Mattino
Seduto
sul selciato, vedo scorrere,
melmoso,
odoroso e freddo, il rigagnolo dei ricordi.
Prepotente mi avvolge l'odore di vecchio.
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Bianco
gabbiano, con te volteggia il nuovo giorno
L'alba,
ancora assonnata, si ferma sull'attimo che arriva;
È:
l'onda
che soffoca
la mia mente,
il
vento che con prepotenza
si
insinua fra i miei cenerini ricci,
il
freddo che attraversa le trame,
come
una lama infuocata, si insinua, fra le mie carni,
la
bianca sabbia del deserto
che,
entra nelle mie pupille,
le
lacrime che rigano le mie gote,
il
sorriso felice di un bimbo,
sei
tu:
lo
sguardo mistico che a te mi ancora;
Di
luce e di calore debitor le sono,
inutile sortita, oggi, sarà
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Il
pegno
Assetato
di sapere mi siedo.
Sul
muro dove i morti rivivono
Ho
attaccato il mio Io
L'assolato
e cadenzato passo tortura la mia mente
mi
scruta il tempo, l'ultimo pegno sarà pagato,
È
morta l'agave appena nata
Morirà
l'immensità del giorno
Lo
sguardo oscurato dal buio,
Muore.
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Acqua.
Lungo il brullo pendio il tempo avanza.
Profonde crepe il tuo ventre solcano ,
il seme affidato s’ è seccato,
nell’unico fusto,
intaccato dalla sete,
l’appiccicosa resina,
polvere aspetta.
Un feretro passa in una via,
La gente che lo porta,
attanagliata dalla paura, rimembra.
Sui volti intaccati dallo sforzo, le lacrime si sono seccate.
La furia delle onde affonda le mente,
fra le aride crepe si smarriscono tanti ricordi.
Il passo, affrettato, anzitempo si avvicina.
Arida terra, a te mi stringerò.
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INVERNO
Odorosa di muffa.
Avanziamo
Strattonandoci l'un
l'altro.
Parliamo senza sentire.
Confondiamo col vento
La scorribanda dei vinti.
Non lontano
(Unica preda diventeremo),
Il buio si copre di paura
Il freddo ci accarezza le membra,
Avvinti restiamo.
In silenzio ci
allontaniamo da noi.
Vincenzo detto Cenzo