Raccolta di poesie di Davide Riccio
Quando sarò anch'io un apolide
Un ospite del mondo
Uno di quelli
Che avrà letto tutti i libri
Ma non tutti avranno letto i suoi
Che avrà parlato tutte le lingue
Viaggiando ovunque sulla Terra
Che si sarà offerto in sacrificio
Come una moderna guerra altruista
Dalle buone ingerenze umanitarie
Senza seconde confessate conquiste
E che non soltanto i figli
Lo avranno ucciso
In cuor loro
Per essere degni e poi migliori
Non resterà che scrivermi il segreto
Per me solo
Sulle pagine dell'ultima foglia
Nel poco tempo che cadrà sul pacciame
Perché li si decomponga
Ai piedi di una improrogabile
Genealogia
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UTILITA' DI DEFRAMMENTAZIONE
Aggiungo
E cancello
Anche oggi ho aggiunto
E cancellato
I dati sparsi
Rallentano la carica
E le unità predefinite
Quale clic
Finché sarò pulsante
Farà tutto il resto
Ottimizzare
Deframmentare
Se non stanotte
Il sonno
E nel sogno
L'apposito programma
La finestra che appare
Sul livello
Di frammentazione
E il processo
Di ricomposizione?
Domani
Domani mattina
Tornerò più veloce.
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Zimpua, rituale incenso tibetano:
le trentacinque sostanze aromatiche
bruciano, odorando appena di un ceppo
che arde ma fiacco in bocca a un caminetto.
Io la berrei monastica nepente.
Si apre il deiscente frutto rosso, un solo
imputridirsi maturo al qualcosa
del seme già altro, poi ancora o non più.
Se mi vedessero adesso le amanti
belle, accosciato sopra una turca
tra spasmi lievemente dondolando
simil folle abbracciato alle ginocchia,
illiquidire per più alto un viaggio,
guitto per vie di un Nepal di silenzi!
Senhal era il nome antico
di ogni amata; fittizio
come ogni poeta io già da me mi adombro.
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Tic tac
E' lo stillicidio di un orologio
il tempo che ci sta al tacco,
goccia su goccia nelle notti bianche
di maiolica e di idraulica inquieta.
E' la rivalsa delle donne amate
lasciate, fico dolce epiteliale
poi fico d'inferno, il ricino grigio.
Libro di artropodi e insetti che sfoglio
in fretta, schifato, senza toccare
con le dita le figure, mi sento.
E' il sottovuoto spinto della mia asma
il fantasma poetico del phantasma,
contenitore autodispensatore
io stesso di collose sospensioni
aeree sotto pressione.
L'astronave dei giorni
pur veloce procede che non sembra.
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Sempre più funzioni
Sono condensate
Nella mia esistenza
Un miracolo di ingegneria
Aliena sulle scimmie
Tra un socialmente integrato
E l'altro
Non ci si infila più un'unghia
Un pensiero
E appena un microsonno
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L'albero su cui pasticciamo inezie
Il fiore per dichiararle interesse
L'animale inorridito che mangiamo
Non potevano sapere dei piani
- Che pure noi pensiamo superiori -
Dell'umanità o del singolo uomo
Chiamarla blasfemia non è sbagliato
Se crediamo di essere noi la divinità
Che sa cosa la offende
Le parole che ci diciamo
Sono la salvia e la mentina
Per coprire
La putrefazione batterica
Nell'alito che soffia dalla psiche
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Prendere un treno
tra chi va e chi ritorna:
ginocchio contro ginocchio
in qualche vecchia carrozza,
aprirsi un po'.
Guardare di fuori
i pensieri che hai dentro.
La massicciata scorre
come scorre il passato,
ovattarsi un po'.
Conforta la memoria
il tatantatà che culla
e sostiene il fantasma
di una cara infantile
filastrocca.
Di stazione in stazione
sulle guide di acciaio
abbandonarsi finalmente
alla certezza di arrivare.
Dormire un po'.
Cardiaca contrazione
e arteriosa pulsazione
rotolano sul binario
e da ogni tunnel impavidi
rinascere.
