaio, inserito nel banco), cogliendo, lui diceva involontariamente, in fronte, il professore di greco. Ebbene: fu espulso a vita, da tutte le scuole del Regno (tempo di Monarchia) e non poté prendersi il diploma né, di conseguenza, proseguire, come era stato progettato, gli studi all’Università. Se ne parlava a bassa voce, come di uno scavezzacollo testa calda, ma purtroppo qualcuno, già allora, con un tono che, nella critica, aveva un accenno di compiacimento per tanta spavalderia. Ma, se non altro, la punizione esemplare c’era stata e serviva da monito a chi avesse voluto seguire il suo esempio.

In un mio articolo di anni fa, "Giovani oggi", che diversi siti on line hanno poi riproposto, affermavo che i ragazzi commettono pessime azioni, rasentando il crimine, per gridare al mondo la loro profonda disperazione e la disattenzione degli adulti intorno, gridano: noi ci siamo, esistiamo e, pur di affermarlo, siamo disposti a tutto anche a delinquere o a farci del male. In cuor loro, però, questo giovani, forse disprezzano coloro che li spalleggiano, o difendono e usano il termine bullismo, timorosi di un appellativo più idoneo, quello che preferiscono ignorare. E il senso di vuoto, l’assenza di riferimenti e di valori, nei ragazzi, aumenta. Nel branco che spinge al suicidio il compagno beffeggiato, siamo sinceri, non ci sono ragazzini che, negando sensi di colpa, convinti, o fingendo di esserlo, si vestono d’innocenza, ma ben altro e di peggio. Il male, spesso, è già entrato in loro, ad approfondire il vuoto già profondo che hanno dentro. E sarebbe bene che qualcuno facesse loro capire il danno che hanno fatto, inducendo al suicidio una vittima innocente. Non rinnego quanto scrissi nell’articolo di anni fa. Penso ancora che la colpa della loro colpa stia spesso a monte, proprio in coloro che, minimizzando, li difendono, dando ad essi, i bulli , una licenza a delinquere, piuttosto che cercare di capire e riempire quel vuoto che loro stessi, gli adulti, hanno prodotto.

Marzia Plumeri

aprile 2007

Parliamone