*(Considerare che il racconto è stato scritto e pubblicato nei primi anni '70 quando certi pregiudizi e preconcetti erano più marcati. Oggi di meno?)

IL BIANCO E IL NERO *

Dopo tanta pioggia, sembra proprio di essersela guadagnata, quella giornata di primavera. Anche meritata. Per la pazienza enorme con cui l’aveva attesa.

Luciano sapeva che, sopra la cupola del Battistero, il celo era terso e commovente, come sa esserlo soltanto nei primi giorni di marzo. Però, quando ci hai fatto l’abitudine, quello spettacolo non ti commuove più, anche se immutato nella sua perfezione.

In quel particolare momento, a Luciano, parve di ritrovarlo intatto dopo un lungo letargo, o di scoprirlo per la prima volta. Nello stesso tempo, seduto su uno degli scalini sporchi del Duomo (si domandava perché fossero sempre così sporchi), non riusciva a staccare gli occhi dal libro che teneva aperto e poggiato sulle ginocchia, salvo qualche minimo sguardo lanciato intorno, apparentemente distratto. Però non leggeva e avrebbe saputo descrivere ogni particolare intorno. Lo captava attraverso l’epidermide o attraverso il respiro, anche senza guardare.

Sapeva intanto che, fra l’erba umida del prato, erano nate le margherite. E c’era un bambino, uno dei tanti, traballante nei primi passi incerti, che le strappava malamente per offrirle alla mamma. Lei rideva. Una delle tante giovani mamme che portavano i bambini a prendere il primo sole. C’erano, soprattutto, studenti sfaccendati, come lui, alcuni a gruppi, altri isolati a coppie, seduti o semisdraiati sul prato.

Al primo sole, il prato "dei miracoli" brulicava di studenti. Luciano, fra di loro, aveva notato molti di quelli che conosceva.

I turisti, per contrasto, sembravano pochi e spauriti. Certo si sentivano estranei, camminando lungo i vialetti. Quelli sul prato sembravano ostentare un diritto di prelazione, perfino possesso, soltanto perché residenti o soltanto domiciliati per motivi di studio.

Luciano sembrava non guardare ma "vedeva". C’era una zona del prato, verso il cimitero "monumentale", un po’ isolata, anch’essa traboccante di margherite. Al centro, come in un enorme bouquet, c’era Laura. Bionda, dorata, fragile e candida. E "lui" era seduto accanto a lei e, per contrasto, sembrava una macchia su una pagina bianca di un quaderno appena aperto.

Luciano teneva gli occhi incollati alle parole del libro, senza leggerle, per non guardare verso di loro, ma li vedeva, come li aveva visti arrivare, così inaspettati, insieme. Camminavano tenendosi per mano e guardavano avanti, incuranti della curiosità suscitata

Si era trovato incollato allo scalino sporco (ma sì, sporco: doveva pur prendersela con qualcosa!). Non riusciva a muoversi, era come mummificato. Ma aveva i sensi doloranti e tesi a percepire ogni sfumatura che gli giungesse dall’esterno. Luciano sapeva che Laura aveva inteso fare un atto di forza o una provocazione, dopo le parole che si erano scambiate la sera prima. Aveva scoperto quanto Laura sapesse essere forte, caparbia e decisa. Lo era quanto lui. Spesso si era detto che la loro somiglianza non era soltanto fisica. Ragionando per assurdo, era arrivato alla considerazione che Laura fosse la sua "parte femminile" e lui la "parte maschile" di lei. Dopotutto, erano nati insieme, partoriti dalla stessa madre. Anche Laura s’era sempre compiaciuta di quella sua condizione di "gemella", una caratteristica che la distingueva da altre ragazze.

Avevano sempre avuto gusti, idee, ideali in perfetta sintonia. Spesso pensieri simili che si manifestavano nello stesso momento, un duo di voci che li faceva sorridere.

Questo fino alla sera prima.

Aveva aspettato che i "vecchi" fosse usciti per andare al cinema: l’unico svago che si concedevano, tre, quattro volte all’anno. Si era detto che doveva approfittare di quell’occasione per parlare con Laura. Era chiaro, da qualche giorno, Laura cercava di evitare il fratello. Anche adesso stava chiusa nella sua camera benché non fosse ancora l’ora di andare a letto. Intanto, Luciano rimuginava fra sé le parole, con un tono falsamente amichevoli, del Guerretti, suo compagno di corso all’Università.

