Olio di macchina e acquaragia di M. Plumeri
(2009 - pubblicato sul n. 261 di Sìlarus)
Mi saettò, correndo davanti alla macchina. Sbucava da una viuzza laterale. Lo scansai per miracolo. Però cadde, inciampando nel bordo del marciapiede. Per terra gli si sparsero bombolette spray e attrezzi vari che erano fuori usciti da una busta di plastica grande e nera, in uso solitamente per la raccolta della spazzatura. Accostai l’auto al marciapiede, poco più avanti, e scesi a soccorrerlo.
- Non mi sono fatto niente – precisò subito – Aiutami a prendere le mie cose –
Inutile dire che lo aiutai e accettai di dargli un passaggio. Mise "le sue cose" nel portabagagli della mia auto. Il tutto, molto rapidamente. Si era appena seduto nel sedile accanto a me, quando vidi sbucare dallo stesso vicolo di prima, gente esagitata.
- Vai – m'incitò. Partii, poco convinta. Nessuno, per fortuna, mi collegò al ragazzo in fuga.
Sembrò pura formalità quando gli chiesi: - Stavano inseguendo te? –
Mi sgranò, in faccia, occhi azzurri quasi blu, innocentissimi: - Me? Ma scherzi!! –
Poco dopo, invece, nel breve tragitto, mi avrebbe confidato, ma lo avevo capito, che sì, stavano rincorrendo proprio lui. Per l’ennesimo "capolavoro", un graffito, immortalato sulla facciata bianca di una casa.
- E’ pericoloso di giorno – precisò – ma vuoi mettere la "strizza" eccitante che ti prende? Di solito, lavoro di notte, ma ogni tanto mi piace anche di giorno. E poi adoro l’odore dell’acquaragia quando mi smacchio le mano sporche di pittura -
- Non dovresti essere a scuola? Quanti anni hai? –
- Sedici anni. Mi piace fare forca –
Si fece lasciare alla stazione degli autobus, spiegandomi che abitava fuori città.
Salutandomi, m’informò di chiamarsi Mirko e mi diede il numero di cellulare, scritto lì per lì su un foglietto cincischiato. Sospettai fosse un numero falso, però lo ricambiai col numero d’un mio telefonino, ormai obsoleto, mantenuto attivo. Di Mirko, pensavo che la sua bellezza fuori del comune, avesse peso nell’accattivargli simpatia. Qualche settimana dopo, mi telefonò.
- Volevo ancora ringraziarti – esordì. Mi si rivolgeva, come fossimo coetanei o, peggio, complici.
Una certa diffidenza sarebbe stata logica. Ma quale scopo recondito sarebbe potuto esserci? Cosciente o no, avvertii una sua semplice esigenza di comunicare o dialogare, al di fuori della propria cerchia di amici o non amici, e, poi, con un’adulta. Fu, forse, un suo impulso irresistibile di sincerità, o di vanità: che gusto c’è a trasgredire se devi nasconderlo a tutti? Una donna, con l’età di tua madre che è, e tu per lei sei, soltanto un numero di cellulare, rappresenta l’ideale per esprimersi in totale libertà.
Fu la prima delle sue telefonate. Gli chiesi in seguito di chiamarlo io o di caricargli la scheda, per fargli risparmiare i soldi di ricarica. Rifiutò.
Maggior confidenza, o fiducia, subentrò col tempo. Non mi chiese di me, salvo qualche rara domanda. Se avevo figli, se piccoli o maggiori di lui. Fui precisa, ma anche evasiva, nel timore che potesse rintracciarmi. Non credo lo abbia mai tentato.
Attraverso i dialoghi, molti suoi monologhi e poche, ma efficaci, mie domande, analizzai quanto fosse solo. Un ragazzo del nostro tempo. Malato nell’anima, eppure teso a combattere la propria malattia. Spesso mi telefonava di mattina. Aveva smesso di usare con me termini nel gergo giovanile che poi era costretto a tradurmi. A volte, perfino, sceglieva vocaboli ricercati e, nello stesso tempo, impropri che mi facevano sorridere.
