PSICOLOGIA E VOLONTARIATO * Racconto e testimonianza raccolta da Elettra K.
(Resta implicito che sarà considerato, ed eventualmente pubblicato, ogni intervento, anche contrario, per esperienze analoghe o diverse.)
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UNA VITA SEGNATA
"La fanciulla udì un fruscio tra le foglie dell'albero Pictor, alzò lo sguardo e sentì nuovi pensieri, nuovi desideri, nuovi sogni muoversi dentro di lei. Era incantata dalla canzone che sussurrava, lieve la sua chioma. Si appoggiò al suo tronco ruvido, sentì l'albero rabbrividire profondamente, sentì lo stesso brivido nel proprio cuore."
(Hermann Hesse)
La depressione e' una malattia molto insidiosa e devastante che, in quanto tale, se ignorata o trascurata, miete molte piu' vittime di guerre, terremoti e inondazioni messi insieme. Quando una persona e' fortemente depressa, ha una visione completamente distorta e apocalittica del mondo e di tutto cio' che la circonda e ce l'ha indiscriminatamente e ingiustificatamente con tutto e con tutti. La depressione e' una bestia subdola e schifosa che, se non cerchi di correre subito ai ripari, ti porta, lentamente ma inesorabilmente, all'autodistruzione.
Questo, a suo tempo, era successo anche ad Alessia. Non sapeva che cosa, in particolare, l'avesse fatta cadere in depressione. Forse a cio' avevano contribuito tutta una serie di eventi, molti dei quali dolorosi, che si erano succeduti nel corso della sua vita e che l'avevano portata, ad un certo punto, ad "accusare il colpo": la perdita di entrambi i genitori (morti l'uno a due anni di distanza dall'altro, quando lei era ancora minorenne); il fatto che per molti anni fosse, per cosi' dire, vissuta solo di studio, precludendosi tutto il resto; e l'angoscia per non sentirsi amata, compresa, accettata e rispettata dagli altri per quella che era. Aveva circa ventitre anni, quando la sua depressione raggiunse l'apice, portandola sull'orlo del baratro. Si era chiusa sempre piu' in se stessa. Rifiutava in malo modo il contatto con tutti coloro che la pensavano diversamente da lei. Si nutriva, per cosi' dire, solo di telegiornali e di programmi deprimenti. E non faceva che piangere, angosciarsi e parlare solo di guerre, di violenze, di stupri, di massacri, del terrore di un conflitto nucleare, di inquinamento ecologico, di desertificazione e di deforestazione. Nel discutere con gli altri di tutto ciņ, s'imbestialiva contro l'indifferenza della gente nei confronti dei problemi del mondo e dava sfogo a tutta la sua rabbia ed al suo disprezzo. Si sentiva impotente perche' avrebbe voluto fare qualcosa per arrestare tutto questo e porre rimedio ai mali del mondo. Ma, la consapevolezza di non esserne assolutamente in grado, faceva si' che ella si angosciasse e si disperasse ancora di piu'. A poco a poco tutti i conoscenti ed i parenti (di amici e amiche con cui uscire e divertirsi non ne aveva mai avuti) si erano inoltre progressivamente allontanati da lei e l'avevano abbandonata a se stessa e al suo destino, facendola, in questo modo, sentire ancora piu' sola e disperata. Si era ridotta, dato che non poteva piu' parlare con nessuno, a sfogare la sua ira e il suo odio e ad esorcizzare la sua solitudine e la sua sofferenza, riempiendo fogli dattiloscritti di pensieri negativi, di maledizioni e di invettive contro tutto e contro tutti. Provava rabbia anche nei confronti dei propri familiari e dei propri parenti perche', la nascita dei suoi due nipoti, l'aveva progressivamente privata del suo spazio, deturpandola perfino dell'unico luogo che le apparteneva e nel quale poteva rinchiudersi, godersi un po' di quiete e starsene in pace quando non voleva essere disturbata: la sua stanza da letto. Per molto tempo aveva provato un fortissimo desiderio di andare ad abitare per conto proprio perche', il tunnel nel quale era sprofondata, l'aveva portata ad avercela senza motivo con i propri parenti piu' stretti, che si erano invece presi cura di lei dopo la morte dei suoi genitori, l'avevano sempre accudita amorevolmente e non le avevano mai fatto mancare niente. Qualche volta Alessia aveva anche pensato al suicidio. Ma non aveva mai avuto il coraggio di tentarlo.
A venticinque anni, non sapendo piu' dove andare a sbattere la testa, Alessia si rivolse ad una psicoterapeuta. Ma l'esperienza che ebbe con quest'ultima fu disastrosa. Roberta (cosi' si chiamava la psichiatra dalla quale ando' a colloquio per circa un anno) non faceva altro che umiliarla, mortificarla, ferirla nell'orgoglio e calpestarla nei propri sentimenti e nella propria dignita' di persona. Roberta la trattava piu' come una handicappata e una bambina ebete, necessitante quindi solo di coccole, di moine, di smancerie e di protezione materna, che non come un essere umano in tutto e per tutto uguale agli altri. Sostenendo probabilmente la teoria della cosiddetta "riduzione del danno", la assecondava totalmente nella sua rabbia contro i propri familiari e, invece di cercare di aiutarla a migliorare i rapporti con loro ed a vedere i problemi che lei aveva con questi ultimi anche nei loro aspetti positivi, la aizzava ad andarsene di casa e la bersagliava di continuo perche' studiava poco e non dava esami: "Studi?" "Quante ore studi?" "Quanti libri hai fatto?" "Quanti te ne mancano?" "E' tanto che non dai un esame!".
Ma questo non era tutto. Da circa un anno, il bisogno di sentirsi utile a qualcuno, aveva spinto Alessia ad entrare a far parte di un'associazione di volontariato, della quale non era ancora riuscita (e questo la addolorava immensamente) a diventare operatrice a tutti gli effetti. Roberta dimostrava nei suoi confronti totale incomprensione anche da questo punto di vista. Le ripeteva di continuo, tirando in ballo le persone di quell'associazione, che anche lei conosceva bene: "Per cosa vuoi fare l'operatrice? Per diventare come Carla (una responsabile di quell'ambiente poco stimata da tutti, a causa del suo carattere e del suo modo di fare alquanto scostanti) che, nonostante abbia gia' ventisei anni, non si e' ancora laureata? Vuoi mettere quanto tu, laureandoti, le dimostreresti di essere superiore?"
