PSICOLOGIA E VOLONTARIATO * Racconto e testimonianza raccolta da Elettra K.

(Resta implicito che sarà considerato, ed eventualmente pubblicato, ogni intervento, anche contrario, per esperienze analoghe o diverse.)

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UNA VITA SEGNATA

 

"La fanciulla udì un fruscio tra le foglie dell'albero  Pictor, alzò lo sguardo e sentì nuovi pensieri, nuovi desideri, nuovi sogni muoversi dentro di lei. Era incantata dalla canzone che  sussurrava, lieve la sua chioma. Si appoggiò al suo tronco ruvido, sentì l'albero rabbrividire profondamente, sentì lo stesso brivido nel proprio cuore."

(Hermann Hesse)

La  depressione  e' una malattia molto insidiosa  e  devastante che,  in quanto tale, se ignorata o trascurata, miete molte  piu' vittime di guerre, terremoti e inondazioni messi insieme. Quando una persona e' fortemente depressa, ha una visione completamente distorta e apocalittica del mondo e di tutto cio' che la circonda e ce l'ha indiscriminatamente e ingiustificatamente con tutto e con tutti. La depressione e' una bestia subdola e schifosa che, se  non cerchi di correre subito ai ripari, ti porta,  lentamente ma inesorabilmente, all'autodistruzione.

Questo, a suo tempo, era successo anche ad Alessia. Non  sapeva che  cosa, in particolare, l'avesse fatta cadere in  depressione. Forse a cio' avevano contribuito tutta una serie di eventi, molti dei  quali dolorosi, che si erano succeduti nel corso  della  sua vita e che l'avevano portata, ad un certo punto, ad "accusare  il colpo": la perdita di entrambi i genitori (morti l'uno a due anni di distanza dall'altro, quando lei era ancora minorenne); il fatto  che  per molti anni fosse, per cosi' dire, vissuta  solo  di studio,  precludendosi tutto il resto; e l'angoscia per non  sentirsi  amata,  compresa, accettata e rispettata dagli  altri  per quella che era. Aveva circa ventitre anni, quando la sua  depressione raggiunse l'apice, portandola sull'orlo del baratro. Si era chiusa  sempre piu' in se stessa. Rifiutava in malo modo il  contatto  con tutti coloro che la pensavano diversamente da lei.  Si nutriva, per cosi' dire, solo di telegiornali e di programmi  deprimenti.  E non faceva che piangere, angosciarsi e parlare  solo di  guerre, di violenze, di stupri, di massacri, del terrore  di un conflitto nucleare, di inquinamento ecologico, di desertificazione  e di deforestazione. Nel discutere con gli altri di  tutto ciņ, s'imbestialiva contro l'indifferenza della gente nei  confronti dei problemi del mondo e dava sfogo a tutta la sua  rabbia ed al suo disprezzo. Si sentiva impotente perche' avrebbe  voluto fare qualcosa per arrestare tutto questo e porre rimedio ai  mali del mondo. Ma, la consapevolezza di non esserne assolutamente  in grado, faceva si' che ella si angosciasse e si disperasse  ancora di piu'. A poco a poco tutti i conoscenti ed i parenti (di  amici e amiche con cui uscire e divertirsi non ne aveva mai avuti)  si erano inoltre progressivamente allontanati da lei e l'avevano abbandonata a se stessa e al suo destino, facendola, in questo modo,  sentire ancora piu' sola e disperata. Si era  ridotta,  dato che non poteva piu' parlare con nessuno, a sfogare la sua ira  e il suo odio e ad esorcizzare la sua solitudine e la sua sofferenza, riempiendo fogli dattiloscritti di pensieri negativi, di maledizioni  e  di invettive contro tutto e contro  tutti.  Provava rabbia anche nei confronti dei propri familiari e dei propri  parenti perche', la nascita dei suoi due nipoti, l'aveva progressivamente  privata del suo spazio, deturpandola perfino  dell'unico luogo che le apparteneva e nel quale poteva rinchiudersi, godersi un po' di quiete e starsene in pace quando non voleva essere  disturbata:  la sua stanza da letto. Per molto tempo aveva  provato un  fortissimo desiderio di andare ad abitare per  conto  proprio perche', il tunnel nel quale era sprofondata, l'aveva portata  ad avercela  senza motivo con i propri parenti piu' stretti, che  si erano  invece presi cura di lei dopo la morte dei suoi  genitori, l'avevano sempre accudita amorevolmente e non le avevano mai fatto  mancare niente. Qualche volta Alessia aveva anche pensato  al suicidio. Ma non aveva mai avuto il coraggio di tentarlo.

A venticinque anni, non sapendo piu' dove andare a sbattere  la testa, Alessia si rivolse ad una psicoterapeuta. Ma  l'esperienza che ebbe con quest'ultima fu disastrosa. Roberta (cosi' si  chiamava la psichiatra dalla quale ando' a colloquio per circa un anno)  non  faceva  altro  che  umiliarla,  mortificarla,   ferirla nell'orgoglio e calpestarla nei propri sentimenti e nella propria dignita' di persona. Roberta la trattava piu' come una  handicappata  e una bambina ebete, necessitante quindi solo di  coccole, di  moine, di smancerie e di protezione materna, che non come  un essere  umano in tutto e per tutto uguale agli altri.  Sostenendo probabilmente  la teoria della cosiddetta "riduzione del  danno", la assecondava totalmente nella sua rabbia contro i propri  familiari  e, invece di cercare di aiutarla a migliorare  i  rapporti con  loro ed a vedere i problemi che lei aveva con questi  ultimi anche nei loro aspetti positivi, la aizzava ad andarsene di  casa e la bersagliava di continuo perche' studiava poco e non dava  esami:  "Studi?"  "Quante ore studi?" "Quanti  libri  hai  fatto?" "Quanti te ne mancano?" "E' tanto che non dai un esame!".

Ma  questo non era tutto. Da circa un anno, il bisogno di  sentirsi  utile  a qualcuno, aveva spinto Alessia ad entrare  a  far parte di un'associazione di volontariato, della quale non era ancora  riuscita (e questo la addolorava immensamente) a  diventare operatrice a tutti gli effetti. Roberta dimostrava nei suoi  confronti  totale incomprensione anche da questo punto di vista.  Le ripeteva di continuo, tirando in ballo le persone di  quell'associazione, che anche lei conosceva bene: "Per cosa vuoi fare  l'operatrice?   Per  diventare  come  Carla  (una responsabile   di quell'ambiente poco stimata da tutti, a causa del suo carattere e del suo modo di fare alquanto scostanti) che,  nonostante  abbia gia' ventisei anni, non si e' ancora laureata? Vuoi mettere quanto tu, laureandoti, le dimostreresti di essere superiore?"  

