VERSI GIOVANILI
di Mariano Fresta
E tu sei oltre …
Rischiarano greggi di viti
impalpabili raggi e dormienti
pastori di cemento
avanti il mio sguardo insonne.
La carezza delle mie mani
non raggiunge la luna
in questo silenzio notturno…
E tu sei oltre.
(1959)
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Vidi il tuo cuore
Odo. Le parole che non mi hai mai detto,
vortici di felicità sconosciute
di mani sui serici capelli.
Sento. I baci che non mi hai dato
eppur sognati nel delirio
d’un cielo azzurro e un sole siciliano.
Ecco. Tra le nebbie padane spuntare,
m’assalgono, i ricordi.
Ma quella sera seduto su una pietra
tra i boschi di Cerruzzo,
vidi il tuo cuore:
lava antica d’amore sitibonda
e aridi crepacci e nude rocce.
(1962)
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Per il giorno natalizio di un’amica
La realtà pirata
che uccide i nostri sogni
anche non ci priva del passato.
Avemmo giornate di bel sole,
di cieli limpidi … Attimi felici..
Ma ciò non importa ormai
se abbiam mutato i nostri sentimenti.
Altro ora ci attende. Oscura
è la vita per noi ancora all’alba;
perciò oggi, ventisei di Marzo,
porgo cari auguri
a te, amica lontana.
(1962)
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La tua voce
Sono i ricordi, i sogni
stasera, che qui, sul muro
di calvario, mi accompagnano.
E’ il passato
(triste a volte, a volte lieto),
è il futuro
(poche le speranze, grande lo smarrimento).
La tua voce sento.
Mi arriva tra le note
delle canzonette. La bevo
a sorsi, lentamente.
E’ una gioia, un dolore,
un misto dolceamaro
di cose perdute, cose trovate
e riperdute; un colore
sfumatesi nel niente.
La tua voce! Dire ancora ti sento:
«Amurittu! Mi vuoi bene Mario? »
E tutto si perde lontano
nell’accento soave di un motivo
nel buio della strada di Calvario.
Ed anche trascorso è questo giorno…
Sono tanti i giorni ormai…
Quasi tre anni…
Quanti affanni! Ed ora ritorno,
forse, per sempre.
A casa che riporto?
Guardo le mie mani vuote e secche
come un torrente a luglio
e mi domando assorto
quello che non so.
La scuola, il Partito,
i giorni vani
di Brescia: è tutto finito?
Ma no,
si ricomincia ancora,
si ricostruisce.
Tramonta una stella, passa un’ora …
E se poi …
Se poi tutto finisse?
Che amarezze stasera!
Faccio il sentimentale
lo so,
ma con le tue carezze
così triste la vita non era.
Cercare in me la soluzione,
sapere chi sono, che ho.
Ma a che pro, se non m’ami?
E se m’ami?
Ahi, questo nostro amore insicuro,
fragile nella lontananza.
La tua voce! Ancora la sento.
Mi giunge improvvisa,
mi lacera il cuore. Il vento
com’è fresco stasera!
Sospira, sussurra, carezza…
Mi par di sentir la tua mano
Sul viso mio stanco …
E non è che la brezza.
(1966)
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Incontro
E’ da tanto che piove ed è già sera.
L’uomo ha smesso l’ardesia di tagliare
per un bicchiere di vino che lo scaldi,
ed ora, qui in un caffè d’Entréves,
dice a me, venuto dal Sud,
che nelle borracce gela anche la grappa
quando tra la neve alta
si tagliano i pini
e soffia il vento dei ghiacciai.
Io non so queste cose,
ma dalle sue parole aspre di dialetto
la forza imparo che lo tiene avvinto
a queste rocce nude,
agli azzurri cristalli della Brenva.
Due volte l’ha sepolto la valanga
(e di questa rimane ancora il rombo
negli occhi chiari di duro valligiano)
e molti mesi è stato a sorvegliare
la mandria che sui pascoli si muove
al lento tintinnar dei campanacci.
Ora non va più sulla montagna
che qualche volta la domenica,
quando c’è il sole e si sente
la marmotta fischiare spaventata
tra i sassi, ma bada alle bestie
che stanno nella stalla
e a luglio e a settembre miete il fieno
che porta in ampi teli sulle spalle.
E’ notte ormai e la sua voce tace.
Ma quando gli dico che il mio mare
e l’Etna fumante sono belli,
egli sorride e ricorda il volo
dell’aquila magnifica
e lo stambecco, alto, sulla rocca.
(1966)
Mariano Fresta