Zanzi                                             Arach

 

Arach e Zanzi

 

Sul ripiano della scrivania lucidato da secoli di olio di gomito la grande busta rigonfia aveva un lembo sollevato. La Padrona l’aveva aperta e richiusa velocemente non appena sotto i suoi occhi era comparso quel contenuto traboccante di rimpianti e dolore. Un gesto secco e la vecchia signora aveva voltato le spalle, come stizzita, ad un pezzo cancellato della sua vita lontana: non si era data il tempo neanche di riporre la busta nel classificatore polveroso da cui l’aveva per caso estratta.

Arach si eccitò subito a quella vista. Gironzolava sul lampadario in vetro soffiato dello studio aspettando pigramente che qualche preda cadesse nella sua rete. Zanzi era troppo furba per cascarci, ma i Volanti sono tanti e tanti di loro sono stupidi: Arach viveva nutrendosi della loro dabbenaggine. Osservò attento la busta semiaperta. La curiosità lo divorava mentre aspettava di udire lo schiocco della serratura della porta dello studio. Voleva essere subito solo con quel potenziale tesoro a portata di mano.

"Clang clik", la porta si era chiusa. Un lungo filo fluttuante accompagnò Arach al centro esatto della busta: il frontespizio non recava alcuna scritta esplicativa; vi era solo una minuscola data, in alto a sinistra: Aprile 2002. Allettante.

Le otto zampette di Arach tamburellavano allegre su quella carta vecchia di quarantotto anni: era la sua danza della gioia. Sapeva che una breve attesa avrebbe reso ancora più dolci le scoperte pronte per lui. Fingendo di niente saltellò fin sotto il lembo sollevato e poi, non resistendo più alla curiosità, si slanciò dentro la busta.

Dio! Che ricchezza e meraviglia: foto, biglietti, lettere odorose d’amore! Il nido ideale di ogni Arachnides Fantasticans di questo mondo peraltro, purtroppo, piatto e noioso: il nido dei ricordi di una donna. <Per le sei zampe delle mosche!!! Anche una ciocca di capelli castani, un lembo bianco di maglietta e un biglietto del treno!>

Arach vibrava di gioia osservando con l’acquolina in bocca il bottino sciorinato di fronte a lui. Stava per cominciare una meticolosa esplorazione-classificazione in perfetta ed adattissima solitudine quando… "Che hai trovato?" zirlò accanto a lui l’appena atterrata Zanzi "Fai vedere anche a me!".

< Ecco la solita rompiballe!> pensò Arach mi rovinerà il gioco >. "Sono i ricordi della Padrona: ricordi antichissimi. Vedi quella foto sbiadita: è lei che bacia il suo fidanzato…" disse invece con aria paziente.

"Bacia!! Bacia? Vedo due bocche unite, ma chi dei due ciuccia chi?" sbottò Zanzi che aveva una visione ristretta del rapporto con i corpi umani, fonte per lei di appetitose succhiatine notturne.

"Si ciucciano a vicenda, scemotta ! Ma senza scambio di sangue". Tentò di spiegare Arach, come sempre sconsolato dalla angustia delle conoscenze di Zanzi.

"Allora è da scemi!" concluse decisa lei. Poi riprese "Tu lo hai mai fatto, questo bacio?".

"Vuoi che proviamo insieme?" sospirò suadente Arach che, nonostante la residua ingenuità di Zanzi, non era mai riuscito a lasciarne la carcassa svuotata appesa ad una ragnatela "Deve essere bellissimo: guarda come sono felici questi due…".

"A fidarsi non sembrerebbe male. A fidarsi. Ma la tua saliva è troppo corrosiva. Bacerò mio cugino o lo zio Anofelo: è più sicuro" sentenziò la zanzara.

"Non è la stessa cosa: nel bacio ci vuole amore e passione. Tuo cugino è una larva e lo zio Anofelo ha la malaria. Io una certa passione per te ce l’ho ed anche amore" tentò ancora Arach, ma senza speranza.

"Amore, passione, sentimenti: non ti facevo così romantico, vecchio pigliamosche. Ma dai, fammi vedere il resto" rispose, conclusiva, Zanzi.

"Bisogna prima studiare, ricostruire, analizzare, inferire…" spiegava Arach.

