Libera anima

Racconto di un viaggio

di Roberto Amico

2° cap.

 

"Non può essere che uno scherzo di pessimo gusto" continuava a ripetermi Elena nei giorni successivi, vanamente tentando di rassicurarmi.

"qualche bischero dei tuoi vecchi amici in questo momento starà sicuramente ridendo alle tue spalle. Potevano perlomeno inventarsi un'altra storia e lasciare stare in pace i morti. Certo, chiunque sia ad averti rubato la vespa per riconsegnartela dopo vent'anni non deve essere tanto a posto col cervello ..."

"Già, il furto" dissi "posso controllare subito se il numero del telaio corrisponde a quello riportato nella denunzia che feci all'epoca".

Questo era il mio primo elemento, e presi la cartella dove conservavo per abitudine - essendo per certi versi un uomo ordinato, a dispetto di quello che poteva pensare Elena - tutte le pratiche, i libretti, tasse di proprietà ed ogni genere di documenti che riguardavano i miei vecchi ed odierni mezzi di locomozione. Fu lì che ritrovai la denunzia del furto fatta in contemporanea a quello dello smarrimento del libretto di circolazione, il tutto datato 21 Marzo 1979.

Con Claudia ci eravamo lasciati un paio di mesi prima e non mi era mai venuto in mente che il libretto potesse essere nelle sue mani.

In estate, soprattutto quando si andava al mare, lo lasciavo, insieme ai miei documenti, in sua custodia perché quasi sempre andavo in giro con pantalocini da calcio e maglietta, il tutto, naturalmente, sprovvisto di tasche. Ma non vi era motivo di fare queste operazioni con la cattiva stagione dove in un qualsiasi capo di abbigliamento un buco per infilare quelle poche cose che si portavano dietro si trovava sempre. Quindi pensai di averlo smarrito nel periodo estivo ed aspettai un paio di mesi prima di denunziarne la scomparsa, sperando di ritrovarlo da qualche parte. Nel frattempo subii il furto sicché i carabinieri, dopo avermi fatto un doveroso rimbrotto per non aver denunziato prima la scomparsa del libretto di circolazione, risalirono al numero del telaio da un vecchio polizzino della tassa di circolazione che tenevo custodito in disparte.

Confrontando adesso i numeri, quello della vecchia denunzia e quello del libretto che avevo in mano, nonché del telaio della vespa appena speditami, non potei fare altro che constatarne l'esatta corrispondenza.

Un altro elemento che avevo a disposizione era la quasi certezza che i caratteri della scrittura corrispondevano a quelli di Claudia.

Ricercai infatti la cartolina di cui aveva accennato. Si trovava in un baule dove tengo, seguendo sempre il mio personale ordine, le varie corrispondenze epistolari passate e recenti. Anch'essa, come d'altra parte la lettera, non erano datate.

Il rifiuto del tempo, pensai, doveva essere una mancanza congenita di Claudia. Riuscii tuttavia a decifrare, dal timbro postale, il mese e l'anno: giugno 1983 (vivevo già da un anno a Firenze).

Che la grafia, secondo il mio punto di vista non certo scientifico, appartenesse alla medesima persona, risultava evidente anche all'occhio del dilettante.

Nella cartolina vi erano riportate testualmente queste parole:

"Catania è una città che soffoca ed uccide. Vorrei venirti a trovare perché ho la vitale necessità di cambiare ambiente, città, storia. Ti racconterò tutto a voce, sempre se avrai la pazienza di ascoltarmi. Naturalmente telefonerò per accertarmi della tua disponibilità.

Un bacio. Claudia"

Da allora non ne seppi più nulla e, questo, visto col senno del poi, le risultò fatalmente tragico.

Fu comunque disgraziatamente preveggente nei riguardi del suo destino che compì il corso finale nell'estate del 1986 e ora, a distanza di oltre dieci anni, ecco l'arrivo dell'inaspettato dono accompagnato dalla misteriosa missiva.