- Non vai mai a scuola? –
- Quasi mai –
- Ma che classe frequenti? –
- Mi hanno bocciato due volte, faccio la seconda media –
Mi spiegò che aspettava i diciotto anni per essere libero di gestire la propria vita. La scuola era il modo per uscire presto di casa la mattina. Niente di più. La sostituiva con un’officina meccanica che non m’indicò. Vi si recava, alcuni giorni della settimana. Gli piaceva riparare i guasti del motore di un’auto. Per quattro soldi, prestava la sua opera clandestina. Gli piacevano l’odore dell’olio di macchina, disse, sulle mani unte e sulla tuta, usata e macchiata, che gli prestavano. Quasi quanto amava l’odore dell’acquaragia che cancellava le tracce di vernice, dopo ore di graffiti.
- Là imparo il mestiere e mi sento padrone della mia vita – mi spiegò.
Mi raccontò di una professoressa che lo aveva invitato a prendere qualcosa al bar, durante l’intervallo, in una rara mattina di presenza a scuola. Per cercare di convincerlo a impegnarsi di più. Quella almeno la spiegazione.
- Ma perché al bar? –
- Che ne so. Forse le piaccio. Mi tratta sempre male, ma le piaccio. Lo capisco da
come mi guarda,
- Una donna giovane?
- Boh. Non tanto. Avrà la tua età -. Quarant’anni possono essere decrepiti per un sedicenne. Temette che mi fossi impermalita.
– Tu sei diversa. Insomma, sei una mia amica. Ti ho visto una volta sola e non mi ricordo come sei fisicamente –
- Più che amica, mi sento una specie di madre putativa –
- Magari fossi mia madre –
Seppi che aveva un fratello, minore di due anni, molto bravo a scuola, molto diligente, con ottimi voti. Lodato di continuo dai genitori. Genitori che, peraltro, erano sempre assenti e rincasavano la sera, poco prima di cena. Il fratello frequentava una scuola privata: entrava la mattina e i genitori passavano a prenderlo al ritorno dal lavoro.
- E tu? Come vivi, dove mangi, cosa mangi… –
- Io sono il figlio degenere, la pecora nera. Non perdono tempo con me: io mi arrangio. Qualcosa trovo in frigo. Altre volte mi compro un panino -
- Intendevo anche chiederti che cosa fai durante tutto il giorno –
- Quando non vado in officina, resto a casa e di solito scendo in cantina. Mi manca un po’ l’aria, ma ci sto da re. Mi sono fatto una specie di laboratorio. Ho un computer, un rudere che mi sono riparato da solo. A volte mi collego, vado in giro per internet: ci sono siti molto… interessanti. Ma di quelli non ti voglio parlare. A volte mi faccio una canna. Più che una canna, un cannone, una dose maggiorata.
- Dove te la procuri l’erba? Non voglio farti la predica, ma si comincia così e non si sa dove si va a finire –
- Lo so, non sono un cretino. E non ho soldi da buttare. C’è un amico, a scuola, che mi procura l’erba, lui sì che si fa spesso le canne, i soldi ce li ha. Poi a volte… in cantina, dopo aver fumato, mi faccio una… Insomma hai capito. Dopo la canna, spesso, succede.