"Su chi vuoi infierire? Non cambi mai!" Zanzi era a digiuno di terminologie complesse.

"In-fe-ri-re, non in-fi-e-ri-re" sillabò Arach, sempre paziente con il suo bocconcino più desiderato.

"Ferire o infierire è lo stesso, quasi…" fece Zanzi, interrotta da un "Basta!! Lasciami lavorare" quasi urlato da un Arach che non avrebbe voluto perdere le staffe in quel momento. "Ecco" disse con dolcezza e supremo autocontrollo "Leggiamo questo biglietto del treno: Aosta-Cosenza, bella distanza. Grande distanza è segno di grande amore. La prima lettera parte da Aosta, è della Padrona: guarda che svolazzi, che grafia graziosa e seducente. Ehi! I punti sulle i sono dei minuscoli cuoricini. Aspetta. Aspetta, ma quanti anni aveva? Ora ne ha settanta portati male, allora ne aveva ventitre, che età meravigliosa".

"Leggi qua: ‘… con te il cielo è diventato più azzurro …’ eheheh" ridacchiava Zanzi subito ripresa dal Cultore dell’Amore Puro.

"Non ti permettere di estrapolare" disse il ragno di nuovo irritato.

"Non intrappolo niente, io!" ribattè Zanzi col torace squassato dalle risate mentre indicava un minuscolo anellino di bigiotteria "Il Cavalier Servente non si sprecava…".

"Ma che ne capisci tu, malefico Culex, di doni d’amore?" riprese Arach mentre si preparava alla lettura integrale della prima lettera d’amore della vecchia signora al suo giovanotto… "evidentemente squattrinato, ma attento e sensibile. Ma ora leggiamo" aggiunse.

Caro amore lontano,

(Zanzi: "Macché lontano: Aosta-Cosenza sono solo tre minuti di teletrasporto!".

Arach: "Sei la solita gallina: nel 2002 il teletrasporto non esisteva ancora".)

sono passate solo poche ore dal mio ritorno a casa, dopo il nostro primo incontro. Ho la mente piena di sensazioni e di ricordi dolcissimi, ma anche di un dolore sordo per la distanza che ci separa.

(Zanzi: "L’originalità espressiva è sempre stata la carta forte della Padrona".)

Provo un desiderio intenso di dirti molte cose che non ho fatto in tempo a raccontarti nelle poche ore in cui siamo stati vicini e tante altre cose ora si sono aggiunte a quelle.

(Zanzi: "Quel poveraccio si sarà ritrovato una bella emicrania… La padrona è una macchinetta verbale inarrestabile ora, figuriamoci allora".

Arach: "Zanzi! Devi smetterla con queste litanie: mi rovini l’atmosfera romantica della lettera".

Zanzi: "Romantica, dici: a me sembra una melensaggine. ‘Sensazioni e ricordi dolcissimi’, ‘dolore sordo’, ‘desiderio intenso’: pare che niente possa essere sereno e normale in quello che prova la pulzella innamorata".

Arach: "E dai! Taci un po’ e lasciami finire…".)

Vedere il tuo sguardo, studiare l’espressione del tuo viso, guardare come ti muovi, come compi i gesti di ogni giorno, mi ha regalato una gioia intensa.

(Zanzi: "Taccio, vedo bene che è superfluo commentare".)

Serbo con cura il ricordo di ogni istante passato insieme. Appena finirò queste poche righe per te, prenderò un altro foglio (Zanzi si limitò a ghignare senza clamore) e annoterò con cura tutti i ricordi di questi momenti appena trascorsi. Voglio poter rileggere quelle righe ogni giorno che verrà e riassaporare questa grande gioia, così come la provo adesso.

(Zanzi: "Forza, dì qualcosa se hai il coraggio. O ti sei commosso? Ti sei commosso!! Ehi! Leggi qua la lettera di risposta di lui! Questo è vero realismo!".)

Arach si spostò sulla lettera di risposta spedita da Cosenza.

