ADDIMINA 'A DIMINAGGHIA
Il vecchio Commendatore, una volta l’anno, in occasione dell’anniversario della fondazione della propria azienda, aveva preso l’abitudine di riunire il personale nella sala del consiglio d’amministrazione, allo scopo di promuovere un certo cameratismo tra i dipendenti, l’interesse e l’attaccamento alla ditta, proprio come aveva fatto tanti anni prima da ufficialetto in servizio di leva, esaltando all’epoca il militare spirito di corpo.
Nel corso delle animate riunioni, nel suggestivo scenario dell’ambiente ricco di quadri d’autore, mobili d’epoca, lampadari sfarzosi, in contrapposizione a diversi tavolinetti ricolmi di dolciumi e abbeveraggi di classe, si era affermata la sua consuetudine di porre ai presenti un indovinello dialettale, rispolverato da lontani ricordi del paese d’origine e magari degli anni trascorsi a scaldare i banchi scolastici.
Indovinello o non indovinello, si sapeva benissimo che tutti sarebbero stati gratificati con graditi regalini, puntualmente scelti fra oggetti di comune utilità.
Anche quella volta l’aitante imprenditore non perse tempo a lanciarsi con atteggiamento paterno verso l’esordio con la solita proposta: «Vediamo chi addimina ‘a diminagghia!», cioè "indovina l’indovinello".
Gli astanti pendevano dalle sue labbra, consapevoli che sarebbe bastato risolvere un enigma di semplice difficoltà per portarsi a casa un dono in più, offerto dal generoso principale.
Nel silenzio più assoluto, la voce del Commendatore, dopo un leggero indugio, aleggiò carica dell’influsso dialettale della Sicilia Orientale d’un altro secolo:
«A tutt’i puosti signura mi purtati, ma ‘nto liettu cu’ vuj nun mi vuliti!»
I volti dell’uditorio rimasero perplessi, bloccati dalle strane parole rese di difficile comprensione dallo stretto accento dialettale.
Era evidente che solo pochissimi dei presenti erano in grado di tradurre nella lingua madre l’originale testo del quesito proposto.
Proprio per questo, un anziano siciliano s’imbarcò subito, non nella soluzione, ma nella traduzione in lingua italiana, ripetendo:
«In tutti i posti, signora, mi portate, ma nel letto con voi non mi volete!»
Niente di niente. Ancora silenzio.
Ognuno rimuginava intorno a quelle poche parole, non riuscendo ad approdare alla soluzione, pur rimanendo consapevole, per esperienza, che doveva trattarsi di una risposta lapalissiana che alla fine li avrebbe lasciati beffati per la semplicità e delusi per l’occasione persa.
Altri attimi di silenzio.
Si sarebbe potuto sostenere a occhi chiusi che nella sala si stesse svolgendo una funzione religiosa giunta al solenne momento della consacrazione, della benedizione o della comunione.
Silenzio assoluto.
Silenzio interrotto improvvisamente dall’anziana signora addetta alle pulizie che si stava premurando a svuotare alcuni portacenere con lo stesso riguardo riservato dal sagrestano alla raccolta delle monetine dalle cassette degli oboli.
«Posso rispondere anch’io?» azzardò timidamente la donna che non era una dipendente della ditta, ma di un’altra impresa.
«Perché no!» concesse il commendatore, accompagnato da un favorevole brusio d’incoraggiamento.
«La scarpa…» rispose timidamente l’inserviente, al cospetto d’impiegati, dirigenti e operai specializzati, rimasti tutti a bocca aperta e… senza dono supplementare..
Sebastiano Corriere