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Il display digitale è verde acqua.
Non ricerco stazioni preferite:
la sera dianzi giro il pomello
con la radio spenta, senza guardare
la scala numerica, il sintogramma.
A volte mi svegliano gli intervalli
di frequenze rimaste vuoti, puri
radiodisturbi e le perturbazioni
sulla ricezione di pace cosmica.
Lo strisciante fruscio ha qualcosa
del fiume, ed il crepitio elettrico
mi mette quasi una certa allegria
di avvenuta ricarica voltaica:
tensioni, correnti, capacità.
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PAPA' PERDONAMI FOREVER
(I suoi divorziano e lei, a 14 anni, si butta dal settimo piano)
Chi eri tu, che non sei più
florida e rugiadosa
ma solo un tonfo asciutto
inaudibile che incredibile
schianta i cuori accorsi
finalmente accanto all'altro?
Cos'eri? Ma non certo questo
fagotto scomposto sulla strada
sottratto all'incalzare profano
del dio-dicotomia
che non sa più sfumare
tra il chiaro e lo scuro.
Fosti l'offerta che da sé
si prescelse immolandosi,
dedicandosi a un amore
la cui divina potenza
svigoriva fino a morire
nella macchina o uno o zero?
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Aderente tutina cybersex
Che vibra e penetra
Nei punti strategici
Si accoppiano così in rete
I cibernauti
Senza effetti collaterali
Io sono pronto
A non più fallire
Per amore
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A spegnere questa inquieta
Idea della Storia
Non sarà un po'
Di più lecito spazio
Si va dove chiama
Per sua disperazione
L'anonimo decoro
Quello che voi
Amate sporcare dentro
Più dentro ancora
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Qualunque sia la tua lunghezza d'onda
o l'angolo di incidenza, ti assorbe
il nero, che non ha tonalità
né scelta tra condizioni possibili.
E se sarà così, come nessuno
pensa davvero un'anima all'insetto
tale in eterno, vita oltre la vita,
dove il sogno è un taglio della carne
insieme alla sua mente e poca plaga
di polvere inerte, cos'altro ancora
fattosi orfismo a se stesso, scandire?
Siamo vani postulanti e iniziati
solo per più grande disperazione:
Euridice comunque va perduta.
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UN'ALTRA POESIA (Epifenomeno)
La poesia è una metastasi
il cambiamento di sede
di un processo morboso
qual è il cancro del proposito
di scriverne ancora
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BALLATA DEL PIANETA STERILIZZATO
Sterilizzare
rendere il pianeta
incapace di riprodurre
un secondo sbaglio:
la creazione di un altro
suo peggior nemico
come già gli fu l'uomo
coronamento secondo Dio.
Antibiologicamente corretti
sogno strisciante di finire
qualunque germe
e le prime cagioni
autosavonarola dell'igiene
di massa angelicata,
ma gli angeli
non esistevano con l'uomo
per l'uomo?
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Certi se ne stanno così
Come una Chiesa della Memoria
Devastata e mai ricostruita
Un sacro profanato
E un profanamento sacro
Sono i poeti
E le loro parole
Pezzetti venduti
Di un odiato Muro abbattuto
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Stasera mi basta
Sfogliare un catalogo
Conoscendo meglio
Il mondo Bang & Olufsen
Capisco dove inizia
L'universo sempre meno
Volto all'unità:
Nello stato di enorme
Densità e pressione
Di un netto in busta
Al mese.
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Grossa impacciata zanzara tranciata
al torace con lo zac di una forbice
prima cosa sotto mano e un pensiero:
così rivivrò il peso delle azioni?
Tiro sul prezzo da pagare al karma
con tutti gli ennesimi "ni" di comodo
e le crudeltà da birra torpente
se questo pare il nirvanico niente.
Dove lo sguardo ho di brace in punta
alla sigaretta lei non mi appare;
soltanto una fata morgana vibrante
di caldo orizzonte sempre rincorso,
pensosità che cova, incubazione
dell'Uovo, e l'Uomo, incubo per pesarvi
sopra.
