Non tutti e non sempre
Condivisibili le riflessioni di Lia, umanamente apprezzabili. Ho scritto più volte sul tema e i giovani sono nel mio cuore. Il pezzo, di alcuni anni fa, "Giovani oggi", presente in questo sito, è stato ed è ancora fonte di riferimento, visto che lo ritrovo in altri siti, con la mia autorizzazione o anche senza. Non è copiare me stessa se affermo che so bene quanto spesso, sotto un gesto o azione scriteriata, si nasconda un animo tormentato che urla "ci sono anch’io", così come so che va cercata la parte umana che in ciascuno di noi nasce buona e che solo le circostanze, alterano o guastano.
Ma non si può sempre e comunque, sminuire la gravità di un’azione che resta malvagia. Nemmeno, sia chiaro, si possono approvare, nell'episodio del parcheggio, il contegno e i commenti degli adulti intorno, esempio deprecabile e incivile oltre che dimostrazione di mente limitata. Mi sembra tuttavia eccessivo parlare di "odio" generalizzato, verso giovani o giovanissimi, che non credo si riveli, nemmeno in casi estremi, visto quanto in genere si cerchi di sminuire le responsabilità del minore anche in gravissimi fatti di cronaca nera.
C’è anche da chiedersi quanti siano i ragazzi, prima bambini, che hanno subito l’abbandono di un genitore, oltre al protagonista dell'episodio citato. Migliaia? Centinaia di migliaia? Di più? Così come tanti sono i genitori che, per affermare il proprio diritto ad un’ipotesi di felicità, o realizzazione di sé, dimenticano che nella scala dei diritti, i figli, specie se bambini, stanno in cima.
Quanti, c’è da domandarsi, per motivi diversi, ma meno visibili, hanno avuto un’infanzia infelice. A volte solo perché parcheggiati presso parenti o in luoghi vari, per non parlare della lunga permanenza davanti alla TV, con… libero zapping. Lungi da me, tuttavia, voler colpevolizzare il genitore. Perché diversamente non si può, visto che con un solo stipendio non si campa, o anche fosse, la donna-madre ha diritto di affermarsi professionalmente quanto la single.
Quanti ragazzi, in famiglia e fuori, hanno vissuto di peggio (non parlo dei sopravvissuti alle guerre, ben altra tragica storia) purtroppo violenze fisiche o, altrettanto gravi violenze psicologiche, soffrendo in un silenzio disperato, prematuramente adulti? Quanti per la mancanza di amore e di rispetto, o di comunicazione o assenza di figure di riferimento, o riferimenti sbagliati hanno persa la fiducia nel genere umano, visto che quello più prossimo li ha traditi?
Quanti oggi e quanti ieri, generazioni passate, ma così simili alle attuali, nella loro a volte angosciante solitudine. Ma non tutti, crescendo, per riscattare un’infanzia di dolore, commettono atti di teppismo o reati, portando ad altri dolore.
Non si può sempre attenuare e giustificare.
Se tutti i ragazzi, con passato infelice, per rendersi visibili, beffeggiassero e spintonassero, insultando e terrorizzando, dal coetaneo fino all’anziano, o scippassero, o bastonassero; oppure, lanciassero sassi da un cavalcavia sull’autostrada; oppure, con la forza o con l’inganno, trascinassero compagne di scuola, per volerle stuprare, segnandole a vita, molto più di quanto essi stessi siano stati segnati, o arrivassero anche a delitti più efferati, come purtroppo a volte accade, sarebbe davvero un mondo senza speranza. E, purtroppo, se è vero che il branco diventa mostro a più fauci, è anche vero che nel branco esiste sempre un singolo capo branco, che istiga e trascina. E non è detto che chi lo segue sia sempre incapace di intendere e di volere: si farebbe torto all’intelligenza umana.
Io so, per esperienza diretta e indiretta, che non sempre un’infanzia sofferta genera il male, anzi molto spesso, la conforta e la riscatta evitare il male degli altri, avendone conoscenza. E quindi, per rispetto ai giovani sani. o, se volete, più forti o più fortunati, pur compiangendo e comprendendo gli altri, si deve distinguere.
Condivisibile quanto afferma Lia, nella commovente riflessione all’episodio di teppismo, ma non si può troppo minimizzare un comportamento sbagliato e nemmeno ignorare la vittima che lo subisce. La pietà vale poco, se manca la volontà di far capire ai giovani che non sarà il male a guarirli dal male.
E, se vogliamo davvero aiutarli, cerchiamo almeno di dire loro la verità, senza ipocrisie o facili buonismi che alleggeriscono la nostra coscienza, ma portano loro, a volte, maggior danno di quanto già abbiano ricevuto.
Marzia Plumeri
Dicembre 2005