Alessia era sempre stata brillante negli studi; si era diplomata col massimo dei voti e, nei primi quattro anni di Universita', era riuscita, nonostante i seri problemi di reperimento del materiale, a dare sette esami orali con la media del ventotto. Cio' nonostante aveva desiderato piu' volte di tentare il suicidio. Evidentemente a Roberta non era mai passato per la testa che, se per Alessia era cosi' importante arrivare a diventare operatrice, voleva dire che per lei la laurea non era l'elisir della felicita' e che a lei interessava di piu' la gratificazione umana, rispetto a quella materiale. Sta di fatto, comunque, che l'atteggiamento petulante della psicoterapeuta provoco' in lei una repulsione totale nei confronti dello studio e la porto' sul punto di interrompere definitivamente l'universita'. C'era poi un altro aspetto, nel comportamento di Roberta, che la infastidiva alquanto e la faceva letteralmente imbestialire. Alessia dava sfogo a tutta la sua collera, sfoggiando un turpiloquio cosi' ricco e forbito, da suscitare quasi l'invidia e l'ammirazione perfino dei piu' abili ed esperti scaricatori di porto italiani. Roberta approfittava di questo fatto; quando Alessia era irritata, la incitava, in tono fortemente provocatorio e canzonatorio, a sfogarsi, aizzandola a dire parolacce ed a fare sospiri.
Tutti questi elementi le fecero progressivamente perdere del tutto la stima e la fiducia nei confronti di Roberta e la portarono, col tempo, a provare per lei rabbia, odio e sete di vendetta e ad interrompere la psicoterapia.
Ma il peggio doveva ancora venire.
All'interno dell'ambiente di volontariato di cui faceva parte, Alessia aveva conosciuto un ragazzo, Michael, studente di psicologia. Michael le fece scoprire una parte di sé che neanche immaginava di possedere. Grazie a lui, Alessia si rese conto di essere anche capace, quando udiva la sua voce, il suo sorriso e le sue battute e stava in sua compagnia, di provare piacere e tenerezza, sensazioni che, prima di allora, non l'avevano mai nemmeno sfiorata. Grazie a lui Alessia inizio' ad apprezzare anche quei piccoli e semplici gesti di cortesia e di gentilezza, ai quali, fino ad allora, non aveva mai prestato attenzione, come ad esempio il fatto che egli, quando andava a prendere il caffe', lo portasse e lo offrisse anche a lei. Michael fu la prima persona che riusci' a farle provare, per la prima volta nella sua vita, una grande gioia di vivere. Il tono della voce di lui che, quando la vedeva, la salutava e le diceva "Ciao Alessia!" col sorriso sulle labbra, aveva per lei l'effetto di un raggio di sole che, riuscendo a fare breccia nella spessissima coltre di rabbia, di rancore, di tristezza, di sfiducia e di malinconia che avvolgeva ed offuscava sempre il suo viso, lo illuminava di allegria.
Fino a quel momento non si era mai soffermata a pensare alle sensazioni meravigliose che una persona riesce a provare nel contatto fisico con gli altri, nel prendere o nello stringere loro la mano, nell'abbracciarli o nell'accarezzare i loro capelli. Ogni volta che si trovava in sua compagnia e udiva quella voce, quel modo di parlare, cosi' caldo e dolce, la passione s'impadroniva di lei, attanagliandola nella morsa del desiderio e sopraffacendola. Una volta le era capitato, non casualmente, di sfiorare il dorso della mano di Michael (egli era restio a farsi prendere per mano ed a darla agli altri), mentre egli, nel riaccompagnarla in macchina a casa, la teneva appoggiata sulla leva del cambio. Nel sentire quella mano cosi' vicina alla sua, non aveva resistito alla tentazione di toccarla e quel contatto, nonostante fosse durato solo una piccolissima frazione di secondo e benche' la mano di lui fosse stata fredda, l'aveva resa molto felice.
Ma quel sentimento non tardo' a manifestarsi anche nei suoi aspetti piu' nefasti e le creo' moltissimi problemi. Quando Alessia si rese conto che Michael non era per lei uguale a tutti gli altri, iniziarono i guai. Il piacere si trasformo' ben presto in tensione, in silenzio e inibizione, aumentando cosi' enormemente, essendo anch'egli un responsabile dell'associazione, le difficolta' che le impedivano di arrivare a diventare operatrice.
Spesso Michael compariva all'improvviso, quando Alessia non se lo aspettava. Ed ella, che fino a quel momento conversava tranquillamente con gli altri, nell'udire quella voce, s'irrigidiva e piombava nel silenzio di tomba. Molte volte, nel constatare con quanta facilita', spontaneita' e naturalezza tutte le altre volontarie riuscivano ad essere affettuose, a giocare, a ridere ed a scherzare con lui, aveva un tuffo al cuore o le veniva un nodo alla gola. In quei momenti riusciva a stento, prigioniera della sua sofferenza, dovuta alla timidezza, ad impedire che le lacrime le sgorgassero da quegli occhi immersi nell'oscurita' dal giorno della sua nascita, a causa di una grave forma di glaucoma congenito, che ne aveva irrimediabilmente danneggiato il nervo, non lasciandole scampo. Piangeva pero' dopo, quando arrivava a casa, prendendosela con se stessa per la sua inibizione d' innamorata, per la fragilita' dimostrata di fronte agli altri e per non essere stata all'altezza della situazione. Altre volte, quando non ce la faceva a trattenere le lacrime, appena Michael andava via, correva a rinchiudersi nel bagno e scoppiava nei singhiozzi. Gli altri sembravano non accorgersi (o forse la cosa li lasciava del tutto indifferenti) della sua permanenza, a volte lunga, alla toilette e non gliene chiedevano mai il motivo. Questa loro insofferenza, se da un lato era per lei, per certi versi, un sollievo (non le andava infatti di dover rendere conto agli altri, nutrendo poca stima e fiducia nei loro confronti, del perche' del suo stato d'animo), dall'altro pero' la addolorava e la amareggiava enormemente perche' le dava la misura della serieta', della sensibilita' e dell'umanita' che regnavano nei loro cuori.
Quando le era dato di vedere Michael e di stare in sua compagnia, Alessia alternava serate e momenti di tensione e di inibizione soffocanti, nei quali diventava come un blocco di granito e non riusciva quasi a pronunciare una sola parola, ad altri (rari), in cui, facendo sforzi sovrumani, e durando molta fatica, era capace, bene o male, di dirgli qualcosa. Michael sembrava non comprendere (o forse fingeva di non capire) il motivo di quel comportamento cosi' strano e altalenante. Reagiva ai silenzi di Alessia, limitandosi a rimandarglieli, senza cercare mai in alcun modo di scavare piu' a fondo, di provare a scalfire quel muro e di capire da che cosa dipendeva quell'anomalo mutismo. Una sera, vedendola zitta, le aveva detto ironicamente, rattristandola alquanto e provocando in lei un disagio ancora maggiore: "Mi raccomando Alessia, non fare troppo rumore!"