La cosa naturalmente mi sconvolse, ma adesso la tragedia assumeva altri connotati e percorreva i viali dell'imponderabile dove inoltrarsi poteva essere pericoloso ma anche intrigante. Pur avendo una concezione estremamente razionalistica della vita, ho sempre lasciato spazio al mistero che essa porta seco, l'irrazionale primordiale, fetale, inconoscibile. Quindi tutto spaziava in me, anche la remota, e forse desiderata, possibilità di poter rivedere Claudia. Adesso però ero davvero in giuoco e, anche se con un certo timore, conoscendo gli ambienti in cui aveva vissuto, dovevo necessariamente muovermi per dare un significato a tutto ciò. Quindi riesaminai con attenzione la busta e la lettera e mi accorsi che la carta di ambedue era leggermente ingiallita e l'inchiostro sbiadito, la stesura del tutto poteva risalire, secondo la mia intuizione, sicuramente in epoca precedente la morte di Claudia. Notai anche che la verniciatura della vespa, pur essendo di ottima fattura, non poteva dirsi di recente elaborazione.

Infine c'era il mistero del conducente. Era davvero un monaco buddista, come era stato prospettato dalla lettera, oppure un verace catanese, ipotesi quest'ultima da lasciare poco spazio ad ulteriori dubbi se il problema non fosse stato posto in questi termini.

Telefonai naturalmente a Carlo per riferirgli l'accaduto e per rassicurarmi che non fosse lui l'autore, o qualcuno di nostra conoscenza, di questa storia che ancora non sapevo definire se frutto di una fervida fantasia o un marchingegno creato apposta per raggiungere obiettivi poco chiari.

"Fratello" proferì alla fine del mio singolare racconto "dici il vero o mi prendi per il culo?"

"Mi è testimone Elena" ribattei e se ne convinse.

Anche lui rimase esterrefatto e non trovò subito una spiegazione plausibile.

"Devo riordinare le idee" proseguì . "Ti confesso che la cosa mi preoccupa perché, secondo me, ci sono pochissime probabilità che si tratti di uno scherzo. Se infatti la descrizione dei particolari è così minuziosa, diciamo che l'autore o l'autrice della lettera non può essere che Claudia, al massimo tu, oppure io. Non vedo infatti nella cerchia dei nostri amici, anzi fratelli, che poi si contano sulle punta delle dita, chi possa mettere su un meccanismo del genere. Si deve quindi convenire che sia lei l'autrice, grazie ai riscontri cui accennavi, cioè la grafia, la carta ingiallita etc. Dunque la lettera e la busta con ogni probabilità risalgono al periodo antecedente la sua morte ed è quasi certo che siano state compilate di suo pugno".

"Resta il fatto che per motivi ancora inspiegabili, non riuscì a completare il suo progetto o meglio lo portò, o chi per lei, a buon fine dall'aldilà. Naturalmente è inverosimile quest'ultima ipotesi; viceversa è invece possibile, visto gli ambienti poco edificanti frequentati da Claudia, che questa lettera sia finita in mano a persone poco affidabili, che si sono prefisse chissà quali scopi".

"Io comunque aspetterei la prossima mossa e, almeno per il momento, non ne parlerei con nessuno. Visto poi che fra non molto scenderai giù per le ferie avremo tutto il tempo per approfondire, magari con l'aiuto di non so chi, la situazione".

"Tu intanto approfitta della circostanza e fatti tanti bei giretti con la tua vecchia passione, chissà, ti potrà ridestare sentimenti sopiti col tempo".

"Conosci benissimo l'amore che ancora oggi nutro per la vespa, anche se adesso i miei lunghi vagabondaggi attraverso i boschi dell'Etna, lungo le rive del "mare nostrum" o sotto il sole infuocato dell'entroterra siciliano, vengono effettuati non più con la curiosità e lo spirito dell'adolescente, bensì come una sorta di viaggio metafisico, con l'animo dell'eremita un po' matto, che anziché possedere un bastone che lo sorregga lungo la via che conduce alla ricerca di sé, compie il medesimo tragitto adoperando questo mezzo inusuale".

"Non credo di avere almeno in questo momento... " lo interruppi perché la poesia di Carlo, in certi casi, è davvero irrefrenabile "...il tempo e la voglia, né lo spirito adatto, per girare in vespa. Comunque ci si vedrà fra non molto e così potrai esaminare direttamente il contenuto della lettera. Io nel frattempo non ne faccio menzione a nessuno, anche se credo che prima o poi bisognerebbe denunziare l'accaduto ..."