- Non ce l’hai una ragazza? –
- Non è proprio la mia ragazza, è la ragazza di un mio amico più grande. E’ una specie di amica. A volte, quando non c’è sua madre, m’invita a casa sua. Dice che mi aiuta a fare la lezione di scuola. Lei va alle superiori e, per la verità, fa tutto lei. Io, nel frattempo, sto al suo computer che è molto più nuovo e veloce del mio –
- A te piace, questa ragazza? –
- Si, mi piacerebbe fare sesso con lei. Ha già diciotto anni. Potrebbe insegnarmi. Ma è la ragazza del mio amico –
- E se ti provocasse lei? –
- Non lo so. Rispetto l’amicizia –
Ma qualcosa fra loro, invece, accadde, in barba al rispetto dell’amico e fidanzato di lei. Nel frattempo Mirko mi aveva chiesto un mio indirizzo elettronico che, rigorosamente, avevo registrato on line, esterno al mio computer. Non riuscivo a fidarmi del tutto. Per lui, invece, fu più facile aprirsi. O mentire? Senza l’imbarazzo della voce. Si sentiva in colpa, mi spiegò, ma, alla fine, dalla sua amica, da un certo momento in poi, andò soltanto per incontri di tipo fisico. Lei lo invitava a casa, quando era certa d’essere sola, senza porsi scrupoli, visto che seguitava ad essere fidanzata. Molto più esperta di lui, lo iniziò a certe pratiche. In fondo, era quello che Mirko aveva sperato.
Col passare dei mesi, fra telefonate e mail, in un certo qual modo, mi affezionai a lui e, cercando che non sembrasse, tentai di lanciargli messaggi positivi, senza diventare pedante o cadere in una sorta di pseudo genitore fastidioso. In effetti, non era mio figlio, non potevo sentirmi responsabile quanto avrebbe dovuto esserlo sua madre. Mi spedì qualche sua fotografia che mi confermò quanto davvero fosse pericolosamente bello, quasi da non sembrare umano. Se ne rendeva conto? In una foto, stava accanto ad una ragazza, che sì, dimostrava più anni di lui. "Quella" ragazza? Lui la definì, forse mentendo, "un’amica di famiglia".
Mi preoccupavano, soprattutto, le sue notti insonni. Dormiva pochissimo, due tre ore per notte. Senza che qualcuno di casa se ne rendesse conto.
Per i genitori, almeno dal suo racconto, pareva che non esistesse. Avevano il figlio prediletto e Mirko era stato posteggiato in cantina. Sono certa che ne soffrisse molto e che quella fosse la causa del suo comportamento sfrontato e trasgressivo. Cercava di attrarre l’attenzione su di sé, in qualunque modo i suoi mezzi lo permettessero. Non lo avrebbe mai ammesso. Del fratello, affermava di volergli bene, ma di sentirsi troppo diverso e superiore. Lo considerava un po’ "tonto", una "pecora", parole sue, che niente capiva della vita. Una sorta di ameba.
***
Il massimo della trasgressività di Mirko avveniva di notte. Per la verità, era un ennesima affermazione di sé e, nello stesso tempo, una vendetta, cosciente o no, contro i genitori.
Quando i suoi dormivano, si appropriava delle chiavi dell’auto di suo padre, di quelle del garage s’era fatto fare una copia, e usciva a guidare senza patente, per le strade, di notte. Raccontava, ma chissà se vero, che, in realtà, per allontanarsi verso la città vicina, ma insieme distante, lasciava la guida ad un suo amico maggiorenne e quindi patentato. Di questo misterioso amico, raccontava poco o niente, sospettavo fosse solo frutto di fantasia.
Cercai di persuaderlo a tralasciare quelle sue scorribande notturne, mi augurai che fossero soltanto sbruffonate, a mio uso e consumo, per divertirsi a scandalizzarmi, o solo per il piacere di dimostrarmi quanto fosse figo. Arrivai perfino a sospettare che lui e il fratello fossero in realtà un'unica persona. Il buono e il cattivo in uno stesso individuo come se, a volte, intendesse mortificarsi, nella parte che considerava, oltre che diversa, succube e inferiore. Di persona, non c’incontrammo mai, dopo quell’unica volta, quella delle bombolette spray sparse sul marciapiede. Non avrei potuto conoscere la sua reale identità, almeno così mi giustifico ancora e, del resto, proteggevo la mia.
Delle sue notti brave, mi resta il ricordo di alcuni nostri dialoghi.
- Possibile che i tuoi non si sveglino mai, quando prendi le chiavi dell’auto? -
- Hanno il sonno pesante e poi mio padre lascia le chiavi appese al portachiavi nell’ingresso. Te l’ho detto, di me se ne fregano.