Quella situazione, per certi versi, da incubo, duro' circa due anni e mezzo e le porto' via moltissima energia, soprattutto psicologica. Per tutto quel tempo Alessia cerco' di esorcizzare la sua sofferenza e il profondo senso di frustrazione, dovuto al fatto che con Michael non riusciva ad essere e a comportarsi come con tutti gli altri, scrivendogli una sorta di "diario epistolare", nel quale dava libero sfogo a tutto cio' che sentiva per lui e reprimeva quando era in sua compagnia e gli raccontava tutto di se', di come stava, di cio' che provava e di quello che le succedeva. Altre volte, forse cercando di soddisfare il suo bisogno di poter toccare e prendere per mano anche lui,accarezzava di nascosto il suo giacchetto, quando era appesa all'attaccapanni o giaceva appoggiato su una sedia o su poltrona, sperando che nessuno la vedesse.
Poi, non potendone piu' di tutti quei silenzi e di tutte quelle dolorosissime inibizioni, spinta anche da "esigenze di servizio" sempre piu' incalzanti, Alessia riusci' a parlare con Michael e ad aprirgli il suo cuore, a dispetto di tutti coloro (Roberta compresa) che non l'avrebbero mai ritenuta tanto forte e coraggiosa, da arrivare a compiere un simile gesto. Michael, pur non ricambiandola, le promise tuttavia di aiutarla ad affrontare i problemi che ella aveva con lui e le assicuro' non solo che,nonostante tutto, non avrebbe cercato di evitarla, ma che, di li' innanzi, tra loro si sarebbero instaurati un clima piu' disteso ed una convivenza piu' civile.
"Mi sento sollevato. Alla luce del sole le cose si fanno meglio!", le disse in quell'occasione. Quel giorno, al termine del loro colloquio, Alessia provo' una grandissima gioia e un profondo senso di liberazione. Cadde in una sorta di torpore, simile a quello che in genere colpisce uno studente, dopo che ha sostenuto un esame molto difficile.
Quella sensazione di euforia duro' in lei alcuni giorni, durante i quali, non riuscendo ancora a credere a cio' che era accaduto, continuava ripetutamente a domandarsi se avesse veramente parlato con lui, o se si fosse invece trattato solo di un sogno, dal quale presto si sarebbe svegliata. Le occorse un po' di tempo, per realizzare che, quello che era successo, era tutto vero.
La gioia di Alessia si dissolse pero' ben presto come le bolle di sapone. Michael infatti, rimangiandosi la parola, preferi' lavarsene letteralmente le mani. Penso', evidentemente, che, il miglior modo per aiutare Alessia fosse, per cosi' dire, quello di punirla per i sentimenti che provava nei suoi confronti, dandosi alla fuga. Da quel giorno fece di tutto per non rimanere mai piu' da solo con lei. Ogni volta inventava una scusa diversa per evitare di riaccompagnarla a casa. Circa cinque mesi e mezzo dopo il loro colloquio si dimise da responsabile. Le nego' anche l'amicizia. E, poco dopo se ne andò dall'associazione.
Quell'ulteriore mazzata tra capo e collo getto' Alessia nello sconforto e nella disperazione piu' neri, rendendola ancora piu' afflitta, sfiduciata e sprezzante nei confronti di tutto e di tutti. La sua sofferenza era accentuata dal fatto che ogni cosa, li' dentro, le ricordava Michael ed i momenti, dolci e indimenticabili, che ella aveva trascorso in sua compagnia. Le venivano in mente di continuo le ore trascorse nei locali insieme a lui ed agli altri volontari al termine del servizio, le feste e le cene a cui avevano spesso partecipato e i momenti spensierati, spesi tutti insieme, durante le serate estive, seduti ai tavolini del giardino della Villa, dove davano il cinema all'aperto. Tutto insomma contribuiva a ricordarglielo e ad addolorarla immensamente per non essere riuscita, quando cio' era possibile, a vivere intensamente ed a godere appieno ogni attimo di felicita' che la vita le aveva concesso. Ogni volta che Michael passava a trovarli, era per lei uno strazio. Alessia continuava ad essere tesa e inibita con lui e i sensi di colpa prendevano sempre di piu' il sopravvento in lei. Anche in quelle occasioni, quando lui andava via, correva a rinchiudersi nel bagno e scoppiava a piangere. Ella non aveva mai fatto pesare a Michael cio' che provava nei suoi confronti. Si era sempre tenuta in disparte, sobbarcandosi da sola tutto il peso di quell'enorme fardello, senza mai chiedere ne' pretendere niente da lui. Pur conoscendo il suo numero di telefono a memoria, non si era mai permessa di usarlo una sola volta, neanche per domandargli banalmente, quando sapeva che lui era di turno, se poteva, prima di recarsi all'associazione, passare a prenderla. Si peritava a tal punto a chiamarlo, da andare piuttosto ad "elemosinare" passaggi dagli altri volontari. E, quando questi ultimi non potevano accompagnarcela, rimaneva a casa. Il fatto dunque che egli, solo perche' non ne era innamorato, le avesse negato anche l'amicizia e se ne fosse infine andato dall'associazione, era stato per lei una vera e propria beffa.
Possibile che Alessia lo avesse idealizzato a tal punto, da costruirsi nella propria mente un'immagine di lui completamente distorta? Sta di fatto che, nonostante tutti i tentativi che Alessia aveva fatto (l'ultimo dei quali era stato una lettera che gli aveva scritto circa un mese dopo la morte di suo padre, che non le fu mai dato di sapere se egli avesse ricevuto o meno e dove trasparivano tutta la sua amarezza, il suo risentimento, la sua sofferenza ed il timore di essere stata proprio lei a farlo andar via), per cercare di capire se Michael avesse lasciato quell'ambiente a causa sua oppure no, egli non fece mai niente per rassicurarla a tale riguardo. Tutto cio' unito alla rabbia, all'amarezza e allo sconcerto per aver ricevuto, proprio da un aspirante psicologo, un pessimo esempio di come si affronta la vita, la porto', circa un anno dopo l'uscita di scena di Michael, a venire via di li' a sua volta, preda della collera e dell'amarezza per essersi sentita tradita, abbandonata, presa in giro e buttata via come se fosse un sacco dell'immondizia, dello sconforto e dei sempre piu' brucianti sensi di colpa e rimorsi di coscienza per aver osato dirgli la verita'.