Alessia era sempre stata brillante negli studi; si era diplomata  col massimo  dei voti e, nei primi quattro anni di  Universita',  era riuscita, nonostante i seri problemi di reperimento del  materiale, a dare sette esami orali con la media del ventotto. Cio'  nonostante aveva desiderato piu' volte di tentare il suicidio. Evidentemente a Roberta non era mai passato per la testa che, se per Alessia era cosi' importante arrivare a diventare operatrice, voleva dire che per lei la laurea non era l'elisir della felicita' e che a lei interessava di piu' la gratificazione umana, rispetto a  quella materiale. Sta di fatto, comunque, che  l'atteggiamento petulante della psicoterapeuta provoco' in lei una repulsione totale  nei confronti dello studio e la porto' sul punto di  interrompere definitivamente l'universita'. C'era  poi un altro aspetto, nel comportamento di Roberta,  che la  infastidiva alquanto e la faceva letteralmente  imbestialire. Alessia dava sfogo a tutta la sua collera, sfoggiando un turpiloquio cosi' ricco e forbito, da suscitare quasi l'invidia e  l'ammirazione perfino dei piu' abili ed esperti scaricatori di  porto italiani. Roberta approfittava di questo fatto; quando Alessia era  irritata,  la incitava, in tono  fortemente  provocatorio  e canzonatorio,  a sfogarsi, aizzandola a dire parolacce ed a  fare sospiri.

Tutti  questi elementi le fecero progressivamente  perdere  del tutto la stima e la fiducia nei confronti di Roberta e la portarono, col tempo, a provare per lei rabbia, odio e sete di vendetta e ad interrompere la psicoterapia.

Ma il peggio doveva ancora venire.

All'interno dell'ambiente di volontariato di cui faceva  parte, Alessia aveva conosciuto un ragazzo, Michael, studente di psicologia. Michael le fece scoprire una parte di sé che neanche immaginava di possedere. Grazie a lui, Alessia si rese conto di essere anche capace, quando udiva la sua voce, il suo  sorriso e  le sue battute e stava in sua compagnia, di provare piacere  e tenerezza,  sensazioni  che, prima di allora, non  l'avevano  mai nemmeno sfiorata. Grazie a lui Alessia inizio' ad apprezzare  anche quei piccoli e semplici gesti di cortesia e di gentilezza, ai quali, fino ad allora, non aveva mai prestato attenzione, come ad esempio il fatto che egli, quando andava a prendere il caffe', lo portasse  e lo offrisse anche a lei. Michael fu la prima  persona che  riusci' a farle provare, per la prima volta nella sua  vita, una grande gioia di vivere. Il tono della voce di lui che, quando la  vedeva, la salutava e le diceva "Ciao Alessia!"  col  sorriso sulle  labbra, aveva per lei l'effetto di un raggio di sole  che, riuscendo  a fare breccia nella spessissima coltre di rabbia,  di rancore, di tristezza, di sfiducia e di malinconia che  avvolgeva ed offuscava sempre il suo viso, lo illuminava di allegria.

Fino  a quel momento non si era mai soffermata a  pensare  alle sensazioni meravigliose che una persona riesce a provare nel contatto  fisico con gli altri, nel prendere o nello stringere  loro la mano, nell'abbracciarli o nell'accarezzare i loro capelli.  Ogni  volta che si trovava in sua compagnia e udiva quella  voce, quel modo di parlare, cosi' caldo e dolce, la passione s'impadroniva di lei, attanagliandola nella morsa del desiderio e  sopraffacendola. Una volta le era capitato, non casualmente, di sfiorare il dorso della mano di Michael (egli era restio a farsi prendere per mano ed a darla agli altri), mentre egli, nel riaccompagnarla  in macchina a casa, la teneva appoggiata sulla  leva  del cambio. Nel sentire quella mano cosi' vicina alla sua, non  aveva resistito alla tentazione di toccarla e quel contatto, nonostante fosse durato solo una piccolissima frazione di secondo e  benche' la mano di lui fosse stata fredda, l'aveva resa molto felice.

Ma quel sentimento non tardo' a manifestarsi anche nei suoi  aspetti piu' nefasti e le creo' moltissimi problemi. Quando  Alessia si rese conto che Michael non era per lei uguale a tutti  gli altri, iniziarono i guai. Il piacere si trasformo' ben presto  in tensione, in silenzio e inibizione, aumentando cosi'  enormemente,  essendo anch'egli un responsabile  dell'associazione,  le difficolta' che le impedivano di arrivare a diventare operatrice.

Spesso Michael compariva all'improvviso, quando Alessia non se lo aspettava. Ed ella, che fino a quel momento conversava  tranquillamente  con  gli altri, nell'udire quella voce,  s'irrigidiva  e piombava  nel silenzio di tomba. Molte volte, nel constatare  con quanta  facilita', spontaneita' e naturalezza tutte le altre  volontarie riuscivano ad essere affettuose, a giocare, a ridere  ed a scherzare con lui, aveva un tuffo al cuore o le veniva un  nodo alla  gola. In quei momenti riusciva a stento, prigioniera  della sua sofferenza, dovuta alla timidezza, ad impedire che le lacrime  le sgorgassero da quegli occhi immersi nell'oscurita'  dal giorno della sua nascita, a causa di una grave forma di  glaucoma congenito,  che ne aveva irrimediabilmente danneggiato il  nervo, non  lasciandole scampo. Piangeva pero' dopo, quando  arrivava  a casa, prendendosela con se stessa per la sua inibizione d' innamorata,  per la fragilita' dimostrata di fronte agli altri e  per non essere stata all'altezza della situazione. Altre volte, quando non ce la faceva a trattenere le lacrime, appena Michael andava  via,  correva a rinchiudersi nel bagno e scoppiava  nei  singhiozzi. Gli altri sembravano non accorgersi (o forse la cosa  li lasciava  del tutto indifferenti) della sua permanenza,  a  volte lunga, alla toilette e non gliene chiedevano mai il motivo.  Questa loro insofferenza, se da un lato era per lei, per certi  versi, un sollievo (non le andava infatti di dover rendere conto  agli altri, nutrendo poca stima e fiducia nei loro confronti,  del perche' del suo stato d'animo), dall'altro pero' la addolorava  e la  amareggiava enormemente perche' le dava la misura della  serieta', della sensibilita' e dell'umanita' che regnavano nei loro cuori.

Quando  le era dato di vedere Michael e di stare in sua  compagnia, Alessia alternava serate e momenti di tensione e di  inibizione soffocanti, nei quali diventava come un blocco di granito e non  riusciva  quasi  a pronunciare una  sola  parola,  ad  altri (rari), in cui, facendo sforzi sovrumani, e durando molta  fatica, era capace, bene o male, di dirgli qualcosa. Michael sembrava non comprendere  (o  forse fingeva di non capire) il motivo  di  quel comportamento cosi' strano e altalenante. Reagiva ai silenzi  di Alessia, limitandosi a rimandarglieli, senza cercare mai in alcun modo  di scavare piu' a fondo, di provare a scalfire quel muro  e di capire da che cosa dipendeva quell'anomalo mutismo. Una  sera, vedendola zitta, le aveva detto ironicamente, rattristandola  alquanto e provocando in lei un disagio ancora maggiore: "Mi raccomando Alessia, non fare troppo rumore!"