"Ci penseremo con calma, intanto ti saluto fratello, a presto ..."

Pur essendo per natura una persona ragionevole che non si lascia prendere facilmente né da facili entusiasmi né dall'improvviso panico e ama condurre la propria vita con sobrietà, senza clamori, rifiutando come il diavolo l'acqua santa lo stress, quest'ultimo oramai si era impadronito di me rendendomi nervoso ed isterico.

Elena allargava ogni giorno di più i confini della sua adattabilità e si vedeva costretta a studiare sempre nuove strategie per rintuzzare le mie sfuriate.

Divento davvero intrattabile quando le mie capacità cozzano contro l'evidenza senza poter trovare risoluzione ai problemi. Non riuscivo più a far nulla.

Le viti e i pomodori rimpiangevano i giorni passati, quando la mia presenza e le mie ore erano loro da conforto. Fortuna che avevo, sia pure da poco, finito di ristrutturare la casa e ora il frutto del mio lavoro, durato un paio di anni, rassicurava perlomeno Elena. Passai pomeriggi sdraiato sul divano più fresco della casa e, nelle notti insonni che seguirono, il passato ritornava alla mia memoria con contorni sempre più nitidi. Passai al setaccio tutto quanto potesse avere relazione con l'evento odierno: un nome, un avvenimento, un luogo. Così via via comparivano i volti di amici, di Renato, di Carlo, di Mario sovrapposti alle amate, dolci e inquietanti figure femminili che come in un caleidoscopio si muovevano dentro contrasti più o meno significativi. Ricomparvero i luoghi conosciuti e quelli visti per la prima volta, le piazze, le manifestazioni, i libri, le speranze, i viaggi in autostop, l'Università, le camere da letto delle studentesse, i discorsi inutili e quelli seri, i falò, il vino e l'erba, la voglia di vivere ed il desiderio di morire.

Tutto questo erano i miei vent'anni, esplosione fantastica di vita, ma pure inesperienza, sconforto.

La mia fedele ed inesauribile amica, la piccola e sicura vespina 50, era stata la testimone silenziosa della mia crescita, che all'epoca mi traghettava dalle isole beate e spensierate dell'adolescenza, non prive d'insidie ma ricche di sole, verso sponde sconosciute ... e c'era da attraversare l'Oceano, ma pareva non farsene una pena.

Andava tranquilla, il suo respiro era regolare, si inerpicava per le stradine che portavano ai rifugi dell'Etna ancora con freschezza giovanile, ma il mio stato d'animo era diventato pesante. Non avevo più lo stimolo del ragazzino curioso e incosciente, pieno di voglia d'avventura che un giorno a 17 anni percorse con la sua fidata le strade sabbiose adatte solo alle jeep per giungere fino in cima al vulcano.

L'incoscienza era rimasta, ma non trovavo più nel rosso di un tramonto la poesia della vita, perché, secondo il mio nuovo sentire, l'amore che provavo verso la vita e il mondo adesso avevano bisogno di una nuova fonte dove bere e potere assaporare ebbrezze che conosceva solo la mente.

Prima dell'incontro con Claudia le mie esperienze in campo sessuale si limitavano soltanto ad un evento occasionale, il cui risultato si rivelò non proprio felice. Ciò accadde l'inverno precedente il nostro incontro.

Frequentavo il primo anno di Filosofia e preparavo una materia con una ragazza di Siracusa che aveva in affitto, insieme ad altre colleghe, un appartamento in una zona centrale di Catania.

Fra una ripetizione e l'altra finimmo nel suo letto, ma non fu una festa gaudiosa, non ebbi l'erezione necessaria e insieme al mio membro anche la mia anima si fece sempre più piccola, fino ad augurarsi di giungere al dissolvimento totale.

Cercai di rimuovere quanto accaduto dall'archivio dei ricordi, anche se vagai sconfortato per mesi.

Quello che mi fece più male non fu la "défaillance", non facevo del sesso il significato principale della vita e conoscevo i problemi psicologici che possono essere causa di una mancata erezione, bensì il fallimento di quella storia a cui tenevo, o questo almeno mi portava a credere, del mio ormai primario bisogno di affetto femminile.

