La parete d'odio
Ho appena terminato di leggere alcuni articoli di Vincenzo Andraous, bellissimi, sul carcere e sui ragazzi difficili. Per scrivere queste cose, mi dico, bisogna essere passati per il fuoco ed esserne usciti temprati e purificati. Avverto la passione sotto la lucida analisi argomentata.
Mi reco a fare acquisti.
La notte è silenziosa, raggomitolata nel suo manto di nebbia.Il suono dolce di una vecchia zampogna attraversa l’aria e riavvolge gli anni. Su un banchetto piramidi di arance e mandarini distillano dalla memoria ricordi d’infanzia.
All’improvviso fischi acuti e scoppiettii frantumano l’atmosfera idilliaca; lampi freddi violentano il buio della piazza.
Il branco sbuca compatto dal nulla, vicino ai giardinetti.Non individui, persone, ma un unico mostro ghignante. Schiamazzando, si divertono a bersagliare una signora che ha appena parcheggiato la sua auto.
I mortaretti, lanciati da mani senza amore, perdono ogni connotazione festosa, diventano quasi strumenti bellici.
La donna, terrorizzata, saltella e urla. Nella sua voce vibrano il dolore, l’impotenza, la rabbia. "Carcerati avete da fini’!". L’accento romanesco affonda, intriso di veleno.
A pavida distanza un gruppetto di persone commenta: "Il carcere è poco. La sedia elettrica per questi maledetti!". Un mite ometto, le guance paonazze, rincara: "So’ stranieri! Vengono a comanda’ a casa nostra!"
Sghignazzano i ragazzi, ma il suono delle loro risate è vuoto d’allegria. Si danno coraggio scazzottandosi per scherzo. Sanno relazionarsi solo usando la violenza, rifletto.
Noi, la gente per bene, di qua; loro, i teppisti, di là della parete d’odio.
L’oleografica immagine natalizia giace strappata sul marciapiede assieme ai mortaretti fumanti.
Un sentimento acre, che sorprende la mia tolleranza, zampilla dall’inconscio. Vorrei cancellare dall’umanità, con un colpo di spugna, il branco. Non gli perdono di avere sporcato l’immagine tenera del "mio" Natale.
Fisso con astio i giovani delinquenti. All’improvviso i lineamenti delle loro facce sembrano frantumarsi e poi ricomporsi come in un puzzle. Con stupore li riconosco: sono alunni delle mie classi! Ecco Michele, il piccolo viso indurito, consumato dalla rabbia, dopo che il padre ha abbandonato la casa, lasciandola desolata come una steppa siberiana. Ecco Robertino dalle risate sgangherate con cui nasconde una difficile realtà esistenziale. E poi, via via, altri visi si sovrappongono, quelli di tutti i paria che siedono negl’ultimi banchi o che consumano, in castigo, nei corridoi delle scuole, le loro ore vuote di senso. Un sentimento dolce scende, come rugiada, nel mio animo e spegne l’odio. Noto, una volta puliti gli occhi dal pregiudizio, impresse su quei ragazzi dall’aspetto feroce, le stimmate di una vita arida d’affetti, di modelli positivi, di speranza. Anche loro, come il mio Michele, il mio Robertino, sono esseri umani in difficoltà.
Se guardassimo con meno indifferenza i giovanissimi che incrociano, con i loro jeans sformati e i giubbotti alla moda, la nostra strada, forse ci accorgeremmo che, dietro comportamenti asociali e violenti, nascondono la fragilità, il deserto affettivo, una inarticolata richiesta d’aiuto. Ci sentiremmo, in qualche modo, corresponsabili del loro futuro e gli tenderemmo una mano nei punti più accidentati del cammino.
Non ci troveremmo, in una fredda notte di dicembre, a fronteggiare queste tristi parodie di guerriglieri.
Nel mio animo, alle dolci immagini dell’infanzia, si mescola un senso più profondo ed evangelico del Natale, la consapevolezza che Gesù è sceso sulla terra anche per abbattere tutte le pareti d’odio.
Buon Natale!
Lia
dic. 2005