Quella situazione, per certi versi, da incubo, duro' circa  due anni e mezzo e le porto' via moltissima energia, soprattutto psicologica.  Per tutto quel tempo Alessia cerco' di esorcizzare  la sua  sofferenza e il profondo senso di frustrazione,  dovuto  al fatto che con Michael non riusciva ad essere e a comportarsi come con tutti gli altri, scrivendogli una sorta di "diario epistolare",  nel quale dava libero sfogo a tutto cio' che sentiva  per lui e reprimeva quando era in sua compagnia e gli raccontava tutto di se', di come stava, di cio' che provava e di quello che  le succedeva. Altre volte, forse cercando di soddisfare il suo bisogno  di poter toccare e prendere per mano anche lui,accarezzava di nascosto il suo giacchetto, quando era appesa all'attaccapanni o giaceva  appoggiato su una sedia o su poltrona,  sperando  che nessuno la vedesse.

Poi, non potendone piu' di tutti quei silenzi e di tutte quelle dolorosissime inibizioni, spinta anche da "esigenze di  servizio" sempre piu' incalzanti, Alessia riusci' a parlare con Michael e ad  aprirgli  il suo cuore, a dispetto di tutti  coloro  (Roberta compresa) che non l'avrebbero mai ritenuta tanto forte e  coraggiosa,  da arrivare a compiere un simile gesto. Michael, pur  non ricambiandola,  le promise tuttavia di aiutarla ad affrontare  i problemi che ella aveva con lui e le assicuro'  non  solo che,nonostante tutto, non avrebbe cercato di evitarla, ma  che, di  li' innanzi, tra loro si sarebbero instaurati un  clima  piu' disteso ed una convivenza piu' civile.

"Mi sento sollevato.  Alla luce del sole le cose si fanno meglio!", le disse in  quell'occasione. Quel giorno, al termine del loro colloquio, Alessia provo' una grandissima gioia e un profondo senso di liberazione.  Cadde in  una sorta di torpore, simile a quello che in genere  colpisce uno  studente,  dopo che ha sostenuto un esame  molto  difficile.

Quella sensazione di euforia duro' in lei alcuni giorni,  durante i quali, non riuscendo ancora a credere a cio' che era  accaduto, continuava ripetutamente a domandarsi se avesse veramente parlato con lui, o se si fosse invece trattato solo di un sogno, dal quale  presto si sarebbe svegliata. Le occorse un po' di tempo,  per realizzare che, quello che era successo, era tutto vero.

La gioia di Alessia si dissolse pero' ben presto come le  bolle di  sapone.  Michael infatti, rimangiandosi la  parola,  preferi' lavarsene  letteralmente le mani. Penso', evidentemente, che,  il miglior modo per aiutare Alessia fosse, per cosi' dire, quello di punirla per i sentimenti che provava nei suoi confronti,  dandosi alla fuga. Da quel giorno fece di tutto per non rimanere mai piu' da solo con lei. Ogni volta inventava una scusa diversa per  evitare di riaccompagnarla a casa. Circa cinque mesi e mezzo dopo il loro colloquio si dimise da responsabile. Le nego' anche l'amicizia. E, poco dopo se ne andò dall'associazione.

Quell'ulteriore  mazzata tra capo e collo getto' Alessia  nello sconforto e nella disperazione piu' neri, rendendola ancora  piu' afflitta,  sfiduciata  e sprezzante nei confronti di tutto  e  di tutti. La sua sofferenza era accentuata dal fatto che ogni  cosa, li' dentro, le ricordava Michael ed i momenti, dolci e  indimenticabili, che ella aveva trascorso in sua compagnia. Le  venivano in mente di continuo le ore trascorse nei locali insieme a lui ed agli altri volontari al termine del servizio, le feste e le cene a cui avevano spesso partecipato e i momenti spensierati,  spesi tutti  insieme, durante le serate estive, seduti ai tavolini  del giardino della Villa, dove davano il cinema all'aperto. Tutto insomma contribuiva a ricordarglielo e ad addolorarla  immensamente per non essere riuscita, quando cio' era possibile, a vivere  intensamente  ed a godere appieno ogni attimo di felicita'  che  la vita le aveva concesso. Ogni volta che Michael passava a  trovarli, era per lei uno strazio. Alessia continuava ad essere tesa e inibita con lui e i sensi di colpa prendevano sempre di piu'  il sopravvento in lei. Anche in quelle occasioni, quando lui  andava via, correva a rinchiudersi nel bagno e scoppiava a piangere. Ella non aveva mai fatto pesare a Michael cio' che provava nei suoi confronti. Si era sempre tenuta in disparte, sobbarcandosi da sola tutto il peso di quell'enorme fardello, senza mai chiedere ne' pretendere niente da lui. Pur conoscendo il suo numero di telefono  a memoria, non si era mai permessa di usarlo una sola  volta, neanche per domandargli banalmente, quando sapeva che lui era  di turno,  se poteva, prima di recarsi all'associazione,  passare  a prenderla. Si peritava a tal punto a chiamarlo, da andare piuttosto  ad "elemosinare" passaggi dagli altri volontari.  E,  quando questi  ultimi non potevano accompagnarcela, rimaneva a casa.  Il fatto dunque che egli, solo perche' non ne era innamorato, le  avesse  negato  anche  l'amicizia  e se  ne  fosse  infine  andato dall'associazione,  era stato per lei una vera e  propria  beffa.

Possibile  che Alessia lo avesse idealizzato a tal punto, da  costruirsi  nella propria mente un'immagine di  lui  completamente distorta?  Sta di fatto che, nonostante tutti i tentativi che  Alessia aveva fatto (l'ultimo dei quali era stato una lettera  che gli  aveva scritto circa un mese dopo la morte di suo padre,  che non le fu mai dato di sapere se egli avesse ricevuto o meno e dove  trasparivano tutta la sua amarezza, il suo  risentimento,  la sua  sofferenza ed il timore di essere stata proprio lei a  farlo andar  via),  per cercare di capire se Michael  avesse  lasciato quell'ambiente  a causa sua oppure no, egli non fece  mai  niente per rassicurarla a tale riguardo. Tutto cio' unito alla  rabbia, all'amarezza  e allo sconcerto per aver ricevuto, proprio da  un aspirante  psicologo, un pessimo esempio di come si  affronta  la vita, la porto', circa un anno dopo l'uscita di scena di Michael, a venire via di li' a sua volta, preda della collera e  dell'amarezza  per essersi sentita tradita, abbandonata, presa in giro  e buttata  via come se fosse un sacco dell'immondizia, dello  sconforto e dei sempre piu' brucianti sensi di colpa e rimorsi di coscienza per aver osato dirgli la verita'.