Il tutto però ebbe anche un risultato positivo. Avevo in qualche maniera rotto il muro che mi teneva separato dalle donne, anche se ancora le percepivo come mete distanti, ma non più irraggiungibili, come bellissimi sogni che timidamente azzardavano, nonostante la timidezza atavica e l'incapacità di comunicativa, di un contatto con la realtà.

Di conseguenza ebbi più coraggio nell'affrontare l'approccio con Claudia che avvenne una sera nella piazza di Aci Castello, quella classica, che fungeva da base all'ingresso del castello stesso ed innalzata, rispetto al livello del mare, una decina di metri grazie ad una colata lavica che finiva a strapiombo sulle acque.

Nella stagione buona era il ritrovo, diciamo, della Catania alternativa e ne feci una delle mie mete preferite che raggiungevo, naturalmente, quasi sempre col vespino.

Mi piaceva fare tardi, aspettare che tutti andassero via e rimanere da solo a sedere sui gradini di pietra lavica con di fronte, ma ben lontano, il mare, che non si vedeva grazie alla distanza ed all'oscurità, ma se ne intuiva la magnificenza. Ascoltavo il rifrangersi delle onde che sostituivano l'accordo delle chitarre di pochi istanti addietro, ma la musica e l'incognita della vita ancora continuavano dentro me, stavolta come mio unico interlocutore il mare, che con la sua pacata energia addolciva i miei dubbi e fortificava le mie certezze. Sempre prima d'andar via mi affacciavo dalla ringhiera per il rito del saluto, ed era come se la brezza cogliesse il nostro cenno d'intesa donandomi un ulteriore fresco messaggio di Vita.

Claudia quella sera era in compagnia di amici comuni. Si fecero le solite cose, suonare, cantare, bere ... Mi accorsi che non disdegnava la mia compagnia parlando del più e del meno.

"Senti" mi disse a serata non ancora inoltrata "ho poca voglia di rimanere, sono stanca, mi accompagneresti a casa?"

"Ti va bene andare in vespa?" le domandai sorpreso da quell'invito tanto gradito quanto inaspettato. E' vero, avevo fifa ed imbarazzo, ma l'entusiasmo era grande e nasceva la speranza.

"Dopo qualche birra l'aria fresca ci farà bene" fu il suo secco commento.

Mi parve subito spigliata, sicura di sé, il che mi procurava una certa invidia. Abitava in un quartiere di Catania prossimo al centro, cioè in direzione opposta al sito del mio paese, ubicato a monte di Aci Castello, ma l'avrei accompagnata anche in cima all'inferno, miscela permettendo ... Avendo però riservato i pochi spiccioli che mi rimanevano per le ultime birre, potei fare rifornimento al motel Agip e offrirle anche da bere.

"E' da un po' che ti osservo" mi disse " tu sei quel pazzo che una sera alla fossa dei serpenti, sotto il castello, col mare in tempesta, si buttò fra le onde rischiando alla fine di sfracellarsi contro le rocce ..."

"Sì" risposi un po' vergognandomi, ma anche fiero della mia impresa temeraria.

Le spiegai che era mia consuetudine fare il bagno la notte in quel mare che conoscevo benissimo, magari dopo lunghe chiacchierate con gli amici dove si metteva a prova la robustezza dei nostri deretani rimanendo seduti a volte per ore su quegli scogli aguzzi.

Non vi erano luci nella fossa dei serpenti, solo i riflessi di quelle della piazza edificata sul costone di pietra lavica, accanto alla quale si ergeva il castello, maestoso ed imponente nel suo tetro e nero aspetto, reso ancora più inquietante dalle penombre delle luci e della notte.

"E' Nettuno" feci, cercando di farle comprendere la suggestione che provocava in me la costruzione "innalzatosi dall'abisso, nel suo aspetto terrifico, se i tuoi occhi sono intrisi di paura e di timore, come di chi non vuol penetrare nelle profondità dell'intimo. Per noi che ci confrontiamo cercando di scandagliare anche i più reconditi sentimenti, il dio si trasforma in energia creativa, in eros che afferma il significato dell'esistenza, anche se nelle più disparate manifestazioni".