(A Davide Riccio, 1533-1566)
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Cos'è che ci fa giacere in riarse
regioni dagli astenici mattini
lungo acque scomparse, un tempo profuse
perché profondasse l'essere terra?
Sono deserti e canyon queste valli
dell'ombra della morte, ventitreesimo
Salmo che un groppo alla gola soffoca:
qui non v'è da pascervi gli armenti,
sì che da sé alcun saggio Pastore
avrà mai ragione di capitarvi;
e non c'è voce di Dio se non quella
di un'eco per più comodo amore
del Suo nome, Io che sfuma riflesso
e intatto lascia l'urlo delle belve.
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Ventilatore che oscilla fioco,
ad ogni distacco della corrente
del fluido l'incidenza si fa critica
sui piani, così cade la portanza
e cado io in vite senza madrevite,
senza importanza per oggi immangiato.
Ti sapevo di terra e di castagna,
di patata che sbucci e mela verde;
però anche tagliato a metà lo sono
nel senso di quei marmi che decorano
gli androni, uguali eppure speculari.
Siamo dove non troviamo nel libro
stampato il filo e i tratti raccordanti
di un corsivo, ma perfino ciascuna
lettera è sola
e non si incruna,
oppure breve che non cuce, ai cuori.
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Le stelle sono lanterne cieche
che nascondono Chi le porta
e soltanto più compagnia
mi fanno i nottuidi
e gli altri seccanti ronzoni
istupiditi che mai scaltriti
all'impazzata secchi
tonfano nella lampada.
L'orologio al muro ininterrotti
staccheggia passi gravi.
Languido, rivolgo nella mente
i miei fantasmi a mezzanotte,
e del tempo sento le catene.
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Sono perfettamente inutile
come uno che si gira
rigira le sfere baoding
tra le dita connesse agli organi
vitali sempre meno vitali
Mentre mi basta vederti
spruzzare l'acqua solare
per l'agognato fototipo bruno
scriverti adesso un ti amo
appena più fine di un SMS
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Io so perché mi ammalia
il mare. Tu inspiravi,
e i frangenti sulle rocce
sciabordano schiumando.
E poi che l'onda si è
franta, lenta e costante,
e scemando la cresta
respinta si ritira,
pacifica tu espiravi.
E lo sciacquio fievole
e ipnotico, amniotico,
mi riavvolge di nuovo.
E vorrei non finisse
mai… ma senza erosione.
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Domenica la tua radiolina
a transistor pigolava metallica:
non era "Tutto il calcio";
eri bensì tu che filtravi
a ottomila cicli al secondo
fino al ventre materno.
pace profonda in me si ridestava.
E se la tua squadra del cuore
un goal segnava, in alto aliavo
per le braccia tue possenti
lietamente riespulso - sorretto
da mani certe e solenni di ostetrico.
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Ho stretto una zecca tra le unghie
I motori dei carri si sono accesi
L'ho strappata dall'orecchio del cane
Migliaia di ordigni a pressione
Un guaito di fastidio e spavento
Bombe a frammentazione e anticarro
La zecca zampetta sulla battuta di cemento
Leopard 1 Challenger Scimitar M113
Io la brucio con il mozzicone di sigaretta
500 villaggi kosovari da ricostruire
e Fipronil in soluzione esterna
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AFRO
(Suonando tamburi mentre mi abbronzo)
Assorto nel ritmo cangiante
Sotto il sole grande padre
Palmi e dita sul tamburo
Mi farò scuro d'aspetto
Dando battito alla Terra-Gaia
Grande madre con lo djembe
Aura di latte idratante
Mi si mescola all'afrore
Di afrodisiaco sudore
Vinomele per gl'insetti
Fastidiosi di passaggio
Sono in fermentazione, U.V.A.