La  partenza di Michael non fu comunque l'unico motivo  per  il quale  Alessia lascio' quell'ambiente. Prese la decisione,  molto sofferta, di andarsene perche' anche li' dentro non facevano  che ferirla,  giudicarla, umiliarla, pugnalarla alla schiena e  trattarla come un peso.

Ella aveva, per inesperienza, commesso l'errore madornale di esternare  e far comprendere agli altri i sentimenti  che  provava per Michael, con troppa facilita', senza prima ponderare accuratamente chi aveva di fronte. Lo sbaglio piu' grave che aveva  fatto era  stato quello di credere stupidamente che, trattandosi di  un ambiente di volontariato, tutte le persone che ne facevano  parte dovessero, di conseguenza, essere serie. Questa ingenuita' infantile  le si era prontamente ritorta contro. Molti  volontari  non avevano  tardato ad approfittare di quella situazione. Alcuni  di loro avevano preso l'abitudine di farsi vedere li' dentro soltanto quando di turno c'era Michael, allo scopo di provocare Alessia e  di ostacolare ulteriormente ogni suo tentativo di  creare  con lui un clima piu' disteso.

Non  contenti di questo, avevano addirittura stretto un vero  e proprio patto di sangue per impedirle di incontrarlo,  coalizzandosi perfino per non portarla mai neanche a vederlo (Michael  era il chitarrista di un gruppo che si esibiva spesso nei locali  limitrofi) quando suonava, incuranti del fatto che, anche lei,  era un  essere umano fatto di carne ed ossa, con un cuore che  batte, un'anima,  dei sentimenti ed una dignita' come loro. Tutti i  volontari le davano ad intendere che non andavano ad assistere alle esibizioni  di Michael. Ma poi facevano il contrario.  Tizio  le suggeriva  di  provare a domandare a Caio se ci andava,  Caio  la mandava a chiederlo a Sempronio e cosi' via.

"Se passi dall'associazione, trovi qualcuno che ci va"!, si sentiva ripetere spesso. Ma Alessia, oltre a non essere quella stupida che loro  credevano (quando voleva sapere qualcosa, infatti, facendo le opportune domande a chi di dovere, riusciva sempre ad ottenere quello che voleva),  aveva  anche un buon udito. Le capitava  quindi,  durante qualche cena, o quando alcune volte, al termine del servizio,  si recava, insieme a due o tre di loro, in un locale a bere  qualcosa,  di captare qualche frase in qua e in la' e di  scoprire  che andavano  a vederlo eccome! Altre volte invece alcuni di loro  le promettevano di portarcela, ma poi si defilavano sempre all'ultimo momento con qualche scusa.

I volontari di quell'ambiente non si limitavano a giocare con i sentimenti  e  con i problemi che Alessia aveva con  Michael.  Si spingevano anche oltre. La prendevano sempre di mira sul suo modo di  essere e di comportarsi, dimostrandosi poi nei fatti, se  non peggiori,  comunque non migliori di lei. L'accusavano  spesso  di disinteressarsi  totalmente degli altri e di vendersi facendo  la vittima perche', avendo ella alle spalle molte esperienze negative, era sempre seria.

Una volta erano addirittura arrivati a dirle che, se un uomo si fosse messo insieme a lei, dopo tre  giorni si sarebbe impiccato ad un palo.

Pur pretendendo inoltre  moltissimo da lei dal punto di vista psicologico ed emotivo (ella doveva infatti, ogni volta che qualcosa a livello di servizio non andava, rendere loro conto del perche' aveva certe reazioni; a tale riguardo  non le risparmiavano mai vere e proprie  inquisizioni), le ripetevano spesso che si aspettava troppo da loro, rinfacciandole di continuo il fatto che tutte le volte andavano a prenderla e la riaccompagnavano. Senza contare poi le battute caustiche  a sfondo  erotico e sessuale (una volta alcuni di loro si misero  a misurare' in sua presenza, il grado di scopabilità di una donna in base ai propri occhi,ridendoci sopra) di cui Alessia  diveniva spesso oggetto!

Negli ultimi tempi i loro attacchi nei suoi confronti si  erano fatti  ancora piu' serrati. Le ripetevano sempre piu'  frequentemente  che lei aveva investito troppo su quel tipo  di  servizio, che c'erano cose piu' importanti di quella, che doveva divertirsi di  piu' e andare di piu' a giro. Lei sentiva che quelle  parole nascondevano  un chiaro invito a levare le tende perche' era  di troppo. Ma teneva duro e difendeva strenuamente e a spada tratta le  sue motivazioni: essere e sentirsi utile agli altri  e dimostrare a se stessa, attraverso il suo servizio di operatrice, che esisteva anche lei.

Un'altra cosa che la avviliva e la amareggiava di quell'ambiente,  era la consapevolezza di aver a che fare con operatrici che  si erano  conquistate la stima e la simpatia degli altri, andando  a letto  con tutti e recitando il ruolo delle  "Buone  Samaritane", con l'unico scopo di accattivarsi la loro fiducia e ascoltare le loro  confidenze, per poi sbandierarle a destra e a  sinistra  e specularci  sopra.  Una di loro, in  particolare,  si  divertiva, quando  Michael era presente, ad assumere con  lui atteggiamenti fortemente provocatori nei confronti di Alessia, strusciandoglisi addosso di proposito, o alludendo, con un tono di voce molto  accentuato ed enfatico, ad ogni suo incontro o cena con quest'ultimo.

Alessia subi' e sopporto' tutto questo per cinque anni, prigioniera del suo orgoglio, perche' quello era l'unico gruppo di persone che frequentava, per amore del quieto vivere, ma, soprattutto, per non abbassarsi al loro livello. Poi pero', dopo  l'ennesima umiliazione, giunta all'esasperazione, in un caldo  pomeriggio di meta' marzo tolse il disturbo, stanca delle loro  cattiverie, della loro malignita', delle loro bugie, dei loro sotterfugi e delle loro promesse mai mantenute.

Circa  una settimana prima Giorgio (il responsabile  principale di quell'ambiente, psicologo anch'egli) le aveva detto per  telefono  che, da quel momento in poi, per continuare ad andare  li', avrebbe  dovuto chiedere al Comune se poteva fornirle  dei  buoni taxi perche' loro (nonostante la presenza, all'interno dell'associazione,  di  due obiettori di coscienza) avevano  "problemi  di trasporto". Quella frase era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Negli ultimi mesi di permanenza li' dentro Alessia si era trovata spesso da sola con i due obiettori di coscienza. Ed aveva avuto modo di constatare come essi, durante l'assenza di Giorgio, invece di svolgere il loro servizio,  preferissero piuttosto starsene ad ore a fare i giochini al computer, a leggere i giornalini o a guardare la televisione. Per andare dalla sua abitazione  alla  sede dell'associazione ci volevano, si'  e  no, cinque-dieci  minuti. Dove erano dunque tutti quei  "problemi  di trasporto"?  No, basta! Questo era veramente troppo! Non  avrebbe tollerato  ulteriormente i loro soprusi! Anche lei aveva una  dignita'!  Durante  quella conversazione telefonica  Alessia  aveva dunque iniziato a sputare il rospo ed aveva chiesto a Giorgio un incontro a quattr'occhi.