La partenza di Michael non fu comunque l'unico motivo per il quale Alessia lascio' quell'ambiente. Prese la decisione, molto sofferta, di andarsene perche' anche li' dentro non facevano che ferirla, giudicarla, umiliarla, pugnalarla alla schiena e trattarla come un peso.
Ella aveva, per inesperienza, commesso l'errore madornale di esternare e far comprendere agli altri i sentimenti che provava per Michael, con troppa facilita', senza prima ponderare accuratamente chi aveva di fronte. Lo sbaglio piu' grave che aveva fatto era stato quello di credere stupidamente che, trattandosi di un ambiente di volontariato, tutte le persone che ne facevano parte dovessero, di conseguenza, essere serie. Questa ingenuita' infantile le si era prontamente ritorta contro. Molti volontari non avevano tardato ad approfittare di quella situazione. Alcuni di loro avevano preso l'abitudine di farsi vedere li' dentro soltanto quando di turno c'era Michael, allo scopo di provocare Alessia e di ostacolare ulteriormente ogni suo tentativo di creare con lui un clima piu' disteso.
Non contenti di questo, avevano addirittura stretto un vero e proprio patto di sangue per impedirle di incontrarlo, coalizzandosi perfino per non portarla mai neanche a vederlo (Michael era il chitarrista di un gruppo che si esibiva spesso nei locali limitrofi) quando suonava, incuranti del fatto che, anche lei, era un essere umano fatto di carne ed ossa, con un cuore che batte, un'anima, dei sentimenti ed una dignita' come loro. Tutti i volontari le davano ad intendere che non andavano ad assistere alle esibizioni di Michael. Ma poi facevano il contrario. Tizio le suggeriva di provare a domandare a Caio se ci andava, Caio la mandava a chiederlo a Sempronio e cosi' via.
"Se passi dall'associazione, trovi qualcuno che ci va"!, si sentiva ripetere spesso. Ma Alessia, oltre a non essere quella stupida che loro credevano (quando voleva sapere qualcosa, infatti, facendo le opportune domande a chi di dovere, riusciva sempre ad ottenere quello che voleva), aveva anche un buon udito. Le capitava quindi, durante qualche cena, o quando alcune volte, al termine del servizio, si recava, insieme a due o tre di loro, in un locale a bere qualcosa, di captare qualche frase in qua e in la' e di scoprire che andavano a vederlo eccome! Altre volte invece alcuni di loro le promettevano di portarcela, ma poi si defilavano sempre all'ultimo momento con qualche scusa.
I volontari di quell'ambiente non si limitavano a giocare con i sentimenti e con i problemi che Alessia aveva con Michael. Si spingevano anche oltre. La prendevano sempre di mira sul suo modo di essere e di comportarsi, dimostrandosi poi nei fatti, se non peggiori, comunque non migliori di lei. L'accusavano spesso di disinteressarsi totalmente degli altri e di vendersi facendo la vittima perche', avendo ella alle spalle molte esperienze negative, era sempre seria.
Una volta erano addirittura arrivati a dirle che, se un uomo si fosse messo insieme a lei, dopo tre giorni si sarebbe impiccato ad un palo.
Pur pretendendo inoltre moltissimo da lei dal punto di vista psicologico ed emotivo (ella doveva infatti, ogni volta che qualcosa a livello di servizio non andava, rendere loro conto del perche' aveva certe reazioni; a tale riguardo non le risparmiavano mai vere e proprie inquisizioni), le ripetevano spesso che si aspettava troppo da loro, rinfacciandole di continuo il fatto che tutte le volte andavano a prenderla e la riaccompagnavano. Senza contare poi le battute caustiche a sfondo erotico e sessuale (una volta alcuni di loro si misero a misurare' in sua presenza, il grado di scopabilità di una donna in base ai propri occhi,ridendoci sopra) di cui Alessia diveniva spesso oggetto!
Negli ultimi tempi i loro attacchi nei suoi confronti si erano fatti ancora piu' serrati. Le ripetevano sempre piu' frequentemente che lei aveva investito troppo su quel tipo di servizio, che c'erano cose piu' importanti di quella, che doveva divertirsi di piu' e andare di piu' a giro. Lei sentiva che quelle parole nascondevano un chiaro invito a levare le tende perche' era di troppo. Ma teneva duro e difendeva strenuamente e a spada tratta le sue motivazioni: essere e sentirsi utile agli altri e dimostrare a se stessa, attraverso il suo servizio di operatrice, che esisteva anche lei.
Un'altra cosa che la avviliva e la amareggiava di quell'ambiente, era la consapevolezza di aver a che fare con operatrici che si erano conquistate la stima e la simpatia degli altri, andando a letto con tutti e recitando il ruolo delle "Buone Samaritane", con l'unico scopo di accattivarsi la loro fiducia e ascoltare le loro confidenze, per poi sbandierarle a destra e a sinistra e specularci sopra. Una di loro, in particolare, si divertiva, quando Michael era presente, ad assumere con lui atteggiamenti fortemente provocatori nei confronti di Alessia, strusciandoglisi addosso di proposito, o alludendo, con un tono di voce molto accentuato ed enfatico, ad ogni suo incontro o cena con quest'ultimo.
Alessia subi' e sopporto' tutto questo per cinque anni, prigioniera del suo orgoglio, perche' quello era l'unico gruppo di persone che frequentava, per amore del quieto vivere, ma, soprattutto, per non abbassarsi al loro livello. Poi pero', dopo l'ennesima umiliazione, giunta all'esasperazione, in un caldo pomeriggio di meta' marzo tolse il disturbo, stanca delle loro cattiverie, della loro malignita', delle loro bugie, dei loro sotterfugi e delle loro promesse mai mantenute.
Circa una settimana prima Giorgio (il responsabile principale di quell'ambiente, psicologo anch'egli) le aveva detto per telefono che, da quel momento in poi, per continuare ad andare li', avrebbe dovuto chiedere al Comune se poteva fornirle dei buoni taxi perche' loro (nonostante la presenza, all'interno dell'associazione, di due obiettori di coscienza) avevano "problemi di trasporto". Quella frase era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Negli ultimi mesi di permanenza li' dentro Alessia si era trovata spesso da sola con i due obiettori di coscienza. Ed aveva avuto modo di constatare come essi, durante l'assenza di Giorgio, invece di svolgere il loro servizio, preferissero piuttosto starsene ad ore a fare i giochini al computer, a leggere i giornalini o a guardare la televisione. Per andare dalla sua abitazione alla sede dell'associazione ci volevano, si' e no, cinque-dieci minuti. Dove erano dunque tutti quei "problemi di trasporto"? No, basta! Questo era veramente troppo! Non avrebbe tollerato ulteriormente i loro soprusi! Anche lei aveva una dignita'! Durante quella conversazione telefonica Alessia aveva dunque iniziato a sputare il rospo ed aveva chiesto a Giorgio un incontro a quattr'occhi.