Nella pelle più profonda -
Chimica trasformazione
Microorganismo io stesso
Di non so chi o che cosa
Di quale vino divino
O polverosa alchimia soltanto
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Bello è vedere bruciare i fogli
Di un quaderno nel caminetto
Si accartocciano s'increspano
In un grande garofano nero
Con le ultime screziature rosse
Che si spengono
Gli appunti e gli sbagli
Scarabocchi correzioni scempiaggini
E altro tempo perso ancora
Lo scrittore si purifica e gode
Cancella per sempre i percorsi
A volte imbarazzanti
In amore c'è lo stesso fuoco
Alla memoria…
Poi si accartoccia s'increspa
In un grande garofano nero
Con le ultime screziature rosse
Che si spengono
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CON LA MENTE A OCKAM E LA MOGLIE PAZZA
Due cardellini nell'uccelliera
Si beccano
Si rincorrono litigiosi
E ne ho il ricordo
Dell'orribile convivenza
Sei anni eterni
Nella nostra gabbia
Di psicologie umane
A impedirci di andarcene
L'uno dall'altra
L'amore differisce dalla gabbia
Perché questa è finita
Ma l'umanità ci invita
Anzi ci impone di immaginare
Solo gabbie infinite
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John Steinbeck mi avrebbe visto
passare a Positano
per farmene un'idea
non sarebbe stato contento
che il turista più modesto
conoscesse un posto così
fuor dall'eletta
e dal fior d'ogni potente
le menti i ricchi gli ottimati
Non queste parole alle sue
vi faranno mai da controtarga
inopportuno monumento
E' poca linfa sanguigna d'insetto
scacciato rimasta sulla mano
che non pensavi fosse rossa ugualmente
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Se qualcuno nel mio vuoto diviso
colasse del gesso, che ne verrei,
qual forma non so; come su Pompei
un Vesuvio mi colse all'improvviso.
Così ti conobbi e ora mi ritrovo,
non più fuggiasco al magma traboccante
in uno del mondo i quattro elementi.
Le metafore ardite e il tempo nuovo
ti regalerei all'infinito, oh rabbia!
se solo il proposito non suonasse
come un frullo d'ali sul risuonare
di fili di ferro in angusta gabbia.
Se al tuo cuore il mio sonetto arrivasse,
comunque, scuseresti il mio giocare.
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Ulisse è una sfinge canina
Dagli occhi semichiusi: si concentra,
Il naso gli freme quarantaquattro
Volte più del mio quando legge il libro
Illimitato degli odori in calma
Di vento o nella brezza mutevole.
Mi propone l'enigma insolubile
Di quel che lui solo sente in sinfonia.
L'invidia per questa sua qualità
Non mi potrà bastare a possederne,
Prima o poi, in egual misura. Pertanto
Mi vendico consumando il piacere
Di una dolce anguria sotto il gazebo
O la sera, dopo cena, una tazzina di nocino.
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Specie di sera mi piace
Coricarmi ad ascoltare
Le onde corte
E la modulazione d'ampiezza
A captare le radio del mondo
Di lingue che non conosco
E musiche arabe o balcaniche
Dai modi inafferrabili
Jugoslavia Polonia Albania
M'immagino d'essere un immigrante
Bisognoso e sprovveduto
Da poco tempo arrivato
Sono mio nonno a Filadelfia
Sono mio padre a Lucerna
O sono io - questa volta
Lo straniero
Il diverso
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Sono perfettamente inutile
come uno che si gira
rigira le sfere baoding
tra le dita connesse agli organi
vitali sempre meno vitali
Mentre mi basta vederti
spruzzare l'acqua solare
per l'agognato fototipo bruno
scriverti adesso un ti amo
appena più fine di un SMS
_________________________________
A muovermi e frenare, a pattinare
in equilibrio dinamico imparo;
semmai annaspare e ridere o cadere.
La risultante di forze applicate
e il momento rispetto ad ogni punto
risultante si annullano, si equilibrano.
Si annulla ed equilibra in ciascun istante
quel che conquisto, poi che di vivere
ho sempre meno il tempo; ma vi spero
che infine tutto e questo anche concorrano
a rendere migliore la mia essenza.