Caro Amore troppo lontano,

la gioia del nostro incontro si è presto esaurita come neve d’agosto… ed io ti desidero più di prima, soffro più di prima della nostra lontananza obbligata. La mia fidanzata ‘ufficiale’ è un’ottima guardiana e so che non ti bastano le mie assicurazioni di risolvere presto la faccenda liberandomene definitivamente. Sappi però che ti desidero troppo per accettare ancora a lungo questa situazione imbarazzante e dolorosa. Devi capire che è la figlia del mio direttore generale e che la mia carriera uscirebbe ora a pezzi da un improvviso distacco, ma so che se la tua mente comprende, il cuore non sente ragioni di sorta. Devo saper scegliere ed essere soltanto tuo: sì, tuo, aggettivo di possesso. Ti vedo struggerti come una vedova bianca in attesa del suo sposo emigrato in Australia o in Sudamerica e sento nella tua voce la mia voce che dice un "Ti prego. Ti prego: fa qualunque cosa per avvicinarti a me". Bene: lo farò. Giuro che lo farò…

(Zanzi: "Come vedi sono stata religiosamente zitta, ma ora ti propongo una scommessa facile facile [per me]: quanto durerà il giuramento del bellimbusto della busta che hai tra le tue zampe pelose? Io dico: massimo un altro viaggio e un mesetto di tempo. Se perdo vado ‘mia sponte’ a coricarmi nella tua malefica ragnatela, ma se perdi tu andrai a dormire per tre notti dietro l’armadio dove abita Jak il Geko!".

Arach: "La posta è troppo alta, mia delizia: tu sai bene che io non ti mangerei mai, mentre Jak sogna di sgranocchiarmi una notte sì e l’altra pure.

Poi c’è il fatto che neanche io mi fido molto di questo signore cosentino troppo facile ai giuramenti e così opportunista già alla sua età.

Non accetto di scommettere, però voglio vedere come la vicenda si conclude per decidere il da farsi".

Zanzi: "Decidere il da farsi? Bella espressione! Dimmi un po’ che potremmo fare".

Arach: "Dipende dalla volontà della padrona e da dove è finito il giovanotto: ora dovrebbe avere sui settantacinque anni. Età in cui le punizioni si comprendono meglio che a vent’anni".

Zanzi: "Allora non possiamo fare niente. Come puoi comunicare con la vecchia signora? Non sapremo mai quale è la sua volontà".

Arach: "Ma dai. Basterà manomettere con l’amico Bug la macchina dei sogni della Padrona. Sai che da quando è stato commercializzato quell’aggeggio lei lo usa quasi ogni notte per programmare i sogni che farà. Sarà un gioco per Bug La Cimice farle risognare questa vicenda di gioventù e dirci come reagisce: poi noi due agiremo".

Zanzi: "Agiremo? E cosa mai potremmo fare? Non ti capisco".

Arach: "E’ inutile dilungarsi. Prima dobbiamo sapere cosa ha lasciato il cosentino nel cuore della nostra signora".

I due compulsarono il resto delle lettere e degli oggetti del bustone scoprendo ben presto che la povera Padrona (allora ingenua) era caduta tra le grinfie di un lestofante carrierista che neanche per un momento aveva pensato di fare ciò che giurava. La fanciulla aveva sognato per poco più di un mese per scoprire infine che il suo primo grande amore era anche il suo primo vero cialtrone. In un piccolo cartoncino ancora dilavato dalle lacrime era scritto: "Conserverò anche un brandello della sua maglietta, con cui ho dormito tante notti, solo per poter riscoprire in ogni momento quanto può essere stupida una donna innamorata. Fine di tutto. 3 Maggio 2002".

Arach: "Faremo rivivere in sogno alla Padrona questa sua storia: il bello come il brutto. Studieremo per bene le sue reazioni, poi vedremo il da farsi".

Le ore successive se ne andarono per programmare il sogno con l’aiuto di Bug che maneggiava i sensori della macchina dei sogni con un’abilità straordinaria che preludeva alla sicura efficacia dell’esperimento.

Zanzi taceva sulle sue intenzioni, ma aveva in mente un metodo biochimico di analisi delle reazioni della vecchia signora che solo una zanzara di grande acume poteva escogitare.

La Padrona andò a letto. Accese la macchina dei sogni, si addormentò e sognò. Sognò un giovanotto bello e seducente che le parlava dolcemente suscitando in lei desideri mai prima conosciuti.

