La madre "surrogata"

ovvero amore o egoismo? (edito da Silarus - n.214)

Così ho sentito definire la donna che presta il proprio utero per accogliere e nutrire in nove mesi di gravidanza un embrione di altri. Madre surrogata. Un definizione orribile che non è sinonimo di madre adottiva.

Non voglio entrare direttamente nel merito ma traggo spunto per alcune considerazioni.

Il desiderio di maternità ha origini del tutto naturali che si collegano alla sopravvivenza della specie, nella donna, animale superiore, si sublima in atto di amore e donazione, ma anche proiezione di sé nel futuro.

Un figlio è il giusto coronamento di un rapporto d'amore; unione, fusione della coppia umana che genera vita dalla vita. Mi si può osservare che non sempre un figlio è la giusta conseguenza di un amore, a volte nasce indesiderato, forzato dalle regole o dalla morale, altre da una violenza. Qualcuno mi può anche rammentare che è contemplata la scelta di rifiutare un figlio appena concepito, ma non è questo il punto che voglio trattare.

Io rispetto il diritto di scelta, sia giusta sia sbagliata, nella libertà dell'individuo e, come mio solito, mi pongo equidistante fra due ragioni e due verità.

Ricordo mia nonna, parlava per parabole, pilastro della mia memoria infantile, sostenere che i figli dell'amore si riconoscono subito, sono più belli, sono più sereni, sanno sorridere, nascono più facilmente. Da bambina mi trovavo a scrutare i miei coetanei per capire se erano nati dall'amore, poi mi guardavo allo specchio e non sapevo rispondere.

Oggi è di norma la maternità programmata, responsabilizzata, razionalizzata: ci devono essere le giuste premesse economiche, la data prevista che non coincida con le ferie che annullerebbero il beneficio del congedo ante e post partum... So di qualche raro caso in cui la scelta è studiata a predisporre un tema natale astrologicamente favorevole.

Mi sovviene il ricordo di pratiche empiriche atte a favorire il sesso del nascituro. So di una mia amica che dopo quattro femmine, seguì scrupolosamente il consiglio di un'anziana zia, irrigazioni vaginali a base di acqua e bicarbonato per neutralizzare l'acidità in loco; con questo metodo empirico, o per coincidenza, partorì il maschio. Io ancora sorrido divertita immaginando la scomodità e la difficoltà oltre che il tempo di preparazione e applicazione prima di ogni amplesso: chissà se ne derivava un condizionamento positivo o no alla passione successiva.

Ma da una lettera ricevuta di recente, mi scaturisce una ben diversa domanda e riflessione: i figli sono frutto d'amore o di egoismo?

Qui mi pronuncio e dico che propendo per l'amore. Però è anche vero che i figli li ho desiderati, fermamente voluti e per mia fortuna niente pratiche strane, né programmazione e nemmeno angoscioso dubbio di sterilità.

L'amica che mi ha scritto afferma di non volere figli per generosità: mettere al mondo oggi un figlio è solo puro e scriteriato egoismo. Meglio adottarne uno, offrire, a chi è destinato a vivere in difficoltà drammatiche, l'opportunità di un'esistenza serena.

Sinceramente non avevo mai preso in considerazione il problema sotto questo aspetto. E quindi adesso mi domando: volere a tutti i costi un figlio, anche in età avanzata, anche con madre surrogata, o fecondazione in provetta, è un atto d'amore o di egoismo? Lo si vuole, il figlio per gratificare se stessi, o per offrire ad altro essere un progetto di vita autonomo e felice?

Per donare una vita, o per colmare un vuoto d'amore e di solitudine? Per sentirsi realizzati o per predisporre la realizzazione di un altro essere vivente, nel rispetto della sua prospettiva di libertà di essere?

E qui mi viene da confrontare un atto d'amore spontaneo che genera un figlio senza averlo programmato, il figlio che si è presentato chiamato dalla fusione d'amore di un uomo ed una donna, con la programmazione supportata dalla scienza e dalla medicina che, anche nelle migliori intenzioni, offre un modo innaturale di procreare per volontà estrema di consanguineità: sì ad un figlio in gestazione surrogata, partorito da un'altra, l'importante è che corrisponda geneticamente alla coppia committente.

A questo punto concludo: non basta la consanguineità a fare un "vero" buon genitore: occorre una conferma d'amore nel tempo. E può esserlo, vero genitore, quello adottivo e perfino, a volte, quello elettivo, ma il discorso si allargherebbe troppo.

Mi rimane il dubbio: volere a tutti i costi un figlio è amore o egoismo?

Marzia Plumeri

aprile 2001

 

N.B. Rilancio l'argomento a tutti e accetto interventi pro o contro quanto sopra, purché intelligenti e in amicizia.

 

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