Il sermone di Natale

Fa un caldo cane stasera e dobbiamo andare in chiesa.

Grazie a Dio per l’aria condizionata

anche in chiesa,

Natale qua sembra fuori posto, in piena estate.

Muoviti, si sgola Grace, Ania si fa bella in camera sua:

- Darai il batticuore ai tuoi poveri amici -

- Ma dai mamma, molla!!! -

Sulla porta di chiesa padre Benjiamin ci dà il benvenuto.

Si sta bene qua dentro in casa del Signore,

Vedo un po' di fronte a noi i Cummins, alla sinistra i Palermo,

nostri amici più cari.

Scambiamo cortesie

la Messa, quasi alla fine.

Padre Benjiamin inizia il suo sermone,

ci promette di essere breve.

- Prima di lasciarci ricordiamo il nostro dovere di cristiani:

i Comandamenti

Non dimentichiamoci per chi Cristo morì sulla croce,

per noi!

Ricordiamoci anche di tutti coloro che,

meno fortunati di noi, non avranno cibo sul tavolo,

dei bimbi che non avranno un regalo sotto l’albero

e soprattutto di quelli che hanno perso la via del Signore.

Ma mi dilungo...

Vi lascio andare ad aprire i vostri regali - si rivolge ai giovani impazienti

- Andate in pace -

Impeccabile come al solito, dice il Palermo

mentre ci scambiamo gli auguri festivi.

All’uscita Padre Benjiamin, o Benny per noi amici di famiglia,

ci abbraccia:

- Non so per te, ma io non sto nella pelle, aspettando il pranzo di domani.

Ummmm, il tacchino come lo fa la mia Olivia...

Sento il profumo -

Smettila, protesto, sei un perverso

 

L’aria afosa …

Corriamo in macchina.

Il ronzio dell’aria condizionata delizioso.

A casa finalmente,

Ania rifiuta di aprire i regali, fa troppo caldo e si tuffa in piscina.

Ci mettiamo comodi,

Grace strappa qualche ramoscello di lavanda e menta,

li sparge sul pavimento in fronte allo Spa,

emanano un odore delizioso quando si calpestano.

Grace mi si avvicina porgendomi un Bloody Mary,

si coccola accanto a me.

Niente di migliore di uno Spa per rilassarti

Un magnifico sermone, dice gustando la sua bibita

Sì, meraviglioso il nostro Benny

Si ricorda di tutti.

Sempre

A Natale

 Simbha 2000

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Prayoon, piccolo fiore selvatico

 Ti colsi su quel campo di tabacco,

mi avevi coercito, mi scusavo:

avevi solo quindici anni.

Avevi un’agenda nascosta?

Scappare dalla miseria?

Forse.

Non saprò mai

I tuoi occhi da cerbiatta

I capelli a cipollina intessuta

da bianchi frangipani

Il tuo ridere contagioso:

- Falang moi tit pak -

Ridevi incontrollabile

- Uomo europeo, peli anche fra i denti -

dicevi col tuo inglese spezzettato.

E ridevi,

avevi solo quindici anni,

i tuoi sembravano volersi sbarazzare del tuo fardello.

Sedevo contemplante sulla riva del Mae Kong,

Dove tutte le sere metà del paese faceva il bagno

- Mia sorella abita dall’altra parte a Louangphrabam,

vuoi andarci con me? -

Scherzi? E cosa diciamo ai comunisti cambogiani ?

Da Ban-Don poi ci saranno duecento km...

Se ci sparano?

Forse ero impetuoso, magari un po' verde,

non faticasti a convincermi.

Nit-Noi ci portò sull’altra sponda.

La giungla silenziosa , ammonitrice.

Gli spari, il tuo sangue caldo sul mio petto,

tu inerte, ridevi, non sentivi neanche il dolore.

Ridevi:

- Falang moi tit pak -

Mi lasciasti così,

l’ombra di un machete sul mio petto poi più niente.

Mi ripescarono a Nakhon Phanon.

Li porto ancora i segni sul mio petto,

lungi dall’essere profondi

come quelli che segnasti sul mio cuore.

Oh Dio, avevi solo quindici anni.

 

Simbha 2000

 

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