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Mi svaga l'ora calma
del passeggio con Ulisse,
il mio cane che grufola
nei colletti dei lamponi
e in ogni altro dove
rigrufola presenze nuove
col suo lungo odore
come l'ulisside neoterico
quale io essere vorrei.
Mi allevia rincasare
sgambando anche se affranto
e sulle vecchie scale
quel già sentirlo guaiolare:
dietro la porta annaspa,
raspa la specchiatura
e non sta più nella pelle
al dindonare a distesa
in do diesis maggiore
quando così gli sciolgo
le campane alla sua voglia
di festa concitata
che mi oltreporta
dritto al cuore…
E addio ad ogni Santippe!
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Tu sei delusa dall'isola di Arturo
in questo giorno meno azzurra
della tua bibita preferita
al lampone blu in ergonomica bottiglia
Sulla scura spiaggia Chiaia
non ho pensieri variopinti
da distinguere lontano, ma uno soltanto
intorno all'ossimoro all'apparenza
Posi tra i bianchi corimbi di oleandro
e qualcosa io non sono che vorresti
se non la stessa Terra Murata
in qualche prossima poemessa
A te che piacciono i forti
gli uomini arditi e spregiudicati
da quel duro bagno penale
avrei saputo evadere come in un film?
Pensandoci due tipi snob
mangiamo il pesce alla Coricella
e non c'è cosa più profonda
che io potessi smettere di dire
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Quanti ragni
appesi a un filo
sembrano volare!
Trasmettono sempre:
ho nostalgia di monoscopi
e di effetto neve.
Scale archeggi staccati tremolo e cavata…
Perché alla mia età imparo il violino?
Proprio perché non servirà a niente!
Fuochi d'artificio
e puzza d'insettifugo:
tutto ha un nesso.
Crepitio di foglie al vento;
chiudo gli occhi ed è fuoco, è pioggia,
è carta, è applauso… Cos'è?
Al risveglio,
com'è irreale il mondo
dopo aver sognato!
A cosa serve l'erba esplosa da un marciapiede?
Intrecci di nuvole
che guardiamo e dimentichiamo.
Scaglio il giornale sul soffitto:
il moscone è morto stecchito
mentre in cortile miaula l'estro venereo.
Arachidi tostate giganti:
potessi anch'io preferibilmente consumarmi
entro la data sopra indicata!
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Prendere un treno
tra chi va e chi ritorna:
ginocchio contro ginocchio
in qualche vecchia carrozza,
aprirsi un po'.
Guardare di fuori
i pensieri che hai dentro.
La massicciata scorre
come scorre il passato,
ovattarsi un po'.
Conforta la memoria
il tatantatà che culla
e sostiene il fantasma
di una cara infantile
filastrocca.
Di stazione in stazione
sulle guide di acciaio
abbandonarsi finalmente
alla certezza di arrivare.
Dormire un po'.
Cardiaca contrazione
e arteriosa pulsazione
rotolano sul binario
e da ogni tunnel impavidi
rinascere.
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PELLEGRINAGGIO A MARIA SS. DI MONTEVERGINE
Tutto questo
e ancor più triste
mi lascia il mercimonio
dei pii ricordi volgari
neanche più d'oro
sono vitelli di plastiche
latta e vernici
carta e parole
Lungi da me
pensarmi un novello Mosè
contro un Dio che si veda
e che dinanzi ci vada
Gli Aaronne
I santi
Le madonne
Ma per l'altrui
fattosi anche proprio comodo
più non lo senti
che tutto quel che abbassa
invece ti solleva
Non la sofferenza
che chieda una grazia
pure intercessa
Oggi ho visto però
essermi più chiesa una volpe
investita
a pezzi in mezzo alla strada
(Abbazia di Montevergine - Avellino, 2001)
NON AVREI VOLUTO ESSERE QUELLA FOGLIA
Non avrei voluto essere quella foglia
morta
di platano
sola
in mezzo al marciapiede pulito
che la vecchia seccata
di lì passando
sotto una scarpa
ha strascicato
in strada
prima di riprendere
le sue faccende
e il cammino
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Placido sopore e spicchi di lunula,
Unghie che mappano gli ignudi corpi,
Tastano care dita, e i manicordi
Sotto le lenzuola han dolci armoniche.