Zanzi aveva infilato di nascosto il suo aculeo da estrazione-sangue nel seno sinistro della vecchia signora e sentiva una glicemia altissima in quel sangue così vicino ad un cuore che nel sogno tornava giovane, ingenuo e colmo di speranza. Poi il sogno cambiò. La vicenda d’amore si avviò allo scontato epilogo. Zanzi sentiva il sapore del sangue della donna farsi amaro di dolore e acre di desiderio di vendetta per quell’onta mai lavata. La povera zanzara dovette infine allontanarsi da quel seno, per non restare lei stessa avvelenata dalle vampate di sofferenza ed odio che da esso stillavano.

Zanzi ora sapeva bene quali erano i sentimenti profondi della vecchia signora per quel vigliacco che la busta non aveva mai saputo davvero tenere chiuso e dimenticato dentro di sé.

Bug intanto parlottava con Arach riferendogli dei codici esadecimali del disprezzo che tanto spesso comparivano nelle onde cerebrali della vecchia signora, interpretate e insieme guidate dalla macchina dei sogni sull’antica vicenda della sua gioventù.

"Non ha ancora digerito" sentenziò Zanzi che si era tenuta discosto dai due.

"Tu come fai a saperlo?" si irritò Bug che credeva solo nel potere esplicativo dei bit.

"Lo so perché sono una donna, anzitutto, e poi perché ho assaggiato il sangue della vecchia signora durante il sogno" confessò infine Zanzi, aspettandosi di essere ripresa da Arach per aver violato le vene della sua beneamata padrona.

E invece: "Furba! Maledizione, avrei voluto pensarci io! Mi serviva una conferma a tutti questi input ed output dell’amico Bug di cui non ho capito un bel niente. Sii chiara: cosa vuole davvero la Padrona?" fece Arach.

"VENDETTA!! Ecco cosa vuole. Vendetta del suo orgoglio e della sua fiducia così spudoratamente traditi" riassunse Zanzi, senza perdersi in glicemie e lungaggini esplicative.

"E vendetta tremenda sarà" deliberò Arach voltandosi subito verso Bug "Tu ci servi ancora: vogliamo l’ultimo indirizzo conosciuto del fellone, posto che sia vivo. Nel caso sia morto ci limiteremo a profanare la sua tomba con un sabba satanico che lo trattenga indefinitamente negli inferi; mi auguro però che sia ancora in vita: la vendetta sul caldo di un corpo consola assai di più che sulla fredda e diafana anima".

"Ehi! Ma ti ha dato di volta il cervello? Felloni, sabba, anime diafane? Curati le ossessioni postume. Se si tratta di punzecchiare in seicento sorelle il culo secco di un vecchio stronzo sono della partita. Le sbobbe diaboliche te le farai però da solo!" esclamò Zanzi, infastidita non poco dalla direzione che prendeva la cosa.

Arach: "Faccio autocritica: mi sono lasciato trascinare. Seicento zanzare su un culo secco mi pare sia un dono di espiazione più che bastevole per un mese di fellonia del giovanotto, che spero sia ora un arzillo vecchietto in grado di sottostare alla pena".

Bug sussurrò, perché quello era il suo usuale tono di voce: "Casa dell’Anziano di Cecina, Pisa, Toscana. Tullio Iotifotto, anni 73, diabete e emorroidi. Per il resto sanissimo. Come ci arriviamo?"

Arach: "Arriviamo? Vorresti venire anche tu? Ma non eri un Iperpacifista settore Porgol’altraguancia? Ci sarà violenza, molta violenza: lo sai".

Bug: "Ma come sei scemo anche tu! IO PORGOL’ALTRAGUANCIA, ma non porgo le guance degli altri, e poi la vecchia signora mi è simpatica: vuole sempre sogni di fiori e non è ossessionata da virus e bachi nel computer come troppi oggigiorno".

Zanzi: "Resta il quesito di Bug: come ci arriviamo? Teletrasporto, elicocinesi, dislocazione molecolare…?" .

Arach: "Sei troppo tecnologica, al solito. Ci andremo con un metodo adatto alle circostanze:la Posta Prioritaria. Siamo piccoli e basterà un pacchettino con su scritto: Fragilissimo, Manovrare con Estrema Cura, Contiene Materiale Delicato".

Zanzi: "Accidenti! E’ l’uovo di colomba! Indirizzato a chi?".

Bug: "A Iotifotto Tullio. Personale. Privato. RISERVATO. Da aprirsi solo da parte dell’interessato. E noi tre dentro con seicento zanzare! Già mi ci vedo…".

