Vittime e colpevoli.

 

La malattia o follia o esperienze traumatiche subite nel passato, possono indurre a pietà circoscritta alla mente del malato, ma non giustificare il suo farsi strumento di tortura e di orrore violando l'innocenza. Capisci bene, Franco, che in contrapposizione alla mente malata, nella lucida follia, c'è una creatura innocente. La vittima immolata sull'altare della follia e del pietismo vale per me molto di più del suo carnefice sia pure folle e malato.

Certo, dietro lo strumento di follia, esistono molti altri colpevoli, fra questi noi che facciamo parte del genere umano.

Io rifletto, a volte, che in ogni innocente immolato può esserci il Cristo che rinnova la propria Passione, perché gli uomini inorridiscano di se stessi e si ravvedano. Ma il sacrificio del Cristo è una scelta divina, mentre le vittime innocenti cui stiamo riferendoci non hanno scelto di immolarsi per la salvezza dell'umanità. Mi si dirà che siamo tutti figli di Dio buoni e cattivi... E, se anche ho pietà, ancora una volta chiedo perdono perché non ho perdono per la follia che si fa strumento di morte di un bambino.

Ma la mia pietà per il folle ( o il malvagio) è poca cosa paragonata alla pietà per la sua vittima bambina.

Mi ricordi, Franco, il cappottino rosso in "Schindler list", a simbolo dell'orrore dell'olocausto.

Non l'ho dimenticato e chi potrebbe?

Quanti cappottini vuoti di tanti bambini, in diversi colori e su quanti carri?

La guerra è un mostro mastodontico, che vomita altri mostri e ingoia tutto ciò che incontra, non fa differenze, sbrana e stritola tutti. Il mostro ha tante teste, anche lì c'è follia, nata dall'ambizione e sete di potere, ma non mi sentirei di avere pietà.

Eppure, fra le tante teste vomitate dal mostro, alcune nemmeno si rendono conto, si lasciano trascinare, molte prese singolarmente sarebbero normali, magari appartenute a studenti di liceo o a padri di famiglia o a qualcuno che s'è commosso alla nascita del primo figlio. Si deve averne pietà?

Ma vedi, amico mio, il caso singolo ( tu dici: il vero scandalo è la nostra ipocrisia...) mostra la crudeltà dell'individuo: malvagità allo stato puro di un "singolo", contrapposta all'innocenza di un "singolo" essere innocente e, più il fatto ci tocca da vicino, più lo viviamo, ma, se giustifichi i mostri, vorrai giustificare chi vive in sé il dolore di quella singola madre così vicina che potresti allungare una mano nel tentativo inutile di asciugarne le lacrime. E non è ipocrisia.

Credo, come tu dici, che certe menti malate debbano essere messe nella condizione di non nuocere. E va considerato che da certe malattie non si guarisce con la buona condotta dimostrata in carcere. Altre ne verranno, dici? Purtroppo è impossibile identificarle prima che si rivelino, né si può vivere in clima di continuo sospetto né rendersi paranoici a nostra volta, sospettando un innocuo vicino di casa che ha i suoi guai e non ucciderebbe una mosca.

Altre volte invece ci sono segnali precisi di allarme non considerati da chi dovrebbe, perché finché non accade il fatto non si può intervenire. E qui subentrano altre responsabilità ed altri colpevoli, ma anche questi commettono errori e debolezze da scusare?

Il rimedio di tutti i mali lo sappiamo bene è l'amore. Cominciamo da chi ci sta accanto, in casa nostra o nell'appartamento del piano di sotto: non si può amare il prossimo più lontano se trascuriamo quello più vicino. Purtroppo, qualche volta, parlare di tragedie epiche, così strategicamente lontane da renderci impotenti, può suonare retorico.

Perché vedi, amico mio, di fronte all'immane tragedia collettiva, cui partecipiamo col cuore ma nello spazio di lettura di un saggio di storia , o davanti ad immagine televisive o cinematografiche, noi viviamo il senso di colpa del sentirci parte dell'umanità, ma non quello di responsabilità per non aver impedito che la tragedia accadesse. E non è vero che al tempo dell'Olocausto nessuno si prodigò per salvare qualche vita, ci furono uomini e donne di chiesa e laici che rischiarono la propria esistenza per nascondere ed aiutare e se salvarono anche un solo essere umano furono e sono dei grandi. Certo non li conosciamo, salvo qualche raro nome. Ma tu citi Schindler, che non fu personaggio immaginario da film, e il suo nome figura nel "Libro dei giusti" del popolo ebraico: fu eroico e fu grande.

Ti do ragione quando dici che nei fatti più vicini, in ragione di attualità e di spazio, ci entra dentro la paura, anzi il terrore del rischio che possono correre i nostri figli, considerando quanto sia facile incappare nel mostro che li prende per mano. Oltre alla paura, ma anche al dolore, ci pervade il rimorso e il senso di colpa, consapevole o meno, perché sarebbe bastato un minimo di attenzione o tempestività, per impedire che la vittima innocente si allontanasse col suo carnefice, o per intervenire prima che le urla della piccola araba, udite dalla madre, si zittissero, senza aver sfondato un portone e volato quelle scale. Ma dove stavano gli altri esseri umani, i vicini di casa?

Altro mi verrebbe da dire, ma non voglio annoiare.

Grazie, Franco, per il tuo intervento che mi ha permesso di riflettere ancora.

Marzia Plumeri

settembre 2000

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