Aratri.
Ho visto gli ultimi buoi tirare l’aratro verso al fine degli anni ’50. Era un rito di grande solennità, fosse solo per la natura stessa degli officianti: due montagne appaiate e lente che trainavano un vomere enorme, montato su ruote di ferro, e, ultimo ma solenne, un omino con la lunga frusta, raramente usata.
La terra si voltava come una lenta onda di risacca dietro il convoglio e solo una pietra particolarmente grossa o una roccia affiorante potevano modificare il ritmo cadenzato degli zoccoli che affondavano nel suolo duro. Il giogo è un sogno dell’infanzia e ho creduto per molto tempo che fosse la mia piccolezza di allora a ricreare nel ricordo quell’immagine di gigantesca potenza che in me sempre è associata ai buoi; ma non è così: durante una festa popolare ne ho rivisto di recente due coppie; venivano credo dalla Gallura, dove qualcuno, un po’ per amore, un po’ perché in certe impervie montagne il sughero ancora può essere trasportato solo usando questi animali (nessun trattore riuscirebbe mai a passare dove passano loro), ancora li alleva. Un giogo era rosso, uno bianco, e tiravano i carri.
Questi animali non sono enormi giganti buoni solo nel mio ricordo infantile: lo sono nella realtà. Masse lucide e solenni di muscoli gonfi di solidità e potenza composti in un animale antico e irripetibile. Vivo in mezzo ai cavalli che a fisico non scherzano, ma che sembrano esili somarelli al confronto del bue. E poi i cavalli scalpitano, temono la folla, si agitano come posseduti da un’anima inquieta e in perenne fermento. I buoi no. Sembrano quasi assenti al mondo: il chiasso, i bambini che corrono loro attorno, la folla, gli scoppi e i colori cangianti della festa non li turbano minimamente. Sorgono dalla terra e le appartengono come querce secolari, le zampe tronco e radice. Poi un gesto impercettibile della guida li chiama al passo. Non hanno mai fretta, i buoi.
L’enorme carro cui sono aggiogati si muove lento fino al gesto successivo della guida. Ed è di nuovo come se le due querce che essi sono fossero lì nate e cresciute nei secoli. Immobili come statue: solo la lunghissima lingua lambisce talvolta una narice o l’altra, solo la coda a tratti sferza le mosche che li disturbano.
Non ho mai visto la doma del giogo, ma l’ho vissuta nei racconti di un uomo che amava quel mestiere difficile e pericoloso perché prima di essere buoi quegli animali sono torelli e solo nelle favole cittadine la castrazione ingentilisce. E’ vero, alla lunga è anche così, come è vero che è la castrazione a far crescere a dismisura quei muscoli. Ma alla doma i futuri buoi sono solo da poco degli ex-torelli. A lungo vengono aggiogati ai fianchi di una coppia di anziani e si educano al ritmo, al rumore del carro, ai comandi della guida. Poi un giovane affianca un vecchio, che lo freni, alla stanga, ancora per un lungo tempo. E infine i due vanno insieme alla prova. E non sempre tutto fila liscio.
Talvolta un niente li spaventa, e partono al galoppo col carro che traballa volando dietro di loro: la guida allora salta a terra, se riesce, e lì prega, che altro non può fare contro lo scatenarsi di quel vigore incontrollato. La furia dura per quanto è dritta la strada. Alla prima curva il pesante carro si rovescia e trascina i violenti dei nel fango della cunetta. E alla guida il cuore batte mentre corre a verificare i danni. Il carro non conta, è sempre un vecchio carro rattoppato alla meglio quello che serve alle prove. Il danno, anche irreparabile, può essere nel giovane bue: una ferita, una zampa spezzata, la stessa morte.
Poi le furie vengono calmate con parole dolci e pacche e carezze; liberate dei pochi finimenti e riportate in stalla. Il carro sconquassato lo porteranno indietro altri buoi più assennati. E domani da capo. E tanti domani devono consumarsi prima che i due, da vitellini giocherelloni ed ex torelli, acquistino quella granitica serenità che li farà veri buoi.
Poi una calma vita in trazione li attende. Campi da dissodare a fondo, pietre da svellere, radici antiche da strappare alla terra. E poi il carro per trasportare, merci e uomini. Notti di viaggio con la guida addormentata (di giorno aveva fatto bisboccia) sulla strada di sempre, imparata a memoria e percorsa mille volte. Fino all’alba e alla meta di sempre. Spesso la guida continua il suo sonno, mentre le montagne ruminano meditando chissà quale visione, certamente pacifica, davanti alla porta ancora serrata del magazzino, mentre altri carri pacatamente si aggiungono alla fila. Locomotive e carri del treno più antico. Poi si scarica, col sacco della biada legato al muso, e si riparte, nel fluire e rifluire della vita che è come il respiro.
E poi la festa, i paramenti coi campanellini, le arance più belle confitte sulla punta delle corna, il carro adorno di fronde e le ragazze più belle ad adornarne le sponde. La strada è breve, non faticosa, dal paese alla chiesa di campagna dove, ancora vestiti a festa, i buoi vengono liberati fra l’erba alta. Loro che l’erba la vedono di lontano dai bordi delle strade, loro che vivono di fieno e di biada per quasi tutta la vita, perché il tempo è poco e i compiti soverchianti. Ma la festa è anche la loro festa. E ti commuovi allora, se li osservi liberi, questi mastodonti sopravvissuti al diluvio, accennare una smontonata o una sgroppatina, come se all’improvviso la loro anima di vitellini riemergesse gioiosa e ridente, come succede anche a noi, in fondo, quando finalmente ci tolgono il giogo.
Roberto Virdis
I nostri racconti