Avevo tentato di abbozzare un quadro poetico-psicologico, sperando così di impressionarla favorevolmente, ma non dovetti ottenere l'effetto desiderato perché ribatté, seccamente, senza apparire per nulla coinvolta dall'immagine romantica che le avevo prospettato: "Sì, va bene, ma quella sera hai fatto proprio una cazzata".

Aveva perfettamente ragione, ma tutto il mio essere, in quell'occasione, era stato invaso da un cocktail esplosivo; le sfuriate del mare eccitavano i miei sensi e i fumi della birra centuplicavano la mia incoscienza. Erano un richiamo le finissime particelle d'acqua trasportate dal vento fin su la piazza, la densità dell'odore delle alghe invadeva le mie narici e l'infrangersi ritmico delle onde sortiva l'effetto del piffero magico. Mi aspettava un amore pericoloso, incontrollabile, ricco di stimoli che, secondo la mia momentanea percezione, andava vissuto per trovarsi all'unisono con l'immenso e il mio desiderio era immergermici, non per una sorta di sfida verso il mare di cui nutrivo, anche in quell'occasione, un profondo rispetto, ma forse per ogni battaglia che ogni individuo combatte inconsapevolmente con l'ignoto.

Non credo tuttavia di aver razionalizzato questi aspetti quando discesi la scalinata che dalla piazza portava alla base del castello.

Mi spogliai del tutto lasciando gli abiti sui gradini in maniera tale da non poter essere bagnati ed attraversai lo spiazzo già investito dagli schizzi dell'acqua, finché non giunsi allo scoglio dove ero solito tuffarmi. Aspettai il risucchio giusto, feci il volo e, con tutte le forze che avevo in corpo, mi allontanai il più velocemente possibile. Ben presto, essendo un buon nuotatore, mi trovai ad una distanza di sicurezza dai pericolosi scogli. Lì, in mezzo al mare, era tutto più tranquillo, ti lasciavi dondolare dalle onde e l'unico fastidio erano gli schizzi che il vento, sfiorando le creste, sbatteva sul mio viso. Ma la "trance" era finita. Mi sentii improvvisamente impotente, immerso in un elemento del tutto ingovernabile. Guardai verso la ringhiera della piazza, i miei amici erano lì e stavano osservando, sicuramente con apprensione, l'evolversi della situazione. Pensai allora che l'unica cosa da fare per uscire indenni era stare ben lontano dagli scogli e aspettare che chiamassero i vigili del fuoco il cui intervento doveva comportare l'uso di un elicottero, unico mezzo, secondo il mio ormai tragico punto di vista, di salvezza. Tuttavia, seguendo sempre questi pensieri, cominciai ad avvicinarmi alla riva molto lentamente, finché giunsi nella zona rossa. Lo spettacolo che si poneva ai miei occhi era impressionante. I risucchi del mare mettevano a nudo le nere rocce che ricoperte di alghe penzolanti apparivano come mostruose creature pronte ad ingoiare me e le mie paure. Ma non ebbi il tempo per l'angoscia perché, tanto velocemente quanto improvvisamente, fui preso da una forza sconosciuta che, al di là della ogni esistenza, teneva il mio corpo come adagiato su una gigantesca e morbida mano trasportandomi al di là dei neri e aguzzi scogli.

Toccai terra, alla fine del volo, con le gambe e le mani puntate nella classica posizione dell'atterraggio, mi rizzai, le mani percorsero rapidamente e con ansia il corpo alla ricerca di eventuali ferite, che, straordinariamente, non furono evidenziate.

Mi voltai, alle mie spalle si trovavano gli scogli miracolosamente superati un attimo addietro, più in là vedevo stagliato il mare che per il momento aveva cessato la sua ira come se avesse voluto comunicarmi un messaggio che avevo inteso perfettamente; era stato solo il mio grande amore per il mare a salvarmi, Nettuno in persona aveva mobilitato le ninfe. Poi il signore degli abissi ricominciò il suo fragore, come se mi dicesse: "devi stare più attento, adesso vai ..."