- Sì, devono avere davvero un sonno pesante… apri la saracinesca del garage, accendi il motore dell’auto...
- No. La macchina, la spingo fuori a mano, mi aiuta il mio amico. La portiamo fino alla strada e poi saliamo. Poi mica lo facciamo tanto spesso.
- E la benzina, Mirko, non si accorge tuo padre che il livello scende? Capisco che non controlli i chilometri, non si fa quasi mai, ma la benzina? -
- Ah, quella, nessun problema, la aggiungiamo ogni volta, sono soltanto venti chilometri.
E seguitava il racconto. - Io e il mio amico ci fermiamo sempre in un posto diverso e, qualche volta, ci sono le lotte con quelli che credono di essere i padroni della zona. A volte arriva la polizia. Allora scappiamo tutti e i più furbi non si fanno prendere. Sarebbe un guaio, è proibito disegnare sui muri. Gli stupidi dicono imbrattare. Ma è solo invidia. La prossima volta andremo alla stazione, a pitturare i vagoni che stanno sui binari morti. Ci sarà battaglia, sono posti riservati -
- Non voglio essere pedante, Mirko, ma mi sembra una grande sciocchezza. Molto rischioso. Dicono che alcuni senzatetto, extracomunitari o no, vadano a dormire in quei vagoni -.
- Mica li disturbiamo, noi lavoriamo di fuori –
***
Il vecchio cellulare squillò verso le tre di notte. Mio marito semisveglio sbuffò: - Ma chi è? -. E ripiombò nel sonno. Di Mirko gli avevo parlato e aveva cercato di dissuadermi dal dargli attenzione. – Pensa ai nostri figli, non a quelli degli altri -
Gli squilli che si susseguivano mi preoccuparono più che infastidirmi.
Mirko era affannato: - Scusami, scusami se ti ho svegliata… Ho fatto un casino. Avevi ragione. "Quelli" ci hanno menati… è arrivata la polizia… Hanno preso il mio amico e altri due, io sono riuscito a scappare… ma ho ammaccato la macchina di mio padre… non so fare bene la retromarcia e l’inversione… poi la fretta e la strizza… L’ho già riportata in garage, la macchina, fra poco mio padre la vedrà… vedrà anche me che sono conciato male… -
Gli consigliai di prendere l’iniziativa e di svegliare, lui, per primo, suo padre. Di anticiparlo e confessargli tutto. Cosa di peggio avrebbe potuto fare un padre ad un figlio pentito e già punito abbastanza dalle circostanze? La sua voce era sempre più concitata. Spezzata dai singulti. Avrei voluto, ma come avrei potuto aiutarlo?
- Mio padre mi denuncerà alla polizia. Tu non lo conosci. Mi ha minacciato tante volte -
Parlammo ancora. Aspettavo una sua richiesta che non avrei potuto assecondare: un posto dove nascondersi. Forse una complicità e un sostegno almeno morale che non riuscivo a dargli. Finì con una frase che niente aveva a che fare con la situazione del momento. La sua voce, adesso, fu più ferma, come distaccata. O soltanto delusa.
- Sai? La ragazza del mio amico, può darsi che sia incinta. Ha un ritardo di quindici giorni. Il mio amico è molto preoccupato. Ti avrei telefonato per chiederti un consiglio, ma adesso? A che cosa mi serve? Peggio di così, non potrebbe andare -.
Su questa frase, chiuse di colpo la telefonata.
Non avrei saputo altro più di quel poco o quel tanto che credevo di aver capito di lui.
Nemmeno se davvero la ragazza del suo amico fosse incinta e di chi. Non avrei avuto risposta ad un paio di chiamate tentate al suo cellulare.
Di Mirko, so per certo, che desiderava fare il meccanico, così come gli piaceva dipingere pareti bianche con i suoi graffiti. So che amava l’odore dell’olio di macchina e dell’acquaragia.
Mariella (Marzia) Plumeri