Fu il loro ultimo colloquio. In quell'occasione Alessia  vuoto' completamente  il  sacco e si tolse la soddisfazione di  dire  in faccia a Giorgio che se ne andava perche', continuare a  frequentare quell'ambiente, le procurava ormai solo tensione e  nervosismo;  perche' aveva perso completamente la stima e la fiducia  in loro; perche' si era aspettata di trovare li' dentro piu'  serieta' e umanita', ma era rimasta delusa e amareggiata; e  infine perche',  pur essendosi sempre comportata correttamente, oltre  a non  essersi mai sentita accettata ne' rispettata, era stufa dei loro continui giudizi nei suoi confronti.  Aggiunse poi che, forse, di li' a qualche mese sarebbe ritornata. Ma,  per il  momento, non ne aveva piu' voglia. Per tutta la durata  della sua arringa Giorgio non batte' ciglio. Quando Alessia ebbe finito,  si limito' a risponderle: "Mi hai  spiazzato  completamente. Pensavo, in questo colloquio, di parlare di altre cose. Ma se  la tua decisione e' questa...!" Poi, preso atto di cio', la riaccompagno' a casa. Mentre l'auto di Giorgio percorreva, per  l'ultima volta,  il breve tragitto che separava la sede  dell'associazione dall'abitazione  di Alessia, egli le disse freddamente che,  dato che tutti gli operatori che avevano smesso di andare in quell'ambiente non erano svaniti nel nulla, qualora qualche volta  avesse voluto  farsi viva anche lei, aveva il loro numero  di  telefono.

Visto  pero' con quanto dispiacere tutti avevano accolto  la  sua decisione di andarsene, Alessia si guardo' bene dal cercarli  ancora e dal mettere nuovamente piede in quell'ambiente. Non  aveva senso, del resto, continuare a mantenere i rapporti con gente che disprezzava e che non avrebbe mai perdonato.

L'ultimo anno che Alessia aveva trascorso li' dentro era  stato per  lei  un vero calvario. Lei, credendo in quel  servizio,  era sempre stata molto meticolosa, pignola e fiscale. Prima di  allora, non aveva mai disertato una riunione. Negli ultimi tempi  invece non vi andava quasi piu', constatando tristemente e  amaramente che essi non se ne facevano ne' in qua ne' in la'. Era stufa  di sentire ogni volta i soliti discorsi e di  vedere  persone che, nonostante piu' di un volontario avesse ripetutamente  manifestato il proprio disagio all'interno dell'associazione,  continuavano ostinatamente a disinteressarsi totalmente del malcontento generale. Non ne poteva piu' delle loro continue richieste  di tempo e di disponibilita' da offrire all'associazione perche' erano rimasti in pochi e molti turni rimanevano quindi scoperti. A suo  tempo, quando c'erano volontari a sufficienza e questo  problema pertanto non sussisteva, nessuno aveva mai fatto niente per trattenerli  e per cercare di motivarli a rimanere  nell'associazione.  Avevano preferito far andar via la gente e perdere i  migliori  operatori, piuttosto che riconoscere i propri  limiti  e agire di conseguenza. Si degnavano di contattare i volontari solo quando dovevano informarli sulla data di una riunione  (ricordandosi  spesso di avvertirli all'ultimo momento, il  giorno  stesso della  convocazione, poche ore prima), o perche' avevano  bisogno di qualcuno che ricoprisse un turno vuoto.

Negli ultimi tempi, andare in quell'ambiente, era diventato per Alessia  solo  motivo di rabbia, di sofferenza, di  angoscia,  di frustrazione e di nervosismo. Col passare dei giorni, delle  settimane e dei mesi, vi si recava sempre piu' raramente e controvoglia. Usciva di casa all'insegna del malumore e vi rientrava  con addosso  una  carica di collera e di aggressivita', pari  ad  una bomba  atomica  innescata  e pronta ad esplodere  da  un  momento all'altro.  Sentiva che, continuare ad andarci, stava  diventando per lei sempre piu' pericoloso in quanto le faceva perdere sempre di piu' il controllo di se stessa e delle proprie emozioni.  Fino a quel momento era sempre riuscita a non degenerare. Ma per quanto  tempo  ancora  avrebbe resistito? Se  ella  fosse  scoppiata, quell'ambiente  sarebbe diventato una polveriera e tutto cio'  avrebbe avuto gravissime ripercussioni anche su di lei. Non provava ormai piu' niente per quell'associazione che era stata per lei solo motivo di grandi sofferenze, di umiliazioni, di delusioni  e di amarezze. Tutto, luogo e persone, era diventato per lei  freddo,  estraneo, asfissiante, ostile.

Il fumo di sigaretta, di  cui era  sempre impregnato quell'ambiente, oltre a trasformare  ogni volta i suoi occhi in veri e propri carboni ardenti, la  indisponeva  e la irritava sempre di piu'. Tutti i compagni di  volontariato con i quali si trovava meglio se ne erano andati quasi contemporaneamente e lei, li' dentro, si sentiva sempre piu' sola  e spaesata.  Gli altri operatori si erano fatti, col tempo,  sempre piu' freddi e indisponenti, aumentando cosi' enormemente il  suo disagio. Perfino l'ascensore, quando vi sali' per l'ultima volta, il  giorno che lascio' per sempre quell'ambiente,  nonostante  lo prendesse ormai da circa due anni e mezzo (da quando cioe'  l'associazione  si era trasferita nella nuova sede), le era  sembrato freddo, estraneo, come se, prima di allora, non vi fosse mai montata.

Alessia se ne era andata quasi di nascosto, senza  salutare nessuno, da un lato perche' ne era troppo nauseata per averne voglia; dall'altro perche', se lo avesse fatto, sapendo  benissimo che nessuno di loro avrebbe tentato in alcun modo di trattenerla, quell'addio sarebbe stato per lei troppo doloroso e straziante.

Nove mesi dopo esser venuta via, Alessia apprese da Sandra, una sua  ex  compagna di volontariato che  continuava  a  frequentare quell'ambiente e con la quale era rimasta in contatto fino a quel momento,  che Michael vi era ritornato. Quando  Alessia aveva piu' volte esternato a Giorgio il  proprio timore che Michael se ne fosse andato a causa sua, lui le  aveva sempre replicato che aveva ascoltato la verita' direttamente dalla voce di quest'ultimo e, in cio' che egli gli aveva detto,  lei non era mai stata menzionata. Le sue paure quindi, secondo Giorgio, non erano altro che "fantasie". Cio' che le disse Sandra  le dimostro' invece, in modo inequivocabile, non solo che le sue non erano  affatto fantasie, ma che tutti, li' dentro, l'avevano  ingannata  e si erano sempre presi gioco di lei e  divertiti  alle sue spalle, raccontandole un sacco di menzogne. Come si  spiegherebbe, altrimenti, il fatto che Michael avesse deciso di  tornare dopo che lei se n'era andata? Non poteva farlo prima, quando  lei era ancora li'? Evidentemente no! Nonostante questo ennesimo  affronto, Alessia decise di non infierire ancora di piu' su di  loro,  trattandoli  come secondo lei avrebbero meritato  di  essere trattati, per dimostrarsi superiore.