<< Bada che tua sorella, ha l’aria di fare sul serio con Ibrahim>>.

<< Sono amici. È anche amico mio. Mi fa piacere che Laura non abbia stupidi pregiudizi. Mia sorella è una ragazza intelligente >>.

<< Direi "qualcosa di più" che amici. Li ho incontrati a Tirrenia e non dirmi che, a febbraio, un ragazzo e una ragazza vanno sulla spiaggia per amicizia. Ho creduto d’informarti perché, se fosse mia sorella, mi verrebbero i pensieri >>.

E dire che lo aveva perfino ringraziato, sia pure a mezza bocca. Aveva dominato l’impulso di prenderlo a… pedate per quella sua aria melliflua, compassionevole e insieme complice. Come se Luciano non conoscesse i suoi goffi tentativi di uscire con Laura o non capisse il suo livore nell’essere rifiutato.

Lo squillo del telefono. Ancora lo sentiva nel cervello. Era stato così irritante che la penna gli aveva fatto un geroglifico sul blocco degli appunti. Un esame il mese prossimo e lui non riusciva a concentrarsi.

I passi affrettati di Laura che usciva dalla sua stanza, altro motivo di attenzione e tensione.

Da bambini avevano avuto i letti nella stessa stanza e la sera, prima di addormentarsi, si raccontavano a vicenda storie spaventose. Laura finiva sempre per arrendersi e qualche volta piangeva. Lui tendeva la mano ad incontrare la sua sul letto vicino e la sorella si rasserenava. Continuava a tenerle mano finché non ben certo che si fosse addormentata.

Adesso Laura correva per andare al telefono prima degli altri di casa. La sua voce si faceva sommessa, quasi un sussurro, nella risposta …

Al ritorno, le brillavano gli occhi e mentiva allegramente alla mia domanda curiosa, ammucchiava parole senza senso e, poco dopo,tornava a rinchiudersi nella sua stanza. Quella s’era, il tempo di cambiare abito, in dieci minuti, pronta per uscire di casa.

Per Luciano, una stretta d’ansia al cuore, la percezione di un evento difficile che veniva a turbare la serenità della famiglia. Senza tuttavia immaginare quanto fosse importante. Laura gli aveva sempre raccontato tutto di sé, perfino gli innamoramenti adolescenziali o le prime esperienze intime. Confidenza assoluta. Alla fin fine, cose di poco conto. Spesso ci avevano riso sopra, a storia finita. Questa volta non sembrava così semplice o scontato. Laura non si era confidata, anzi pareva proprio volerlo evitare. E, forse proprio questo, gli bruciava più di tutto, che fosse stato un estraneo a dargli la "mazzata".

Non era riuscito a trattenersi e l’aveva fermata prima che uscisse di casa: << Vorrei parlarti un momento…>>.

<< Non adesso, vado di fretta. Lo vedi che sto uscendo? Che cosa c’è? Qualche problema con Nicoletta? Lascia un po’ respirare, quella ragazza, lasciala vivere >>.

Si era reso conto di aver quasi dimenticato Nicoletta, in genere sempre presente nei suoi pensieri, ne era innamorato, anzi erano innamorati.

" Devo telefonare a Nicoletta", aveva pensato.

Anche Nicoletta ultimamente lo guardava in modo strano, quasi fosse sul punto di dirgli qualcosa, per pentirsene subito, quasi non trovasse il coraggio di parlare.

<< Niente Nicoletta. Non la vedo da tre giorni. Si tratta di te e Ibrahim. Vi hanno visti insieme a Tirernia >>.

<< Vi hanno? Vi ha. Ci ha visto il Guerretti, tre giorni fa. Il solito pettegolezzo da "donnicciola". Del resto, il Guerretti l’aria da comare ce l’ha >>.

<< Non farai sul serio, per caso? Con Ibrahim… >>.

<< E tu stai facendo sul serio con quest’aria da inquisitore? >>.

<< Mi hai sempre detto tutto… >>.

Laura si era fatta meno aggressiva, amava suo fratello e, in un certo senso, lo capiva. << Prima era più facile raccontarti, adesso, è più difficile parlare e farmi capire >>.

<< Allora è vero che hai qualcosa da nascondere, o meglio, che vuoi nascondere. Vuol dire che non sei del tutto serena >>.