Fu il loro ultimo colloquio. In quell'occasione Alessia vuoto' completamente il sacco e si tolse la soddisfazione di dire in faccia a Giorgio che se ne andava perche', continuare a frequentare quell'ambiente, le procurava ormai solo tensione e nervosismo; perche' aveva perso completamente la stima e la fiducia in loro; perche' si era aspettata di trovare li' dentro piu' serieta' e umanita', ma era rimasta delusa e amareggiata; e infine perche', pur essendosi sempre comportata correttamente, oltre a non essersi mai sentita accettata ne' rispettata, era stufa dei loro continui giudizi nei suoi confronti. Aggiunse poi che, forse, di li' a qualche mese sarebbe ritornata. Ma, per il momento, non ne aveva piu' voglia. Per tutta la durata della sua arringa Giorgio non batte' ciglio. Quando Alessia ebbe finito, si limito' a risponderle: "Mi hai spiazzato completamente. Pensavo, in questo colloquio, di parlare di altre cose. Ma se la tua decisione e' questa...!" Poi, preso atto di cio', la riaccompagno' a casa. Mentre l'auto di Giorgio percorreva, per l'ultima volta, il breve tragitto che separava la sede dell'associazione dall'abitazione di Alessia, egli le disse freddamente che, dato che tutti gli operatori che avevano smesso di andare in quell'ambiente non erano svaniti nel nulla, qualora qualche volta avesse voluto farsi viva anche lei, aveva il loro numero di telefono.
Visto pero' con quanto dispiacere tutti avevano accolto la sua decisione di andarsene, Alessia si guardo' bene dal cercarli ancora e dal mettere nuovamente piede in quell'ambiente. Non aveva senso, del resto, continuare a mantenere i rapporti con gente che disprezzava e che non avrebbe mai perdonato.
L'ultimo anno che Alessia aveva trascorso li' dentro era stato per lei un vero calvario. Lei, credendo in quel servizio, era sempre stata molto meticolosa, pignola e fiscale. Prima di allora, non aveva mai disertato una riunione. Negli ultimi tempi invece non vi andava quasi piu', constatando tristemente e amaramente che essi non se ne facevano ne' in qua ne' in la'. Era stufa di sentire ogni volta i soliti discorsi e di vedere persone che, nonostante piu' di un volontario avesse ripetutamente manifestato il proprio disagio all'interno dell'associazione, continuavano ostinatamente a disinteressarsi totalmente del malcontento generale. Non ne poteva piu' delle loro continue richieste di tempo e di disponibilita' da offrire all'associazione perche' erano rimasti in pochi e molti turni rimanevano quindi scoperti. A suo tempo, quando c'erano volontari a sufficienza e questo problema pertanto non sussisteva, nessuno aveva mai fatto niente per trattenerli e per cercare di motivarli a rimanere nell'associazione. Avevano preferito far andar via la gente e perdere i migliori operatori, piuttosto che riconoscere i propri limiti e agire di conseguenza. Si degnavano di contattare i volontari solo quando dovevano informarli sulla data di una riunione (ricordandosi spesso di avvertirli all'ultimo momento, il giorno stesso della convocazione, poche ore prima), o perche' avevano bisogno di qualcuno che ricoprisse un turno vuoto.
Negli ultimi tempi, andare in quell'ambiente, era diventato per Alessia solo motivo di rabbia, di sofferenza, di angoscia, di frustrazione e di nervosismo. Col passare dei giorni, delle settimane e dei mesi, vi si recava sempre piu' raramente e controvoglia. Usciva di casa all'insegna del malumore e vi rientrava con addosso una carica di collera e di aggressivita', pari ad una bomba atomica innescata e pronta ad esplodere da un momento all'altro. Sentiva che, continuare ad andarci, stava diventando per lei sempre piu' pericoloso in quanto le faceva perdere sempre di piu' il controllo di se stessa e delle proprie emozioni. Fino a quel momento era sempre riuscita a non degenerare. Ma per quanto tempo ancora avrebbe resistito? Se ella fosse scoppiata, quell'ambiente sarebbe diventato una polveriera e tutto cio' avrebbe avuto gravissime ripercussioni anche su di lei. Non provava ormai piu' niente per quell'associazione che era stata per lei solo motivo di grandi sofferenze, di umiliazioni, di delusioni e di amarezze. Tutto, luogo e persone, era diventato per lei freddo, estraneo, asfissiante, ostile.
Il fumo di sigaretta, di cui era sempre impregnato quell'ambiente, oltre a trasformare ogni volta i suoi occhi in veri e propri carboni ardenti, la indisponeva e la irritava sempre di piu'. Tutti i compagni di volontariato con i quali si trovava meglio se ne erano andati quasi contemporaneamente e lei, li' dentro, si sentiva sempre piu' sola e spaesata. Gli altri operatori si erano fatti, col tempo, sempre piu' freddi e indisponenti, aumentando cosi' enormemente il suo disagio. Perfino l'ascensore, quando vi sali' per l'ultima volta, il giorno che lascio' per sempre quell'ambiente, nonostante lo prendesse ormai da circa due anni e mezzo (da quando cioe' l'associazione si era trasferita nella nuova sede), le era sembrato freddo, estraneo, come se, prima di allora, non vi fosse mai montata.
Alessia se ne era andata quasi di nascosto, senza salutare nessuno, da un lato perche' ne era troppo nauseata per averne voglia; dall'altro perche', se lo avesse fatto, sapendo benissimo che nessuno di loro avrebbe tentato in alcun modo di trattenerla, quell'addio sarebbe stato per lei troppo doloroso e straziante.
Nove mesi dopo esser venuta via, Alessia apprese da Sandra, una sua ex compagna di volontariato che continuava a frequentare quell'ambiente e con la quale era rimasta in contatto fino a quel momento, che Michael vi era ritornato. Quando Alessia aveva piu' volte esternato a Giorgio il proprio timore che Michael se ne fosse andato a causa sua, lui le aveva sempre replicato che aveva ascoltato la verita' direttamente dalla voce di quest'ultimo e, in cio' che egli gli aveva detto, lei non era mai stata menzionata. Le sue paure quindi, secondo Giorgio, non erano altro che "fantasie". Cio' che le disse Sandra le dimostro' invece, in modo inequivocabile, non solo che le sue non erano affatto fantasie, ma che tutti, li' dentro, l'avevano ingannata e si erano sempre presi gioco di lei e divertiti alle sue spalle, raccontandole un sacco di menzogne. Come si spiegherebbe, altrimenti, il fatto che Michael avesse deciso di tornare dopo che lei se n'era andata? Non poteva farlo prima, quando lei era ancora li'? Evidentemente no! Nonostante questo ennesimo affronto, Alessia decise di non infierire ancora di piu' su di loro, trattandoli come secondo lei avrebbero meritato di essere trattati, per dimostrarsi superiore.