Perlustro il marame della mia stanza
E trovo pace che bruna s'increspa,
Filiforme, Mediterraneo antico
Per le illiriche liburne sottili.
Lembo di terra estremo su cui batto
Le pensate onde alessandrine, faro,
Tu mi affascini in cuore che rinvergina.
Spengo l'ultima cicca: a sei colonne
E timpano completo un crepidoma.
Ho un tempio classico nel portacenere.
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Sotto la mostardiera pungente
di un inquinato cielo ecchimotico
mi sgomento a rivedere la tensione
di un gotico ardimento d'uomo.
Ma del Duomo gli archi ogivali
ancora le scoccano le guglie acute
dal fango all'Altissimo e Dio,
Dio ne rimase mai colpito?
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Irpinia, fonda notte che l'allocco
scandaglia, ecogoniometro, monotono
sonar le cui onde nel vuoto si perdono
dove sono io, immobile, come sciocco.
Poi giorno, di schiatta normanna e fieri
frugali sanniti incroci io ritorno,
austerità, obbligata sussistenza
contro rinnovata romanità.
Gli amori miei mietuti han di questi
colli bruciati, dove anche le stoppie
residue ardono d'un cenere spento.
Al piacere che sbrama un dispiacere
che sbrana: dopo la pietra e i giganti
non risolse il farci l'uomo dal fango.
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Prima di entrare ero ansioso e teso.
Qui ripredispongo la mia mente
al pensiero positivo; a più lunga vita
riattivo il sistema immunitario.
Un melone retato, tastato con sapienza
ostentata: io, navigatore solitario
che srotola strappa spiega con arte
e annoda i sacchetti per le susine sfuse
o i muscoli glutei delle melanzane.
Tutti i colori del mondo mi rallegrano,
ricreo legami più stretti tra gli altri
e me, intenti a cercare identici
osservabili bisogni da appagare.
Sono l'apprezzabile single
che seleziona con cura anche l'anticalcare,
l'ammorbidente da stappare annusare.
Refrigerato ovattato
governo il mio carrello in questo mare,
con classe riflessi e moderno sex appeal,
oppure non visto rotolando sospeso
a un ritorno senza prezzo di ragazzo
in monopattino.
E a casa ancora mi premio
scartando sfiziosi blisterati
come in un altro bianco Natale.
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Si contorce il corpo degli olivi
Protesi in ogni spazio
Con rami capaci di ogni angolo
Cambiano
Ripensano si corrugano
Si espandono ritornano
Si avvitano a volte
Combattono gli olivi
Tra diversi infiniti modi
Di essere e di crescere
Di andare o tornare
Più che un simbolo di pace
A me pare dell'inquietudine
Talvolta
Invecchiano le foglie
S'inargentano canute
Alla luce
E le piccole drupe ovali
Dei loro frutti
Già sanno dell'unica pace
Di un'estrema unzione
Alter ego
(haiku tanka)
E' David Bowie -
maestro, in qualche
modo - già parte
di me riuscita meglio.
Io ho sognato
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ALCOOL
(e il golem Emeth-Meth)
Voglia di esperienza
Dentro un me stesso
Dove c'è l'altro
Finché non gira la stanza
E l'euforia biochimica
L'impressione parasimpatica
Artificiale si conclude
In antipatica necessità
Di affacciare la coscienza
Sulle orribili incrostazioni
Grigiastre del water
Con due emetiche dita
Richiamo dalla gola profonda
L'informe materia del mio golem
Sulla cui fronte
Nominai la parola creatrice
Emeth ossia Verità
Ora che ho paura
Della mia stessa ottusa argilla
Cancello i giochi di parole
Lasciando solo morte
Nel sonno più nero
Attento come posso
A che la massa decomposta di Meth
Non mi schiacci e soffochi
Mentre ancora mi riesce di pensare
A Rabbi Elijah Von Chelm
E a Jimi Hendrix