Vidi allora gli amici che affacciati alla ringhiera mi salutavano, percorsi a ritroso il piazzale e giunsi nel posto dove avevo lasciato gli abiti. Usai, come sempre facevo in occasione delle mie notturne, ma di solito ben più tranquille, immersioni marine, gli slip per asciugarmi e mi rivestii.

"Ad ascoltarti sarebbe un bel racconto" fece Claudia, stavolta ben disposta, "comunque quella sera davi l'impressione di uno di quei soliti stupidi ragazzi che fanno delle sfide più insensate soltanto un metro di paragone per poter distinguersi dagli altri comuni mortali. Certo, la tua incoscienza è stata davvero considerevole, però, diciamo, hai saputo cogliere il lato emozionale con sentimento, senza spirito di competizione".

"Non potrei mai competere col mare, sarebbe non rispettare la sua grandezza, forza, magnificenza ... " le risposi tentando un timido abbozzo di difesa.

"Però quella sera hai avuto un gran fortuna" proseguì la mia interlocutrice adesso con tono scherzoso.

"Non credo che si tratti di fortuna. In una mia poesia siciliana..." tentavo così di far breccia nel cuore di Claudia con una tecnica ancora in via sperimentale ma che soprattutto in futuro avrebbe dato buoni risultati negli approcci con l'altro sesso. Questa si basava sulla distinzione artistica, poetica, che nobilitava i cuori ed esternava i sentimenti facendo sì che il divario fra anime diverse fosse colmato nel più breve tempo possibile dalla sensazione di un comune sentire e dalla voglia di mettersi a nudo esternando i propri moti d'animo. "Idealizzai i miei rapporti col mare" continuai "con questa frase: u mari, pinsai, mai mavissa pututo fari mali".

"Adesso si scopre che sei un poeta dialettale. Apprezzo i tentativi che si fanno per riprendere la nostra lingua, i nostri antichi modi di dire e il siciliano è così musicale...

La ricordi a memoria?". E, al mio cenno positivo, espresse il desiderio di conoscerla.

"Non mi va" le risposi "di recitarla in questo ambiente. Possiamo prendere due birre e andare in una insenatura della scogliera che si trova proprio qui a due passi" le proposi con l'animo in tumulto e lei accettò.

Montammo sulla vespa e senza nemmeno avere il tempo di riflettere giungemmo al cancellino d'ingresso del posto da me indicato. Parcheggiammo sul marciapiede della statale e passammo al di là della recinzione attraverso un buco.

Quelle piccole cale sono in effetti di pertinenza dei villini con arroganza stagliati al di là della strada, ma a quel tempo ci sentivamo quasi in diritto di accedere a quelle proprietà private così prepotentemente sottratte alla collettività.

La presi per mano e, seguendo il vialetto di cemento, scendemmo verso la piccola insenatura. Alla fine degli scalini, immerso nel buio della notte, si trovava un piano formato da assi di legno dove durante il giorno le signore bene proponevano i loro vogliosi e curati corpi al dio Sole, che per dispetto eccitava le loro fantasie morbose, sopite per buona creanza da inutili discorsi di protocollo.

Ma noi ci sentivamo diversi. I borghesi rappresentavano la tradizione, la falsità, la chiusura, l'annullamento dell'esternazione dei sentimenti, insomma essere banali, preconfezionati, con cucito addosso un modello di vita imposto dalla società, dalla chiesa, manovrati dalla macchina del potere che non conosce la fantasia, la poesia, l'amore, che adesso sentivo al contatto di quella minuta e fresca mano.

L'impercettibile melodia del mare col suo ritmo adagiato e sereno, ci dava il benvenuto e un volo di putti invase il mio essere mischiando imbarazzo ed emozione.

Ci sedemmo sulla piattaforma rivolti verso l'ignoto.

"Allora" fece Claudia "questa poesia ..."

Presi tempo come si addice ad un grande artista accendendo una sigaretta e sorseggiando un po' di birra. In realtà erano la mia ansia e il mio timore ad indurmi a tergiversare. Comunque mi feci coraggio e iniziai:

 

 

Genti ascutati

sta puisia vaja cantari

cù lu suli e cù lu mari

ca biddizza dé cosi ranni.