Tutte quelle esperienze negative la segnarono profondamente, le provocarono ferite che non le si sarebbero mai piu' rimarginate e la resero insensibile, cinica ed ancora piu' cattiva, rabbiosa, acida e sprezzante nei confronti del mondo. A poco a poco la sua stima e la sua fiducia nei confronti degli altri, da sempre estremamente labili, si spensero del tutto, facendola chiudere ancora di piu' in se stessa.
La cosa che, piu' di ogni altra, la indignava e la amareggiava, era vedere come certe categorie di persone (alludeva agli psicoterapeuti; quelli con i quali lei aveva avuto a che fare, almeno, si erano rivelati e avevano agito cosi'), pur dimostrando spesso di non avere neanche un briciolo di umilta', ne' di umanita', potessero impunemente giocare con lo stato d'animo, le sofferenze e i sentimenti degli altri e guadagnare milioni, speculando sui loro mali, facendo loro in questo modo piu' danni della grandine e rovinandoli a vita. Una volta Roberta le aveva detto, sconcertandola alquanto: "In fin dei conti tu vai in quell'ambiente solo perche' c'e' Michael!" Quella frase era stata per lei come una coltellata al cuore ed ella ne era rimasta profondamente toccata. Come era possibile, anche se cio' fosse stato vero, che una psichiatra arrivasse a dire cose del genere? Si era mai chiesta Roberta che cosa potesse significare, per una persona nelle condizioni di Alessia, provare un sentimento come quello? Evidentemente no! Sembrava anzi che, con quelle parole, Roberta avesse voluto, in un certo senso, oltre che ferirla, farla vergognare o sentire in colpa per aver osato innamorarsi di un ragazzo. Una sera Alessia era molto giu' perche' Michael si esibiva in un locale col suo gruppo, ma lei, come al solito, non poteva andare a vederlo. Oltre a non aver trovato nessuno che ce la portasse, aveva degli impegni all'associazione. In quell'occasione Roberta, che ben sapeva il motivo del suo malessere, invece di lasciarla in pace, provando forse piacere nel vederla soffrire, la stuzzicava di continuo e non faceva che riempirla di moine e di smancerie, irritandola alquanto e portandola piu' volte sul punto di mandarla a quel paese.
C'era anche un'altra ragione per cui Alessia non avrebbe mai potuto perdonare le persone di quell'ambiente. Tutte le esperienze negative che aveva avute li' dentro, l'avevano portata a odiare sempre di piu' gli uomini ed a concepire l'amore e il rapporto di coppia solo nei loro aspetti piu' negativi, egoisti e volgari, materiali e sessuali, a discapito di quelli piu' profondi e importanti.
"Io sono una merda. Sono uno stronzo. Sono lo specchio della mia vita", aveva detto Michael una sera, mentre si trovavano, insieme ad altri volontari, in un locale a bere qualcosa. Egli aveva forse voluto far sembrare quelle parole delle semplici battute. Ma Alessia sapeva benissimo che non lo erano e sentiva anzi di identificarsi perfettamente in esse. Le persone di quell'ambiente avevano completamente succhiato quella parte buona e sensibile di lei, capace di amare, di sorridere e di provare dolcezza, tenerezza e gioia di vivere, che Alessia aveva impiegato ben venticinque anni per riuscire a tirare fuori e per entrare in contatto con la quale aveva dovuto durare molta fatica. Quella parte di lei, forse, era ormai morta per sempre. Tutte le volontarie che frequentava piu' spesso si erano dimenticate di lei e della sua esistenza, non appena avevano trovato un compagno.
Una di queste era Daniela, una signora divorziata che aveva fatto il corso di formazione per volontari insieme a lei. Daniela andava spesso, quando entrambe erano di turno alla stessa ora, a prendere Alessia e la riaccompagnava a casa. Alcune volte si erano anche recate insieme al cinema e a teatro. Tra loro c'era un legame abbastanza stretto, anche se Daniela dimostrava, in certi momenti, di avere un carattere molto introverso e spigoloso e le diceva le cose in un tono di voce molto brusco, che la feriva e la faceva sentire un peso. Si erano frequentate per circa quattro anni. Poi Daniela aveva trovato un altro compagno e l'aveva prontamente scaricata ed accantonata. Alessia aveva a sua volta interrotto il rapporto con lei perche' si sentiva ormai di troppo.
Diverse volte, nonostante ella cercasse le volontarie con cui legava un po' di piu' solo una volta ogni tanto, le avevano detto che era troppo invadente nei loro confronti perche' queste ultime avevano bisogno di starsene da sole con il loro uomo. Lei quindi si era fatta da parte e non aveva piu' cercato Ne' disturbato nessuna di loro, Daniela compresa. La indignava e la amareggiava pero' il fatto che, tutto quello che a loro era dovuto e scodellato ventiquattr'ore su ventiquattro su un vassoio d'oro, a lei non sarebbe mai stato concesso neanche per mezzo secondo. Loro non erano mai capaci di fare un solo passo, senza avere il loro uomo al proprio fianco. Lei invece, nonostante avesse sempre dovuto barcamenarsi da sola, come tentava un approccio con un uomo, veniva subito presa di mira.