<< Quando mi hai presentato Ibrahim e mi hai vista impacciata, a disagio… ricordi che cosa mi hai detto? "Non fare la cretina". E m’hai strizzato il braccio. Ti ricordi? Mi hai precisato: è un mio amico. Segno che lo dovevo rispettare >>.

<< Naturale, lo guardavi come fosse una bestia allo zoo! Ne hai fatti di progressi! >>.

<< E più tardi, mi hai fatto tanti bei discorsi sull’uguaglianza, sulla giustizia, la solidarietà… mi hai parlato di antirazzismo, di umanità… Che c’è, ti stanno crollando gli ideali? >>.

<< Non dire stupidaggini, io sono quello di sempre. Ma si tratta di te che sei mia sorella e sapere che "fili" con in negro… >>

<< Con un somalo, o uomo di colore, al massimo un nero… suona molto meglio. Meno offensivo. E, poi, suo padre è un italiano, lo sai anche tu >>.

<< Ibrahim però è tutto sua madre >>.

<< Non sei molto spiritoso >>.

<< Davvero pensi di essere innamorata di lui? >>.

<< Non me lo sono ancora domandato, ma se mi costringi a farlo… Con lui sto bene, mi sento completa, appagata… Tu lo conosci bene. Sai quanto è intelligente, colto, gentile. Con me, è rispettoso e tenero. Diverso dagli altri ragazzi che mi sono stati intorno. Ed è onesto. Anche tu lo riconosci. È il migliore del vostro corso, hai detto e che t’ispira fiducia, che è il migliore fra i tuoi amici… >>.

<< Lo penso ancora, ma si tratta di te, cerca di capirmi. Se potessi impedirti di fare sciocchezze… rinuncerei anche alla sua amicizia >>.

<< Ti ho fatto confidenze, a volte intime e non ti sei mai scandalizzato, neanche quando avresti dovuto >>.

<< Perché ti conosco. So che hai buonsenso e sei pulita. Limpida. Ora, magari, meno. Altrimenti ti saresti confidata. Se non lo hai fatto vuol dire che non ti senti così tanto nel giusto. Hai pensato a come dirlo a papà e a mamma? Sono sempre stati perfetti e ci hanno dato un’educazione esemplare, ma non so se sarebbero disposti ad assecondarti. Non per Ibrahim in quanto persona. Tradizioni e costumi diversi. Religione islamica, nonostante il padre italiano. Sto pensando di informarli io, i nostri genitori… Ti farebbero ragionare >>.

<< Come quando andavi a raccontare alla mamma che avevo trovato dove teneva nascosta la chiave del cassetto e mangiavo di nascosto i cioccolatini,… >>.

<< Perché la cioccolata ti faceva male >>. Nessuno dei due riuscì a ridere per quella battuta involontaria , del tutto casuale. In momenti diversi li avrebbe divertiti.

<< E lui, Ibrahim, che cosa pensa? Me lo ha detto lui che suo padre non intende ritornare in Italia e che ha progetti per il figlio proprio là in Somalia. È anche convinto che il figlio non possa inserirsi al meglio, qua da noi. Nemmeno lui sarebbe contento sapendo di voi due >>.

<< Suo padre è malato "d’Africa". Succede a tutti. Quando Ibrahim mi parla della sua terra, io riesco a "vederla" e provo uno struggimento così grande… un forte desiderio di conoscerla… >>.

<< Sei impazzita? Dai tutto per scontato, tutto semplice e fattibile. Andresti perfino a vivere in Somalia! >>.

Laura neanche lo aveva ascoltato.

<< Ibrahim mi guarda come se io fossi una pietra preziosa e non ha il coraggio di sfiorarmi. Come se temesse di contaminarmi. Io, invece, porto la sua mano contro le labbra, per baciarla. Sono così vigliacca che non riesco a fare altro. Penso a tutti quelli che, come te, sono ottusi. Gente che si riempie la bocca di parole, ma, a fatti, zero >>.

<< Allora capisci che non è il caso di portare avanti questa storia >>.

Diede un’occhiata all’orologio, le avevo fatto perdere l’appuntamento, o almeno sarebbe arrivata in ritardo. Magra consolazione.

<< E chi lo dice che non è possibile? Basta volere. Parlarne con te mi ha aiutata molto, adesso so che cosa voglio >>.

<< Ne parlerò con babbo e mamma >>.

<< Ma sì, diglielo, fallo prima che lo faccia io stessa >>.