Tutte quelle esperienze negative la segnarono profondamente, le provocarono ferite che non le si sarebbero mai piu' rimarginate e la  resero insensibile, cinica ed ancora piu' cattiva,  rabbiosa, acida e sprezzante nei confronti del mondo. A poco a poco la  sua stima  e la sua fiducia nei confronti degli altri, da  sempre  estremamente labili, si spensero del tutto, facendola chiudere ancora di piu' in se stessa.

La cosa che, piu' di ogni altra, la indignava e la amareggiava, era vedere come certe categorie di persone (alludeva agli  psicoterapeuti; quelli con i quali lei aveva avuto a che fare, almeno, si erano rivelati e avevano agito cosi'), pur dimostrando spesso di  non avere neanche un briciolo di umilta', ne' di umanita',  potessero impunemente giocare con lo stato d'animo, le sofferenze e i sentimenti degli altri e guadagnare milioni, speculando sui loro mali, facendo loro in questo modo piu' danni della grandine e rovinandoli a vita. Una volta Roberta le aveva detto,  sconcertandola alquanto: "In fin dei conti tu vai in quell'ambiente solo perche' c'e' Michael!" Quella frase era stata per lei come una coltellata al cuore ed ella ne era rimasta profondamente toccata. Come  era possibile, anche se cio' fosse stato vero, che una psichiatra arrivasse  a dire cose del genere? Si era mai chiesta  Roberta  che cosa potesse significare, per una persona nelle condizioni di Alessia, provare un sentimento come quello? Evidentemente no! Sembrava  anzi che, con quelle parole, Roberta avesse voluto, in  un certo  senso,  oltre che ferirla, farla vergognare o  sentire  in colpa per aver osato innamorarsi di un ragazzo. Una sera  Alessia era  molto giu' perche' Michael si esibiva in un locale  col  suo gruppo, ma lei, come al solito, non poteva andare a vederlo.  Oltre  a non aver trovato nessuno che ce la portasse,  aveva  degli impegni all'associazione. In quell'occasione Roberta, che ben sapeva  il motivo del suo malessere, invece di lasciarla  in  pace, provando  forse  piacere nel vederla soffrire, la  stuzzicava  di continuo e non faceva che riempirla di moine e di smancerie,  irritandola alquanto e portandola piu' volte sul punto di  mandarla a quel paese.

C'era  anche un'altra ragione per cui Alessia non avrebbe  mai potuto perdonare le persone di quell'ambiente. Tutte le esperienze  negative che aveva avute li' dentro, l'avevano portata a  odiare sempre di piu' gli uomini ed a concepire l'amore e il rapporto  di coppia solo nei loro aspetti piu' negativi,  egoisti e volgari, materiali e sessuali, a discapito di quelli piu' profondi  e importanti.

"Io sono una merda. Sono uno stronzo. Sono  lo specchio della mia vita", aveva detto Michael una sera, mentre si trovavano, insieme ad altri volontari, in un locale a bere  qualcosa.  Egli aveva forse voluto far sembrare quelle  parole  delle semplici battute. Ma Alessia sapeva benissimo che non lo erano  e sentiva  anzi di identificarsi perfettamente in esse. Le persone di  quell'ambiente avevano completamente succhiato  quella  parte buona e sensibile di lei, capace di amare, di sorridere e di provare dolcezza, tenerezza e gioia di vivere, che Alessia aveva impiegato  ben venticinque anni per riuscire a tirare fuori e  per entrare in contatto con la quale aveva dovuto durare molta  fatica. Quella parte di lei, forse, era ormai morta per sempre. Tutte le volontarie che frequentava piu' spesso si erano dimenticate di lei  e della sua esistenza, non appena avevano trovato un  compagno.

Una  di  queste era Daniela, una signora divorziata  che  aveva fatto il corso di formazione per volontari insieme a lei. Daniela andava spesso, quando entrambe erano di turno alla stessa ora,  a prendere Alessia e la riaccompagnava a casa. Alcune volte si erano anche recate insieme al cinema e a teatro. Tra loro c'era  un legame abbastanza stretto, anche se Daniela dimostrava, in  certi momenti, di avere un carattere molto introverso e spigoloso e  le diceva  le cose in un tono di voce molto brusco, che la feriva  e la faceva sentire un peso. Si erano frequentate per circa quattro anni. Poi Daniela aveva trovato un altro compagno e l'aveva prontamente  scaricata ed accantonata. Alessia aveva a sua volta  interrotto il rapporto con lei perche' si sentiva ormai di  troppo.

Diverse volte, nonostante ella cercasse le volontarie con cui legava  un po' di piu' solo una volta ogni tanto, le avevano  detto che era troppo invadente nei loro confronti perche' queste ultime avevano bisogno di starsene da sole con il loro uomo. Lei  quindi si  era  fatta da parte e non aveva piu' cercato  Ne'  disturbato nessuna di loro, Daniela compresa. La indignava e la amareggiava pero' il fatto che, tutto quello che a loro era dovuto e  scodellato  ventiquattr'ore su ventiquattro su un vassoio d'oro, a  lei non  sarebbe mai stato concesso neanche per mezzo  secondo.  Loro non  erano mai capaci di fare un solo passo, senza avere il  loro uomo al proprio fianco. Lei invece, nonostante avesse sempre  dovuto barcamenarsi da sola, come tentava un approccio con un uomo, veniva subito presa di mira.

