Violenza genera violenza

 

Ho ancora impresse nella memoria numerose frasi che mia nonna mi diceva quando ero piccolo in opportune circostanze. Ricordo una in particolare… "ricorda, Franco, la migliore vendetta è il perdono". Io allora non comprendevo cosa intendesse per vendetta… una vendetta, la interpretavo come una azione di ritorsione, qualcosa che facesse male alla persona che aveva commesso qualcosa di brutto, un ripagarla con la stessa moneta.

In verità il perdono interrompe un legame negativo, lo elimina, il perdono lascia la persona attrice del male solo con la sua coscienza… ed è lei, nella mente del malato che agisce.

Il perdono, in questo caso, non è letto come strumento di vendetta per se stessa, in funzione di essa, ma come superamento di una spirale di violenza che altrimenti si autoalimenterebbe, la violenza genera violenza.

La pietà è un sentimento di compassione… l’assurda follia di un carnefice che si abbatte su un bambino indifeso provoca istintivamente, in chi la osserva, una reazione di amarezza e impotenza, spesso un impulso di reazione altrettanto folle che si manifesta per mezzo del desiderio di far provare altrettanto dolore a chi l’ha provocato , la così detta legge del taglione: "Occhio per occhio , dente per dente".

Partendo da questi luoghi comuni, generalizzati, già cominciare a parlare di pietà significa anche giustificare il carnefice, perché non esistono metri diversi di pietà, o è o non è.

L’immagine della vittima innocente e impotente davanti alla feroce malvagità del carnefice è forte e brucia dentro, la compassione non basta, vorremmo manifestare in modo ancor più forte quel sentimento di sconforto e di impotenza che ci attanaglia il cuore….

Viceversa, parlare di pietà nei confronti di una mente che lucidamente provoca violenze inusitate e incomprensibili è già un passo avanti, implicitamente vi è un riconoscimento della malattia umana, una malattia non può non essere giustificata.

Io condanno il carnefice per l’atto insulso e nel contempo provo pietà, in quanto se possiede una coscienza inevitabilmente farà i conti con questa... se invece non ha coscienza... ogni violenza, ogni ritorsione da lui subita è una violenza nei suoi confronti, una violenza di vendetta che provoca nuova violenza.

Una violenza coercitiva della società ha la funzione , legittima, di salvaguardare la stessa dagli atti successivi ed analoghi e nel contempo di liberarsi dalla paura.

Io penso che non esista una violenza giusta, forse necessaria, ma che si sappia che una cosa alimenta l’altra.

Il dolore di un genitore il cui figlio ha subito violenza e morte in modo assurdo non potrebbe essere lo stesso dolore del genitore del carnefice???

Non per essere l’avvocato del diavolo, Marzia, ma il giudizio della sofferenza è sempre viziato dal contesto, spesso si giudica la sofferenza tenendo conto dell’impulsività, ed è normalissimo che sia così. Anche io, come te, non metto sullo stesso piano il carnefice e la vittima, il dolore dei genitori dell’uno e dell’altro…forse si... forse. Ma lucidamente... chi ha coscienza, soffre. Chi si rende conto delle malvagità che ha causata... soffre, l’istinto dice una cosa, il bisogno di alimentare amore e non violenza... mi dice un’altra.

Il problema è dentro di noi, noi siamo la società , in essa noi proiettiamo noi stessi, noi siamo quello che si vive e che si vede. Noi raccogliamo quello che abbiamo seminato.

La vera rivoluzione , il vero cambiamento si ha prima di tutto nel rapporto con noi stessi e , senza retorica , abolendo l’egoismo, la paura di perdere le comodità, sopprimendo l’ego che, in varia misura condiziona tutti e crea stereotipi dentro di noi.

La società si cambia prima di tutto cambiando noi dentro .

Leggere le cose del passato come errori da non commettere e aprirsi al nuovo che spesso sa di vuoto. Quel vuoto di cui tutti , spesso, abbiamo paura ad entrarci in contatto.

Non possiamo cambiare una società, non possiamo migliorarla... questi concetti odorano di opportunismo retorico stantio, anche se, purtroppo, ancora efficace a far presa sulle false coscienze, palliativo e proseguimento del falso perbenismo .

La società si può solo rifondare dopo che abbiamo rifondato noi stessi , quando abbiamo abolito egoismo ed interessi, certo, come scoprire l’acqua calda, e come sai anche tu, è il nostro microcosmo fatto di luci ed ombre che forma questo universo sociale, condannare eventi esterni significa condannare noi stessi, questo è quanto, il resto… è solo accademia.

Franco da Pistoia

ottobre 2000

 

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