Fu così che i nostri eroi si chiusero in una confezione regalo di cioccolatini insieme a seicento zanzare affamate e ben edotte da Zanzi sui loro compiti di vendicatrici.

Il viaggio verso Cecina con la posta prioritaria fu avventuroso e lunghissimo come c’era da aspettarsi. Arach ridusse per fame il battaglione di zanzare a cinquecentonovantadue. Bug era vegetariano e digiunò. Zanzi dette fondo alle scorte rimaste dall’analisi del sangue della vecchia signora. Le cinquecentonovantadue zanzare residue sognavano ormai solo l’oasi ristoratrice del culo forse secco, ma succulento, dell’ancor vispoTullio Iotifotto.

Dopo inenarrabili e inenarrate peripezie il pacchetto si trovò tra le mani della caposala del Ricovero per Anziani di Cecina che lo consegnò con grandi cerimonie al nostro Tullio il quale, avendo condotto, si diceva, una vita da lestofante, non aveva più neanche un amico che lo andasse a trovare: quel pacchetto era perciò un grande evento.

"Lo apra! Lo apra, signor Tullio. Chissà che bella sorpresa!" esclamò enfatica la caposala, grassoccia e rosea come un maialino da latte.

Tullio aprì con le dita artritiche il pacchetto ed ecco comparire un fantasma grigiastro che si materializzò sopra la sua poltrona formando figure geometriche e mitiche di ogni genere. Quel fuoco d’artificio ronzante aveva un fascino indubitabile. Saettava, si divideva e si ricomponeva, delineava immagini di realtà e di sogno. La coreografia delle cinquecentonovantadue zanzare istruite da Zanzi su testo base di Arach e consulto di Bug per gli effetti speciali era assolutamente spettacolare.

La cerimonia era quasi al culmine ed il vecchio Tullio, ora in piedi per l’entusiasmo, stava per ricevere le sacrosantamente meritate centinaia di punzecchiature nell’antico deretano quando accadde l’imprevisto. La caposala chiocciava ad alta voce la sua totale ammirazione per lo spettacolo quando le cinquecentonovantadue zanzare affamate, in una subitanea e contemporanea valutazione del rapporto costi-benefici, decisero che il culone fasciato di bianco lino era di certo più appetibile del rugoso sederino del vecchio Tullio. Come un sol uomo si diressero sul nuovo obiettivo comune infilzando il posteriore innocente della stupefatta caposala. Arach gridava all’ammutinamento, Bug era interdetto, Zanzi non poteva fare a meno di ridacchiare dell’epilogo imprevisto di quel loro periglioso viaggio punitivo.

La scena pareva non terminare mai. La caposala corse a destra e a sinistra dell’arco costituzionale finendo per cercare sollievo col sedere nella vasca da bagno immantinente riempita. Arach aveva perso la voce dalla rabbia, Bug ancora era interdetto come nel primo momento della rivoluzione d’obbiettivi, mentre Zanzi tentava di interloquire col vecchio Tullio che, come a molte femmine, le era parso in verità un simpatico mascalzone.

Tullio sapeva ronzare! Miracolo! Ben presto tra lui e Zanzi si instaurò un proficuo dialogo.

"Esmeralda? Esmeralda! Il mio primo amore. Quanto male mi ha fatto, ma ancora provo amore per lei" diceva Tullio, mentre Zanzi non si raccapezzava.

"Ma se l’hai abbandonata dopo un mese e sei giorni?" sbottò Zanzi.

"Abbandonata io? Ma chi ve lo ha detto? Fu lei a lasciarmi perché, dopo aver abbandonato il mio posto di ragioniere del catasto, non riuscii in una settimana a trovare un posto di direttore come voleva lei!!!" rispose sconsolato il buon Tullio.

"Arach!! Arach!! Rifai il pacchetto e indirizzalo alla vecchia troia. Ci ha raccontato le solite balle!! La missione non è conclusa. Sorelle zanzare: un vecchio culo di vecchia ci attende. Hasta la victoria!".

E così ripartirono alla volta di Aosta nella formazione di partenza.

PS Va detto che ad Aosta non c’erano caposala rosee a distrarre il plotone d’esecuzione.

Roberto Virdis

 

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