Genti ascutati

è nà cosa m'purtanti:

Sugnu n'da lu cielu e n'da la terra

sugnu n'do paradisu e n'da l'unfernu

ma sugnu sempri ju e non mi presentu.

Na vota mentri natava

n'da lu mari mé Sabbaturi

cu l'acqua ca carizzava li scianchi e la carina

e ju ca cu ogni vrazzata lu strigia forti a mia

pinsava ca tuddi dui erumu na sula cosa

e mi sintia n'da lu lettu cu la sposa.

 

Mentri sti pinseri mi quadiavunu la menti

m'appariu n'animali ranni ranni a fomma di sirpenti.

Mi fimmai di bottu, u vaddai, ma non mi spagnai.

U mari, pinsai, mai m'avissa pututu fari mali

stesi accussì femmu e ascutai u so lamentu. 

"Avi di sempri cà ti taliu, amicu miu" dissi cuntentu

"N'da tutti li mari cu tia aja statu

e a fozza di là datu ju quannu tà mancatu lu sciatu

 

Taja vistu crisciri n'da lu corpu e n'da la menti

e ora vinni u giustu mumentu

pì diriti nà cosa m'purtanti

Naja vistu di biddizzi n'da lu mari

da l'abbissi chiù funni all'isuli chiù n'cantati

naja fattu di cantati n'da la notti e n'da lu jornu

cu tutti i pisci amici mé dattornu

Avi millanni ca campu

e ancora non mi stancu

picchì a vita è bella assai

ma ora, amicu miu, n'accumigiaru troppu di vai.

L'aja taliatu a tutti l'animali d'à tò spesi

l'aja taliatu e sugnu scantatu.

Ata crisciutu comu li zicchi

n'da tutt lu munnu ata arrivatu

e tutti li mari ata n'quinatu.

 Lu suli ca si suseva russu n'da tutta a so biddizza

ora spunta niuru, u culuri do petroliu e da munnizza.

Appoi, si vi taliu sempri chù bonu,

mi veni di chiangiri picchì è a ruvina ca purtasturu

e lu munnu non è sulu vostru

e apparteni macari a mia

chiamannumi puri mostru

apparteni a tutti li pisci, a tutti l'aceddi

non v'accurgiti quandu sunu beddi

ne pinseri ammucciati e n'da li voli alati

e ca a libertà sulu a iddi apparteni

e vuautri campati sempri ne catini.

V'intasturu li sordi pì mangiari

oggi fanu sulu moriri

a mia, a tia, ca natamu suli e liberi n'da lu mari

e n'gnornu faranu moriri a tutti l'autri cristiani.

Tutti campanu senza sordi

tranni l'omu ca resta surdu

e picculi facenni c'aggiuvunu pì campari

e rennunu filici e ti pari t'abbulari

comu l'aceddi, ca non cianu bisognu di l'affari.

 Amicu miu, fossi è troppu tardu pì cangiari

ma sechitila a to rivoluzioni

isa a vuci comu li troni

picchì cù tia è la ragiuni

e lotta contru tutta l'imbrugghiuna.

Rioddati cà lu populu è picuruni

finu a quannu c'iavi n'pezzu di pani

ma quannu ci manca s'arusbigghia e diventa n'liuni.

Cuntaccillu a tutti li genti

e abbruciatili vivi stì dilinquenti.

Gente ascoltate

questa poesia vi devo cantare

con il sole e con il mare

con la bellezza delle grandi cose.

Gente ascoltate

è importante:

Sono in cielo ed in terra

in paradiso e all'inferno

ma sono sempre io e non mi presento.

Un giorno mentre nuotavo

nel mare mio Salvatore

con l'acqua che carezzava i fianchi e la schiena

ed io ad ogni bracciata stringendolo forte

pensavo che insieme eravamo una sola cosa

e mi sentivo nel letto con la sposa.

Mentre questi pensieri allargavano la mia mente

comparve un grande animale a forma di serpente.

Mi arrestai di colpo ma guardandolo non ebbi paura

Il mare, pensai, non mi avrebbe mai fatto del male

rimasi così fermo ed ascoltai il suo discorso.

"Ti osservo da sempre, amico mio" disse contento

"In tutti i mari sono stato con te

e ti ho dato la forza quando ti mancava il fiato.