Un'altra  persona che l'aveva fortemente umiliata in tal  senso era Lavinia: una ragazza molto avvenente che, con la sua espansivita',  le sue moine, le sue smancerie e la sua vocina ed i  suoi occhini  dolci, riusciva sempre a catalizzare su di se'  l'attenzione di tutti. Alcune volte Alessia era uscita con lei, pur  non stando particolarmente bene in sua compagnia. Lavinia la lasciava spesso da sola seduta ad un tavolo e se ne andava in giro li' attorno per i fatti propri. Ma, quando ritornava, se la vedeva  intenta  ad intavolare una discussione con un ragazzo,  era  sempre gia'  ora di andare via perche' si era fatto tardi. Altre  volte, al termine del servizio, o quando venivano via da qualche locale, se  in  quel momento, insieme a loro, erano presenti  persone  di sesso maschile, era sempre lei a riaccompagnarla a casa  perche', se lo avesse fatto un uomo, i cinque-dieci minuti che quest'ultimo avrebbe impiegati nel riportarla, sarebbero stati probabilmente rubati a lei. Benche' Alessia provasse a volte molta pena per Lavinia  e considerasse il suo modo di agire come la  conseguenza di  una  qualche malattia, il comportamento di  quest'ultima  nei suoi confronti la infastidiva e la irritava pero' alquanto. Nessuno le avrebbe inoltre mai tolto dalla testa la convinzione  che Michael era stato, in un certo senso,  messo  su contro di lei e indotto quindi ad agire e a comportarsi di conseguenza,  da tutti coloro che si erano sempre  approfittati  dei problemi che Alessia aveva con lui e che, per il loro modo di fare, erano stati messi su un piedistallo e venivano sempre portati su un palmo di mano da tutti ed osannati con squilli di trombe  e rulli di tamburi. Alessia notava che il comportamento di  Michael nei  suoi  confronti variava in funzione di chi era  presente  in quel momento, oscillando tra l'insofferenza totale, quando c'erano  persone "dominanti" e "trascinatrici" (quelle cioe' che  riuscivano a monopolizzare l'attenzione generale) e l'approccio  al dialogo,  quando era da solo con lei o in presenza di gente  meno "influente".

In tutto questo Alessia non si era mai sentita compresa, ne' da Roberta,  ne' da alcun altro psicoterapeuta o operatore  dell'ambiente  di volontariato di cui faceva parte. Cio' la porto',  col tempo,  a provare un'avversione sempre piu' forte  nei  confronti degli  psicoterapeuti.  Nonostante avesse conosciuto  li'  dentro psicologi  che fumavano come ciminiere, bevevano, si facevano  le canne, soffrivano di anoressia, di insonnia o di attacchi di  panico, prendevano psicofarmaci e venivano alle mani perche' i loro ex fidanzati si erano scelti per "compagne altri membri del  loro stesso gruppo, si rese amaramente conto che, la laurea che possedevano, avrebbe, per cosi' dire, garantito loro l'immunita'  permanente.  Divenne dolorosamente consapevole del fatto che,  tutto cio'  che questi ultimi facevano o dicevano, veniva sempre  preso per oro colato perche' contava il loro titolo di studio, non cio' che essi erano dentro. Roberta le aveva detto una volta, vedendola piangere a causa di certe frasi poco apprezzabili e fortemente giudicanti che Carla le aveva rivolto: "Non prendere per oro  colato  tutto cio' che ti dice Carla! Se mai prendi per oro  colato quello che ti dico io!"

Non  le andava poi giu' il fatto che, nonostante tutti i  danni che aveva subito, non avrebbe mai potuto chiedere ed ottenere  un sia  pur  minimo risarcimento morale. Benche' l'handicap  che  si portava appresso dalla nascita la condannasse a condurre un'intera esistenza, fatta solo di sofferenze, di umiliazioni, di sacrifici e di rinunce, aveva sempre lottato molto duramente per  sentirsi  a tutti gli effetti uguale agli altri. Ed era sempre  riuscita, facendo solo affidamento sulle proprie forze, a  mantenersi,  per cosi' dire, sulla retta via, senza mai cadere in  tunnel come  la  delinquenza, la droga, l'alcolismo,  la  prostituzione, l'anoressia e la bulimia. Ecco come era stata ripagata!

Alessia riusci', nonostante tutto, a trovare la forza per andare  avanti ed a dare una svolta positiva alla sua vita grazie  ad Aurora: una signora che aveva conosciuto durante gli ultimi  mesi di  psicoterapia con Roberta. Quest'ultima si era  rivolta,  come ultima  spiaggia, ad Aurora perche', come Alessia apprese in  seguito,  non sapeva piu', da sola, come cavare il ragno dal  buco.

Poco tempo dopo aver conosciuto e iniziato a frequentare Aurora, Alessia  interruppe definitivamente la psicoterapia con  Roberta.

Continuo' ad andare dalla sua "salvatrice" (che era stata per lei una vera Manna piovuta dal cielo al momento giusto), con la  quale, nel frattempo, era nata una splendida, solida e duratura amicizia.  Aurora si rivelo' per lei un aiuto  provvidenziale.  Ella riusci' infatti, piu' di ogni altro, ad entrarle dentro, a capire perfettamente cio' che provava e cio' di cui aveva bisogno.  Grazie  a lei Alessia riusci' ad uscire dal tunnel ed a risalire  la china.  Dovette rimboccarsi le maniche e lottare molto  duramente per  arrivare  a raggiungere un minimo di equilibrio.  Aurora  la aiuto',  utilizzando di frequente varie tecniche di  rilassamento molto simili a quelle che vengono fatte ed insegnate nello  yoga, a superare l'ansia, a recuperare l'auto-stima e la fiducia in  se stessa ed a vedere il mondo e la vita sotto una luce piu' positiva. Alessia conversava piacevolmente per ore con Aurora dei  piu' svariati argomenti, scambiava con lei opinioni sui grandi temi di cultura,  di religione e di attualita' e le faceva leggere  tutto cio' che scriveva, ricevendone in cambio tanti consigli e  suggerimenti che si rivelarono per lei estremamente utili e  preziosi. Aurora le confido' in seguito che, la prima volta che l'aveva vista,  era  rimasta cosi' sconvolta e  spaventata  nel  constatare quanta rabbia ella avesse dentro, da voler rinunciare all'incarico  che Roberta le aveva affidato perche' non si sentiva  all'altezza di svolgerlo.

Grazie ad Aurora Alessia scopri' anche il piacere e l'importanza  del contatto con la natura e le sensazioni  meravigliose  che essa  generava  con i suoi suoni ed i suoi profumi.  Comincio'  a prestare maggiore attenzione ed ascolto anche a cose semplici e apparentemente insignificanti, come ad esempio il calore del  sole, la freschezza dell'erba, il sibilo del vento, il fruscio delle  foglie degli alberi, lo zampillare dell'acqua delle  fontane, il  rumore delle onde del mare, il cinguettio degli  uccelli,  il profumo dei fiori, l'odore del salmastro eccetera. Scopri' che la vera gioia era data anche e soprattutto da queste cose, piccole e semplici,  ma, allo stesso tempo, grandi ed importanti. Prima  di allora  non avrebbe mai osato immaginare che una persona potesse trarre giovamento e benessere nel sentirsi, semplicemente, "accarezzare" il viso ed infondere energia e vitalita' dal calore  del sole o dalla brezza di un vento leggero. Ne' avrebbe mai  pensato che,  il semplice fatto, ad esempio, di stare  seduta  sull'erba, con  la schiena appoggiata al tronco di una quercia, potesse  significare sentirsi trasmettere forza.