Due nemici, ecco cos’erano diventati Luciano e la sua gemella. Sembrava perfino strano che fossero così fisicamente somiglianti. Nel colore degli occhi e dei capelli, nella linea caparbia delle labbra. Adesso non più tanto in armonia con i pensieri.

Una manina grassoccia si posò sul libro che Luciano teneva sulle ginocchia. Lasciò cadere un ciuffo d’erba e una margherita. Luciano fu costretto ad alzare gli occhi fino al sorriso fiducioso del bambino.

<< Grazie >> gli disse.

Il bambino, forse intimorito dalla sua voce roca e un po’ forzata, per via del rospo che gli bloccava la gola o, semplicemente, perché i bambini sono imprevedibili e mutevoli, riprese erba e margherita e disse: <<Mia!>>.

Gli strappò un sorriso. Ora che aveva alzato lo sguardo, lo deviò verso destra e li rivide, seduti sul prato, vicinissimi. Lui color fuliggine e lei che, nel vestito chiaro, sembrava ancora più bianca.

Per fortuna, erano abbastanza distanti, quel tanto che bastava a non incontrare i loro sguardi. Abbassò di nuovo il suo sulle pagine del libro. Non riuscì però ad evitare di vedere e riconoscere le scarpa massicce, forse ortopediche, della signora Racheli, moglie di un generale in pensione. Abitava nella casa vicino alla loro e, a volte, si fermava a parlare con la mamma. Assurdamente si chiese se, quel passo marziale, lo avesse preso dal marito. Con la mamma parlava della propria artrosi, o del pechinese col cimurro, o dell’ultimo tappeto persiano che sua nipote le aveva portato dall’Iran. Il babbo la definiva una vecchia intrigante perché, qualche volta, l’aveva sorpresa a curiosare oltre il muro del loro giardino.

<< Buongiorno Luciano. Avevamo tutti bisogno di un po’ di sole, dopo tanta pioggia >>.

Le rispose a monosillabi. La seguì con lo sguardo mentre si allontanava impettita, a passo lento e ondulante: una vecchia lucertola in cerca di sole. Si dirigeva proprio verso destra. Ebbe un sussulto, preoccupato se non addirittura spaventato, eppure inconsciamente attratto, quasi in attesa. La vide fermarsi all’improvviso, come aveva previsto, e guardare verso "quei due". Due macchie sul prato, una bianca e l’altra nera, i visi di Laura e Ibrahim. Erano un’attrattiva troppo forte per ricordare che non è educato fissare troppo l agente, lo sanno anche i bambini.

Improvvisamente, si rese conto che tutti gli sguardi convergevano là, non soltanto quello della Racheli. E, intorno, c’era un silenzio innaturale. Quei due erano soli, là sul prato, fra le margherite, sotto gli sguardi curiosi e disapprovanti dei presenti. Perché sì, la teoria sarà anche ricca di idee liberali e progressiste, ma la realtà si lega ancora ad antichi pregiudizi, al rifiuto del "diverso". Già definirlo diverso è discriminazione. Luciano adesso si guardava intorno e traeva deduzioni. Chiuse il libro e si alzò e si diresse verso destra. Camminò sull’erba umida, un passo dopo l’altro, nonostante le margherite. Il suo pensiero era incollato là, alle due macchie che ora si facevano più distinte. Il viso nero di Ibrahim, così nero che non gli si distingueva il contorno delle labbra e degli occhi, se non per il balenio che si spostò da Laura a Luciano: un segnale preoccupato. Il viso di Laura era così bianco, al contrasto, tanto da sembrare malato, forse per via del sole che vi si rifletteva. O, forse, e gli sembrò enorme, perché aveva paura di lui, suo fratello.

Le labbra di sua sorella ebbero un tremito. Gli sembrò di rivederla bambina quando stava per piangere al racconto delle sue storie spaventose. Lei che voleva sfidare il mondo, sembrava ora così vulnerabile. Ad un metro da loro, Laura dovette fissarlo e aveva lo sguardo ansioso, ma non spaventato: pronta a tutto.

<< Salve >> disse allora la voce di Luciano << posso sedermi accanto a voi? >>.

Non era soltanto la sua voce, erano cuore e cervello insieme e chissà che altro ancora a scuotergli l’anima, fino a spingerlo verso di loro. E " quei due" non furono più soli. Erano in tre adesso fra le margherite. Sotto gli occhi di tutti.

Marzia Plumeri

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