Un'altra persona che l'aveva fortemente umiliata in tal senso era Lavinia: una ragazza molto avvenente che, con la sua espansivita', le sue moine, le sue smancerie e la sua vocina ed i suoi occhini dolci, riusciva sempre a catalizzare su di se' l'attenzione di tutti. Alcune volte Alessia era uscita con lei, pur non stando particolarmente bene in sua compagnia. Lavinia la lasciava spesso da sola seduta ad un tavolo e se ne andava in giro li' attorno per i fatti propri. Ma, quando ritornava, se la vedeva intenta ad intavolare una discussione con un ragazzo, era sempre gia' ora di andare via perche' si era fatto tardi. Altre volte, al termine del servizio, o quando venivano via da qualche locale, se in quel momento, insieme a loro, erano presenti persone di sesso maschile, era sempre lei a riaccompagnarla a casa perche', se lo avesse fatto un uomo, i cinque-dieci minuti che quest'ultimo avrebbe impiegati nel riportarla, sarebbero stati probabilmente rubati a lei. Benche' Alessia provasse a volte molta pena per Lavinia e considerasse il suo modo di agire come la conseguenza di una qualche malattia, il comportamento di quest'ultima nei suoi confronti la infastidiva e la irritava pero' alquanto. Nessuno le avrebbe inoltre mai tolto dalla testa la convinzione che Michael era stato, in un certo senso, messo su contro di lei e indotto quindi ad agire e a comportarsi di conseguenza, da tutti coloro che si erano sempre approfittati dei problemi che Alessia aveva con lui e che, per il loro modo di fare, erano stati messi su un piedistallo e venivano sempre portati su un palmo di mano da tutti ed osannati con squilli di trombe e rulli di tamburi. Alessia notava che il comportamento di Michael nei suoi confronti variava in funzione di chi era presente in quel momento, oscillando tra l'insofferenza totale, quando c'erano persone "dominanti" e "trascinatrici" (quelle cioe' che riuscivano a monopolizzare l'attenzione generale) e l'approccio al dialogo, quando era da solo con lei o in presenza di gente meno "influente".
In tutto questo Alessia non si era mai sentita compresa, ne' da Roberta, ne' da alcun altro psicoterapeuta o operatore dell'ambiente di volontariato di cui faceva parte. Cio' la porto', col tempo, a provare un'avversione sempre piu' forte nei confronti degli psicoterapeuti. Nonostante avesse conosciuto li' dentro psicologi che fumavano come ciminiere, bevevano, si facevano le canne, soffrivano di anoressia, di insonnia o di attacchi di panico, prendevano psicofarmaci e venivano alle mani perche' i loro ex fidanzati si erano scelti per "compagne altri membri del loro stesso gruppo, si rese amaramente conto che, la laurea che possedevano, avrebbe, per cosi' dire, garantito loro l'immunita' permanente. Divenne dolorosamente consapevole del fatto che, tutto cio' che questi ultimi facevano o dicevano, veniva sempre preso per oro colato perche' contava il loro titolo di studio, non cio' che essi erano dentro. Roberta le aveva detto una volta, vedendola piangere a causa di certe frasi poco apprezzabili e fortemente giudicanti che Carla le aveva rivolto: "Non prendere per oro colato tutto cio' che ti dice Carla! Se mai prendi per oro colato quello che ti dico io!"
Non le andava poi giu' il fatto che, nonostante tutti i danni che aveva subito, non avrebbe mai potuto chiedere ed ottenere un sia pur minimo risarcimento morale. Benche' l'handicap che si portava appresso dalla nascita la condannasse a condurre un'intera esistenza, fatta solo di sofferenze, di umiliazioni, di sacrifici e di rinunce, aveva sempre lottato molto duramente per sentirsi a tutti gli effetti uguale agli altri. Ed era sempre riuscita, facendo solo affidamento sulle proprie forze, a mantenersi, per cosi' dire, sulla retta via, senza mai cadere in tunnel come la delinquenza, la droga, l'alcolismo, la prostituzione, l'anoressia e la bulimia. Ecco come era stata ripagata!
Alessia riusci', nonostante tutto, a trovare la forza per andare avanti ed a dare una svolta positiva alla sua vita grazie ad Aurora: una signora che aveva conosciuto durante gli ultimi mesi di psicoterapia con Roberta. Quest'ultima si era rivolta, come ultima spiaggia, ad Aurora perche', come Alessia apprese in seguito, non sapeva piu', da sola, come cavare il ragno dal buco.
Poco tempo dopo aver conosciuto e iniziato a frequentare Aurora, Alessia interruppe definitivamente la psicoterapia con Roberta.
Continuo' ad andare dalla sua "salvatrice" (che era stata per lei una vera Manna piovuta dal cielo al momento giusto), con la quale, nel frattempo, era nata una splendida, solida e duratura amicizia. Aurora si rivelo' per lei un aiuto provvidenziale. Ella riusci' infatti, piu' di ogni altro, ad entrarle dentro, a capire perfettamente cio' che provava e cio' di cui aveva bisogno. Grazie a lei Alessia riusci' ad uscire dal tunnel ed a risalire la china. Dovette rimboccarsi le maniche e lottare molto duramente per arrivare a raggiungere un minimo di equilibrio. Aurora la aiuto', utilizzando di frequente varie tecniche di rilassamento molto simili a quelle che vengono fatte ed insegnate nello yoga, a superare l'ansia, a recuperare l'auto-stima e la fiducia in se stessa ed a vedere il mondo e la vita sotto una luce piu' positiva. Alessia conversava piacevolmente per ore con Aurora dei piu' svariati argomenti, scambiava con lei opinioni sui grandi temi di cultura, di religione e di attualita' e le faceva leggere tutto cio' che scriveva, ricevendone in cambio tanti consigli e suggerimenti che si rivelarono per lei estremamente utili e preziosi. Aurora le confido' in seguito che, la prima volta che l'aveva vista, era rimasta cosi' sconvolta e spaventata nel constatare quanta rabbia ella avesse dentro, da voler rinunciare all'incarico che Roberta le aveva affidato perche' non si sentiva all'altezza di svolgerlo.
Grazie ad Aurora Alessia scopri' anche il piacere e l'importanza del contatto con la natura e le sensazioni meravigliose che essa generava con i suoi suoni ed i suoi profumi. Comincio' a prestare maggiore attenzione ed ascolto anche a cose semplici e apparentemente insignificanti, come ad esempio il calore del sole, la freschezza dell'erba, il sibilo del vento, il fruscio delle foglie degli alberi, lo zampillare dell'acqua delle fontane, il rumore delle onde del mare, il cinguettio degli uccelli, il profumo dei fiori, l'odore del salmastro eccetera. Scopri' che la vera gioia era data anche e soprattutto da queste cose, piccole e semplici, ma, allo stesso tempo, grandi ed importanti. Prima di allora non avrebbe mai osato immaginare che una persona potesse trarre giovamento e benessere nel sentirsi, semplicemente, "accarezzare" il viso ed infondere energia e vitalita' dal calore del sole o dalla brezza di un vento leggero. Ne' avrebbe mai pensato che, il semplice fatto, ad esempio, di stare seduta sull'erba, con la schiena appoggiata al tronco di una quercia, potesse significare sentirsi trasmettere forza.