Ti ho visto crescere nel corpo e nella mente

ed è venuto il momento giusto

per dirti una cosa importante.

Ne ho viste di bellezze nel mare - dagli abissi più profondi alle isole più incantate

e ho cantato sia di notte che di giorno

con i miei amici pesci intorno.

Vivo da mille anni

ma non son ancora stanco

perché la vita è piena di gioie

ma adesso, amico mio, sono iniziati troppi guai.

Li ho osservati gli animali della tua specie

li ho osservati e sono spaventato.

Vi siete moltiplicati come le zecche

avete invaso tutto il mondo

e tutti i mari avete inquinato.

Il sole che sorgeva rosso in tutta la sua bellezza

ora è nero, il colore del petrolio e della mondezza

Poi, se vi guardo meglio

piango perché avete portato la rovina

nel mondo che non è solo vostro

ma appartiene pure a me

anche se per voi sono un mostro

appartiene a tutti i pesci, a tutti gli uccelli

non vi rendete conto della loro bellezza

nei pensieri nascosti e negli alati voli

e che solo a loro appartiene la libertà

mentre voi vivete sempre in catene.

Avete inventato i soldi per mangiare

oggi fanno solo morire

me e te che nuotiamo soli e liberi nel mare

ed un giorno faranno morire anche le altre persone

 

Tutti vivono senza soldi

eccetto l'uomo che resta sordo

alle piccole cose della vita quotidiana

e rendono felice e ti sembra di volare

come gli uccelli che non hanno bisogno degli affari

Amico mio, forse è troppo tardi per cambiare

ma continuala la tua rivoluzione

alza il tuo grido come i tuoni

perché la ragione è dalla tua parte

e lotta contro tutti i farabutti.

 Ricordati che il popolo è pecorone

fin tanto che possiede un pezzo di pane

ma se gli manca si sveglia e diventa un leone.

Raccontalo a tutte le genti

e bruciateli vivi questi delinquenti.

Non so quali sensazioni avesse provato, se i complimenti fossero davvero sentiti o soltanto di rito.

"Guarda che se non ti è piaciuta non me la prendo mica a male" feci con un pizzico di superiorità che tuttavia non rappresentava il piccolo orgoglio del poeta in erba.

"No, è davvero una bella storia, ben cadenzata, musicale ..." disse qualcosa ancora ma molto lentamente, io risposi a voce sempre più bassa, non avevamo in effetti molto voglia di chiacchierare. Mi avvicinai al suo esile ma fiero corpo, le nostre energie si attraversavano dolcemente, le mie mani adesso sfioravano i suoi lisci morbidi capelli che si insinuavano fra le mie dita. Lei stette col fiato sospeso, iniziò ad accarezzarmi, chiuse gli occhi e mi offrì la bocca. Petalo di rosa, rugiada fresca, alito di vita. La mia inesperienza alla fina scomparve. Era come se avessi vissuto quell'attimo in chissà quali altre vite e la sua lingua era calda, pronta, carnosa, prendeva la mia e l'accompagnava nella danza dell'amore.

Infiniti momenti. Ci perdemmo nei sempre più appassionati abbracci, gli occhi, adesso piccoli e trasognati, erano ricchi di grandi promesse.

Ogni infrangersi di onda portava via con sé un'inibizione alla volta e la mia voglia cresceva al pari del ritmo del suo fiato. Le mani si fecero via via più audaci raggiungendo sotto la maglietta i suoi piccoli e turgidi seni che aspettavano solo di essere baciati, sfiorati con la lingua, col naso, col viso.

I nostri indumenti erano ormai diventati orpelli inutili. Le sue mani percorrevano la mia pelle ora sfiorandola, ora cercando con risolutezza il mio corpo che inaspettatamente e velocemente aveva trovato il suo naturale sito. Claudia emise un gemito profondo, lunghissimo, pieno come le nostre anime.

Restammo lì per diverse ore, ricominciando, lavandoci a mare. La nostra pelle profumava di sesso e di acqua salata. La sensibilità dei pori era esaltata dal richiamo dei corpi, le lampare sullo sfondo facevano da cornice alla celebrazione del nostro incontro.

 

Fine del secondo capitolo

 I nostri racconti