Riflessioni dell'8 ottobre 2001

 

Parole per non dire

Parole, strumento fondamentale di comunicazione, prima pensiero e riflessione, ma a volte pronunciate quasi senza pensare, prive di un autentico significato, dette tanto per riempire un silenzio più denso e doloroso.

Le parole hanno potere, dette e più ancora scritte, se scelte con attenzione mirata, tale da raggiungere la parte più sensibile di chi ascolta (quando ascolta). Così da ottenere una reazione di consenso emotivo, anche se a volte è di rifiuto.

Ci sono parole dette e scritte per non dire, quindi prudenti, a volte subdole, o ipocrite, altre peggio suscettibili di modifica all'occorrenza

Molte ne sono scorse nella storia dell'umanità, di senso opposto, tutte convinte di essere nel giusto, o con l'intento di sembrarlo, come se la verità fosse patrimonio di parte e quindi una, senza considerare che ciascuno ha una propria verità non meno vera di un'altra e che la verità assoluta appartiene solo a Dio. E tuttavia la sua Perfezione ci consente la libertà di scelta nella ricerca della verità e certo delle parole.

Dopo l'undici settembre ci sono state parole immediate, di forte emozione, di orrore, dolore, rabbia, disperazione, solidarietà, ma anche dette per non dire. Si è parlato di lotta, di operazione di polizia, di azione e reazione, di giustizia… per non dire la parola GUERRA. Ma quella parola "GUERRA" già era stata scritta nel cielo di NewYork a Manhattan e di Washington sul Pentagono da due aerei di linea, dirottati da terroristi kamikaze per distruggere e seminare morte in un'azione di sterminio. E ciò che ne è seguito, chiamato con molti sinonimi, per non offendere la suscettibilità di alcuni o per evitare sensi di colpa o di responsabilità alla partecipazione, altro non è che" guerra".

E l'ipocrisia di certe affermazioni durante certi dibattiti o incontri in TV, in Italia e fuori, susseguiti e seguiti sulle molte reti, dove con cura " quella" parola è stata evitata, ma a volte sfuggita e subito corretta, sia dai partiti di governo che dell'opposizione.

Come se dire "guerra" al terrorismo fosse molto più compromettente rispetto a "operazione" di polizia internazionale" contro il terrorismo.

E, da ieri, siamo in guerra, ma solo Forattini nella sua vignetta ha scritto la fatidica parola con le stelle della bandiera americana.

E dire la parola chiara e papale già permette le dimostrazioni di riprovazione in piazza, giuste e prevedibili, come sempre in tali occasioni, perché la pace è aspirazione di tutti coloro che hanno buon senso e soprattutto di chi è giovane o anche di chi è genitore e vorrebbe risparmiare ai figli l'orrore negli occhi e nel cuore, letti in altri sguardi di bambini, in altre parti del mondo, ma anche la scappatoia per chi si era schierato in un senso e potrà dirsi contrario.

Qualcuno alla vigilia dell'entrata in guerra, quella dichiarata dai terroristi integralisti islamici, anch'essi coperti e nascosti da altri che non appaiono, ma ci sono, ha confrontato civiltà diverse, dando valutazioni di superiorità o inferiorità. Ogni popolo ha la propria storia e cultura, con errori e dimostrazioni di crudeltà e inciviltà ( gli armadi di tutte le Nazioni traboccano di scheletri). Ma nessuno può negare che ciascuno abbia dato il proprio apporto allo sviluppo delle scienze di cui ha beneficiato tutta l'umanità.

Ma se guardare alla storia passata può essere giusto o dimostrazione di cultura e titoli, è anche una sorta di elusione della realtà del momento.

Risalire alle Crociate, o citare l'Inquisizione, per realizzare che anche noi, ieri…. Ma l'oggi è adesso e, scusate, parlare di Guerra Santa attualmente, dichiarata con tanta enfasi e tempismo, da Ben Laden nella sua registrazione già predisposta, mi fa pensare all'Orlando furioso… l'Ariosto ci si farebbe d'oro.

Non credo nella motivazione della Guerra Santa: certo, i popoli si fanno trascinare e convincere, s'inebriano di eroismo e santità nell'immolarsi in nome della causa divina, ma le guerre nascono nel progetto predefinito e preciso di alcune menti che sanno ben strumentalizzare il concetto di Dio per i loro obiettivi, in un delirio di potere con l'intento di espansione e dimostrazione di superiorità, con l'ambizioso quanto folle scopo di dominio del mondo, altri la storia ne ha conosciuti e non parlavano di guerra santa.

Figli di quel progetto sono i kamikaze, immolati nel nome di Allah dopo essere stati allevati con l'oppio della religione e la promessa di un premio sicuro, un Paradiso dove avranno a disposizione le vergini Urì per la loro gioia e piacere eterni, purificati per concessione divina, senza più il rischio di incorrere in un'atroce condanna terrena per aver commesso atti impuri.

Ma non voglio spendere altre parole col rischio di sbagliare, consapevole dei miei limiti. Nemmeno vorrei essere fraintesa. Rispetto ogni filosofia e libertà di pensiero e odio la violenza in qualunque parte si collochi, ci tengo a precisarlo. Il confine fra torto e ragione è più sottile di un capello. Contesto quindi il giudizio di un amico che, pochi giorni fa, mi ha fatto notare che per dare giudizi non basta avere una mente pensante, così come non si sente di darli lui ( a parte il fatto che afferma di stare con Bin Laden). Invece, gli rispondo, il mio  giudizio proviene dalla consapevolezza di avere una testa e dei pensieri col diritto alla libertà di esprimerli. Probabilmente in altra parte del mondo non potrei. Ed è proprio questo diritto negato che rende un popolo schiavo, avvilendolo a livello di gregge.

Le parole a volte sembrano precedere i pensieri, tanto sono veloci. Escono e si rincorrono, qualche volta s'intrecciano e si confondono, o impazziscono. Altre si fissano nella scrittura e magari si esaltano, a proposito o a sproposito. Altre sanno incantare, o trascinare le masse. O magari hanno il pudore di rivelarsi e si nascondono  insicure, dietro le parole di altri.

In altri casi, i pensieri si affollano e pretendono di essere tradotti in parole, nonostante i limiti dell'ignoranza. Ma è difficile oggi essere ignoranti, è più facile essere in buonafede o in malafede.

E anche le parole, a volte, vogliono riposarsi e fare posto al silenzio.

Marzia Plumeri

ottobre 2001

 

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