Il periodo, circa due anni, che Alessia fu seguita da Aurora (continuo' comunque a mantenere i rapporti con lei anche dopo aver smesso di frequentarla), produsse in lei una profonda e importante metamorfosi. Il contatto con la natura la faceva stare bene ed ella comprese di sentirsi molto piu' in sintonia con questa nuova realta', di quanto avvenisse prima, quando frequentava soltanto persone arriviste, totalmente dipendenti dai soldi, dalle cose materiali, dai beni di lusso, dagli abiti firmati, dai macchinoni, dalla carriera, dai lavori ben retribuiti e cosi' via. Alessia non aveva mai legato fino in fondo con queste ultime e, in mezzo a loro, si era sempre trovata a disagio e sentita un'estranea. Costoro usavano, in un certo senso, l'istruzione e la cultura come mezzi di sopraffazione e di prevaricazione nei confronti degli altri e vivevano e lottavano per dei valori che considerava effimeri. La vera serenita' e la vera felicita' stavano, secondo lei, da un'altra parte ed uno poteva e doveva cercarle e trovarle soltanto dentro se stesso. In seguito si convinse sempre piu' fermamente che era meglio fare un lavoro umile e guadagnare pochi soldi, ma poter ritagliare anche un po' di tempo per se stessi e per coltivare i propri interessi, piuttosto che diventare chissa' chi e navigare nei milioni o nei miliardi, per poi rimetterci di salute.
Alessia scopri' anche l'importanza del silenzio, quel silenzio che tutti, o quasi, invece evitavano, forse perche' faceva loro paura in quanto li obbligava, in un certo senso, a pensare ed a riflettere sui loro problemi e sui loro meccanismi mentali, impedendo cosi' loro, per certi versi, di fuggire da loro stessi.
Il periodo che Alessia trascorse con Aurora rappresento' per lei, per cosi' dire, l'anticamera dello yoga. Fu infatti proprio con Aurora che ella, da sempre attratta ed affascinata dalle filosofie orientali, inizio' a conoscerle piu' a fondo, decidendo in seguito di iscriversi ad una scuola di yoga. Quella disciplina aveva contribuito in modo determinante a cambiare la sua vita ed a farla sentire meglio e le aveva dato le risposte che cercava, nel momento in cui ne aveva bisogno. Era stato solo per merito di Aurora, se Alessia era riuscita a parlare con Michael ed a diventare operatrice dell'ambiente di volontariato di cui faceva parte. Penso' quindi (ed i fatti le dettero ragione) che valesse la pena di continuare a percorrere quella strada.
Poco alla volta i rapporti con i suoi familiari migliorarono, fino al punto di ristabilire una situazione di normalita'. Continuava a pesarle molto il fatto di abitare in una casa piccola, di non avere piu' una camera per conto suo e di non aver mai avuto una storia con un ragazzo. Il bisogno di trovare un uomo, capace di aprire ed addolcire nuovamente il suo cuore e di farla ricominciare a credere nell'esistenza dell'amore e con il quale costruirsi ed iniziare una nuova vita, era e sarebbe sempre stato per lei molto forte, anche se sapeva fin troppo bene di non avere alcuna speranza da questo punto di vista. Si riteneva comunque molto fortunata di essere riuscita, da sola (a dispetto di Roberta che aveva la presunzione di attribuirsi sempre il merito di ogni suo singolo miglioramento), a risalire la china.
Col trascorrere del tempo Alessia imparo' a vivere la vita con maggiore distacco ed ironia, senza lasciarsi coinvolgere piu' di tanto da certe situazioni. Adesso, anche se i dolorosi fatti di cronaca che apprendeva dai telegiornali non la lasciavano certo indifferente, non avevano tuttavia piu' su di lei gli stessi effetti devastanti di una volta. Capi' infatti che, se si fosse lasciata prendere troppo la mano, sarebbe ripiombata nel tunnel della depressione ed avrebbe finito con l'impazzire. Piano piano inizio' anche lei ad esorcizzare le tragedie del mondo, ridendoci ironicamente sopra, cosi' come facevano molti altri. Si rendeva conto, del resto, di non avere il potere di cambiare le sorti dell'umanita'. L'unica cosa che poteva fare, era cercare, anche se cio' le riusciva ancora molto difficile, di vivere la vita piu' serenamente, sforzandosi, per quanto le era possibile, di renderla, se non altro, almeno piu' accettabile e sopportabile.
Di piu' non le era consentito. Col tempo comprese inoltre che, se certa gente ostentava indifferenza e menefreghismo nei confronti di tutto e di tutti, molto spesso lo faceva solo per esorcizzare la paura e la sofferenza e per non precipitare nella disperazione e nella follia.
Il nuovo assetto che Alessia dette alla sua vita, intraprendendo il cammino dello yoga, contribui' anche ad infondere un'ulteriore svolta positiva alla sua esistenza. Grazie alle persone che conobbe nel nuovo ambiente, riscopri' il piacere di stare in mezzo agli altri e ricomincio' finalmente, dopo molti anni di sofferenza, ad assaporare la vita. Con i nuovi compagni si sentiva molto piu' a suo agio e in sintonia e sapeva che, con loro, poteva essere se stessa, senza correre il rischio di venire usata, giudicata, ingannata o presa in giro. Adesso poteva anche godersi il piacere di andare al cinema, a teatro o a visitare le citta', le fiere, le mostre ed i musei. E poteva anche soddisfare il suo desiderio di passeggiare e fare lunghe escursioni per i boschi, i sentieri, le colline e le campagne toscani. Provava ancora una grande rabbia e una profonda amarezza, molto dure da digerire, per aver dovuto, suo malgrado, soccombere di fronte a persone che, pur avendole piu' volte dimostrato di avere problemi e conflitti molto piu' grossi dei suoi, forse per invidia, o per gelosia (o, piu' semplicemente, come Aurora le ripeteva spesso, perche' si sentivano inferiori e traevano quindi giovamento nel prendere di mira chi dimostrava loro di essere superiore), le avevano sempre messo i bastoni tra le ruote, costringendola infine a gettare la spugna ed impedendole di fare un servizio che le piaceva.
Sperava tuttavia, con l'aiuto dello yoga, di riuscire, col tempo, a riappropriarsi, almeno parzialmente, di quella parte di se' buona, dolce, sensibile ed amante della vita, che il tunnel nel quale era precipitata e le esperienze negative che aveva avute con le persone che aveva incontrate sul suo cammino, le avevano fatto perdere del tutto. Forse un giorno le sarebbe tornata la voglia di impegnarsi per gli altri. Di una cosa era pero' certa: qualora cio' fosse avvenuto, di li' innanzi avrebbe agito da sola, da libera e privata cittadina, in funzione del proprio modo di essere e di pensare, senza mai piu' operare all'interno di gruppi e senza mai piu' assoggettarsi alle leggi ed alle imposizioni di alcuna associazione o ambiente di volontariato.
Elettra K.
agosto 2003