Il  periodo, circa due anni, che Alessia fu seguita  da  Aurora (continuo' comunque a mantenere i rapporti con lei anche dopo  aver smesso di frequentarla), produsse in lei una profonda e  importante  metamorfosi. Il contatto con la natura la faceva  stare bene ed ella comprese di sentirsi molto piu' in sintonia con questa nuova realta', di quanto avvenisse prima, quando  frequentava soltanto persone arriviste, totalmente dipendenti dai soldi, dalle  cose materiali, dai beni di lusso, dagli abiti  firmati,  dai macchinoni,  dalla  carriera, dai lavori ben retribuiti  e  cosi' via. Alessia non aveva mai legato fino in fondo con queste ultime e,  in  mezzo a loro, si era sempre trovata a disagio  e  sentita un'estranea.  Costoro usavano, in un certo senso, l'istruzione  e la  cultura come mezzi di sopraffazione e di  prevaricazione  nei confronti  degli altri e vivevano e lottavano per dei valori  che considerava effimeri. La vera serenita' e la vera  felicita' stavano,  secondo lei, da un'altra parte ed uno poteva  e  doveva cercarle e trovarle soltanto dentro se stesso. In seguito si convinse sempre piu' fermamente che era meglio fare un lavoro  umile e  guadagnare  pochi soldi, ma poter ritagliare anche un  po'  di tempo per se stessi e per coltivare i propri interessi, piuttosto che diventare chissa' chi e navigare nei milioni o nei  miliardi, per poi rimetterci di salute.

Alessia scopri' anche l'importanza del silenzio, quel  silenzio che tutti, o quasi, invece evitavano, forse perche' faceva  loro paura  in quanto li obbligava, in un certo senso, a pensare ed  a riflettere sui loro problemi e sui loro meccanismi mentali, impedendo cosi' loro, per certi versi, di fuggire da loro stessi.

Il  periodo che Alessia trascorse con Aurora  rappresento'  per lei, per cosi' dire, l'anticamera dello yoga. Fu infatti  proprio con Aurora che ella, da sempre attratta ed affascinata dalle  filosofie  orientali, inizio' a conoscerle piu' a fondo,  decidendo in seguito di iscriversi ad una scuola di yoga. Quella disciplina aveva contribuito in modo determinante a cambiare la sua vita ed a  farla sentire meglio e le aveva dato le risposte che  cercava, nel momento in cui ne aveva bisogno. Era stato solo per merito di Aurora, se Alessia era riuscita a parlare con Michael ed a diventare operatrice dell'ambiente di volontariato di cui faceva  parte. Penso' quindi (ed i fatti le dettero ragione) che valesse  la pena di continuare a percorrere quella strada.

Poco  alla volta i rapporti con i suoi familiari  migliorarono, fino al punto di ristabilire una situazione di normalita'. Continuava a pesarle molto il fatto di abitare in una casa piccola, di non  avere piu' una camera per conto suo e di non aver mai  avuto una storia con un ragazzo. Il bisogno di trovare un uomo,  capace di aprire ed addolcire nuovamente il suo cuore e di farla  ricominciare  a credere nell'esistenza dell'amore e con il quale  costruirsi  ed iniziare una nuova vita, era e sarebbe sempre  stato  per lei molto forte, anche se sapeva fin troppo bene di non avere alcuna speranza da questo punto di vista. Si riteneva comunque molto  fortunata di essere riuscita, da sola (a dispetto di  Roberta che aveva la presunzione di attribuirsi sempre il merito di  ogni suo singolo miglioramento), a risalire la china.

Col trascorrere del tempo Alessia imparo' a vivere la vita  con maggiore distacco ed ironia, senza lasciarsi coinvolgere piu'  di tanto  da certe situazioni. Adesso, anche se i dolorosi fatti  di cronaca che apprendeva dai telegiornali non la lasciavano  certo indifferente, non avevano tuttavia piu' su di lei gli stessi  effetti  devastanti di una volta. Capi' infatti che, se  si  fosse lasciata  prendere troppo la mano, sarebbe ripiombata nel  tunnel della depressione ed avrebbe finito con l'impazzire. Piano  piano inizio' anche lei ad esorcizzare le tragedie del mondo, ridendoci ironicamente  sopra, cosi' come facevano molti altri. Si  rendeva conto,  del  resto, di non avere il potere di cambiare  le  sorti dell'umanita'.  L'unica cosa che poteva fare, era cercare,  anche se  cio'  le riusciva ancora molto difficile, di vivere  la  vita piu'  serenamente, sforzandosi, per quanto le era  possibile,  di renderla,  se non altro, almeno piu' accettabile e  sopportabile.

Di piu' non le era consentito. Col tempo comprese inoltre che, se certa gente ostentava indifferenza e menefreghismo nei  confronti di tutto e di tutti, molto spesso lo faceva solo per  esorcizzare la paura e la sofferenza e per non precipitare nella disperazione e nella follia.

Il nuovo assetto che Alessia dette alla sua vita, intraprendendo il cammino dello yoga, contribui' anche ad infondere  un'ulteriore svolta positiva alla sua esistenza. Grazie alle persone che conobbe nel nuovo ambiente, riscopri' il piacere di stare in mezzo agli altri e ricomincio' finalmente, dopo molti anni di sofferenza,  ad  assaporare la vita. Con i nuovi compagni  si  sentiva molto piu' a suo agio e in sintonia e sapeva che, con loro,  poteva essere se stessa, senza correre il rischio di venire  usata, giudicata, ingannata o presa in giro. Adesso poteva anche godersi il piacere di andare al cinema, a teatro o a visitare le  citta', le fiere, le mostre ed i musei. E poteva anche soddisfare il  suo desiderio di passeggiare e fare lunghe escursioni per i boschi, i sentieri,  le colline e le campagne toscani. Provava  ancora  una grande  rabbia e una profonda amarezza, molto dure da  digerire, per  aver  dovuto, suo malgrado, soccombere di fronte  a  persone che, pur avendole piu' volte dimostrato di avere problemi e conflitti  molto piu' grossi dei suoi, forse per invidia, o per  gelosia (o,  piu' semplicemente, come Aurora le ripeteva spesso,  perche' si sentivano inferiori e traevano quindi giovamento nel  prendere di  mira  chi dimostrava loro di essere superiore),  le  avevano sempre messo i bastoni tra le ruote, costringendola infine a gettare la spugna ed impedendole di fare un servizio che le piaceva.

Sperava tuttavia, con l'aiuto dello yoga, di riuscire, col tempo, a  riappropriarsi,  almeno parzialmente, di quella parte  di  se' buona,  dolce, sensibile ed amante della vita, che il tunnel  nel quale  era precipitata e le esperienze negative che  aveva  avute con  le persone che aveva incontrate sul suo cammino, le  avevano fatto  perdere del tutto. Forse un giorno le sarebbe  tornata  la voglia di impegnarsi per gli altri. Di una cosa era pero'  certa: qualora cio' fosse avvenuto, di li' innanzi avrebbe agito da  sola, da libera e privata cittadina, in funzione del proprio  modo di  essere  e di pensare, senza mai piu' operare  all'interno  di gruppi e senza mai piu' assoggettarsi alle leggi ed alle  imposizioni di alcuna associazione o ambiente di volontariato.

Elettra K.

agosto 2003

 

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