Parole di un italiano

Non credo sia soltanto tipicamente italiano il "vezzo" di voler cercare il difetto anche là dove non c’è, per una spiccata abitudine dissacratoria che si manifesta in polemiche gratuite. Accade per strumentalizzazione a fini propri, o politici, o di comodo di vario genere e, quindi, con un’intenzione precisa. Ma il più delle volte avviene, anche nella quotidianità di tutti gli esseri umani, nel timore di apparire poco intelligenti se non si scava nel profondo, alla ricerca di una qualche verità o difetto nascosto, mirati a screditare l’evidenza più lampante. A volte nasce, secondo me, da un complesso latente d'inferiorità, nei confronti di qualcuno, specialmente se individuo sconosciuto fino al giorno prima, che improvvisamente appare grande e come tale viene onorato.

Fa parte del DNA umano, là dove l’ammirazione s’inquina con il sentimento dell’invidia; è, in ogni caso, la negazione della semplicità dell’evidenza.

Qui si tratta di un fatto e argomento di qualche tempo fa, riproposto dall’Andraous.

Si ricorda Quattrocchi, un uomo che è stato onorato, con una medaglia al valore, per la straordinaria forza d’animo che diventa eroismo. Il suo vissuto o le ragioni che lo hanno portato alla drammaticità della cronaca, il perché e per come sia finito in Iraq (si può conoscere o no, o sottintendere) diventa insignificante rapportato al suo saper morire.

La grandezza di quest’uomo sta nelle parole che ha pronunciato un attimo primo di perdere, cosciente, la vita. Da non confondersi con la ricerca dell’ effetto mediatico, di persone comuni che, dei mezzi di comunicazione, fanno strumento di propaganda di sé. Sono le semplici, eppure straordinarie parole, di qualcuno che, mentre riconosce il gelo di un alito mortale sul collo, ha il coraggio e la fermezza di pronunciarle.

E hanno commosso chi ha mente e cuore per sapere ascoltare e, fra questi, anche la più alta carica dello Stato, che non è uno sprovveduto qualsiasi.

Quattrocchi, un uomo, fino a poco prima ignorato, voce ferma a scandire l’orgoglio di essere italiano, parole che hanno il senso della Patria e lo affermano, faccia a faccia con la morte, senza esitazione o tremore.

Ma forse il concetto di appartenenza alla Patria, e volontà di onorarla, è purtroppo per molti diventato inusuale, in una patria infiorettata di parole che, semmai, a volte tendono e riescono a screditarla, perché il senso di appartenenza alla propria nazione, per quanto lo si sbandieri, s’è perduto.

Quella frase, scandita da un uomo dalla straordinaria forza d’animo, chiunque egli fosse o fossero le ragioni che lo avevano condotto là, in quel luogo, nelle mani di altri uomini, magari convinti di essere nel giusto, mentre gli toglievano la vita, lo ha reso grande e degno degli onori che gli sono stati tributati.

Vi faccio vedere come muore un italiano.

Parole, scandite come rintocchi di campana, a svegliare certe coscienze addormentate.

Molto vero che siano esistiti ed esistano, ignorati nel silenzio, eroi sconosciuti (o martiri, o santi che non conosceranno mai la gloria degli altari), ma vivaddio, quando ne incontriamo uno, non facciamoci condizionare dai nostri complessi d’inferiorità se, come dice Andraous, al posto di Quattrocchi, ce la saremmo fatta sotto (altro che parole!).  Riconosciamogli il giusto merito e valore senza strumentalizzazioni gratuite e ingiuste.

Marzia Plumeri

Maggio 2006

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