Rispondo a Marco 

 

SANO DIVERTIMENTO

Voler cercare chiarezza è già un buon segno, se non altro un tentativo di responsabilizzarsi, l’importante non lanciare accuse e condanne in un’unica direzione, altrimenti sarebbe l’esatto contrario, cioè disconoscere le proprie responsabilità scaricandole su altri. Per inciso, lo stesso Marco, che lo nega, propone un confronto generazionale, citando sua madre, anche se attribuisce la consuetudine all’adulto, ritenendola frutto di egocentrismo.

Assumersi la responsabilità di aver dato "troppo" al figlio per ciò che, in età adolescenziale, non si è avuto, come afferma Marco (per voce di sua madre), è anche un’ammissione di egoismo: dare a piene mani per ripagare se stessi di una privazione subita. In gran parte è vero ma rivela un atteggiamento vittimistico, piuttosto che critico. C’è invece da chiedersi perché si dà "troppo", soprattutto in termini materiali, privando invece di altro ben più fondamentale, come tempo, affetto, presenza, esempio positivo. E c’è anche da domandarsi perché un figlio chieda e pretenda, mai soddisfatto di quel tanto che diventa "troppo" ma che in realtà ha così poco valore. Ebbene il genitore dà, non soltanto per gratificare se stesso, in una trasposizione di persona, quanto per placare i propri sensi di colpa per quello che invece "non dà" o non sa dare. Nello stesso momento, il figlio chiede, e pretende sempre di più, perché sa di poter giocare sui sensi di colpa del genitore e lo fa, anche lui per rivalsa o per masochismo, sperando, inconsciamente, in un rifiuto che dimostri attenzione e istinto protettivo, quindi affetto.

Non considero soltanto il genitore benestante. So di alcuni che faticano (lavoro normale e straordinario) per arrivare alla fine del mese, che perfino s’indebitano, per accontentare il figlio pretenzioso, con la giustificazione che, se gli si nega ciò che chiede, potrebbe soffrire il confronto con ragazzi più "fortunati".

Tutta la colpa, è diventato un luogo comune, va attribuita ai genitori? Se così fosse, tutti i figli di "cattivi" genitori sarebbero destinati a diventare pessimi soggetti, mentre i figli dei "buoni" genitori, diventerebbero i santi del domani. Non è proprio così semplice o scontato. Si negherebbe all’individuo una propria intelligenza e coscienza, quel seme che è in lui fin prima della nascita. Mai sottovalutare l’intelligenza di un bambino. Un bambino è fragile e vulnerabile, innocente e cerca il sostegno dell’adulto, soffre se gli manca, ma anche ascolta, osserva, tace, giudica e registra nella propria memoria. Domani, adolescente, sarà pure capace di scegliere una strada simile o diversa da percorrere. Certo, è molto più facile attribuire le proprie cattive scelte agli errori di chi ci ha preceduti. C’è chi segue orme sbagliate e chi invece traccia un percorso proprio, evitando quelle orme. Questione d’individuo e di personalità.

Lo stesso Marco propone a se stesso, domani, adulto, verso i propri figli, un atteggiamento diverso e meno permissivo che definisce "libertà condizionata". Però si vanta, oggi, della propria libertà, a quindici anni " nati nella libertà, possiamo fare, chi di meno, chi di più, tutto..." Ad certo punto della sua mail, perfino precisa che "il di più" oltre a quanto già avuto, potrebbe essere la droga. Non dà molte alternative al buonsenso e coscienza dei suoi coetanei, quasi fossero tutti programmati o predestinati.

" La noia, la svogliatezza è dovuta al fatto che abbiamo già provato tutto e che cerchiamo altro... (altro che tipicamente è la droga) Loro hanno cercato la loro completezza, le esperienze più tardi di noi..."

E ancora: libertà del sano divertimento che oggi i giovani hanno.

Di nuovo, parte da lui, il confronto fra due generazioni.

Vero che i genitori, di trenta-quarant’anni fa, erano più restrittivi e severi (non tutti), non per questo più giusti, ma è anche vero che i divieti spingono oggi e spingevano ieri a trasgredire. C’è sempre stato un certo antagonismo o scontro fra genitori e figli, in ogni epoca. Cicli e ricicli, come la Storia insegna.

Marco fa un esempio di "libertà" che mi lascia molto perplessa, la esprime in termini di orario. Sua madre aveva il permesso di rientrare a mezzanotte, all’età di diciotto anni, quindi la maggiore età, Marco invece ha potuto permetterselo fin dai quindici anni.

Premetto che concedere tale "libertà" sulla fiducia, ad un quindicenne, mi fa sorridere amaro, visto ciò che succede agli adolescenti, fuori casa, in tardo orario. Forse la luce del giorno, ripeto forse, potrebbe fungere un po’ da deterrente a certi scambi di "opinione" o, purtroppo… scambi di altro. Marco sa cosa intendo.

Mi sento però di ribadire che i quindicenni del tempo di sua madre, se e quando volevano, sapevano prendersi certe "licenze" anche di giorno. Potrei fare molteplici esempi, ma apparirebbero scontati e retorici. La differenza, in linea di massima, sta negli orari e nelle percentuali, ora molto più elevate, così come gli eccessi che diventano brutalità e violenza. E in una certa sfrontatezza che si fa compiacimento e vanto. Il senso della misura, e l’amore per se stessi, aiutavano, e aiuterebbe oggi, a non perdersi, a cercare o volere ciò che è veramente "il meglio", ad uscire dalla mandria sbandata.

Si discute sul tema, ma spesso ci si limita a compiacersi delle propria voce, inanellando parole, ripetendo concetti di altri. Pochi sono i fatti e i risultati.

Cambiano i tempi, magari anche gli orari, ma restano le illusioni di una libertà che non rende liberi. Rientrare a mezzanotte, quindicenni, è sinonimo di libertà? Con la certezza, quindi, di saper rifiutare un bicchiere di superalcolici, se viene offerto, o di accorgersi se qualche spregiudicato lascia cadere una pasticca nel bicchiere?

Per concludere: Marco afferma che i "bravi" ragazzi non sono quelli che studiano e vanno bene a scuola, ma quelli con la testa sul collo che conoscono il "sano" divertimento (delle ore che precedono la mezzanotte?). Quindi, a suo dire, coloro che studiano e hanno un buon rendimento scolastico, non rientrano nei canoni di chi ha la testa sul collo. Magari se, pochi, ma più di quanto si pensi, la sera rimangono a casa per studiare o recuperare un’insufficienza, sono considerarti "antichi", per non dire stupidi.

Non mi sento di affermare che i quindicenni di oggi siano migliori o peggiori di quelli di ieri. Di sicuro sono molto più vulnerabili ed esposti a pericoli, proprio per l’eccesso di quella falsa libertà loro concessa. Che non è una conquista, ma un semplice ripiego.

Marzia Plumeri

Giugno 2009

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