Brano tratto dal romanzo "Purché sia sempre amore" di M. Patrizia Bianchi Cecchini, vincitrice del premio NIKE ITALIA 2000 edito dal Gruppo EDICOM di Cerro Maggiore (MI).

 

 

"Che giornata pesante! -commentò Michael, appena rientrato- Fin dal mattino Randolph ci ha trattato da schiavi; era così nervoso...". La guardò come per controllare l'effetto di quelle parole. "Lavorate anche senza la sua direzione?" buttò là Daniela, smettendo per un attimo di riportare un po' d’ordine sopra le mensole dello scaffale. I loro sguardi si incrociarono. "Perché?" fece Michael, abbassando subito il suo. "Perché stamani Randolph era a Drottningholm insieme a una ragazza!" affermò lei, decisa. "Ti sbagli di certo! -riprese Michael - Randolph ha lavorato quasi sempre con noi". "Quant'è lungo lo spazio di quel quasi?" riprese lei. "Oh, si sarà assentato una mezz'ora, un'ora al massimo, non so che avesse da fare" ammise lui noncurante. Daniela calcolò mentalmente il tempo impiegato per andare al castello e tornare, con una sosta seppur breve, e capì che era molto di più.

Era sicura che Michael le mentiva e non sapeva perché. "Son cose che si sentono" si disse. E poi l'atteggiamento di Michael aveva un che d'impacciato, proprio come quando uno s'impone una disinvoltura eccessiva. "Ti dico che era lui, vuoi che non riconosca Randolph?" insisté ostinata, riprendendo a spostare gli oggetti. "E io ripeto che ti sbagli... -disse lui, più esitante di fronte alla sua sicurezza- A meno che... non abbia fatto un salto in un posto a dare un'occhiata per una possibile ripresa d'interni". La motivazione, plausibile per un'altra, non lo era per lei. L'aveva presa per scema? Figuriamoci se Randolph avrebbe avuto il permesso di girare delle scene nella residenza reale, quando inoltre la trama del film non aveva niente a che fare con ambienti del genere. Michael sottovalutava la sua intelligenza. Daniela era sconcertata, dietro l'atteggiamento di Michael c’era qualcosa di oscuro.

Avrebbe desiderato chiarire l'argomento e chiedergli spiegazione. Magari erano stupidaggini, cose che riguardavano Randolph, ma che lei ingigantiva per l’alone di reticenza. Non le importava niente delle azioni di Randolph. Era piuttosto questo sentirsi continuamente esclusa dalle faccende del gruppo a crearle un senso di isolamento e di sospetto. Come se gli altri fossero legati da una complicità difficile da penetrare. Si tenevano mano a vicenda. Anche l'altro giorno, quando Daniela aveva fatto un'improvvisa puntata sul set senza trovarvi Michael, Randolph si era affrettato a fornirle una scusa che non l'aveva convinta. E da quel momento le pareva di trovarsi più spesso George alle costole.

L’istinto le suggeriva di fingersi convinta dalle risposte di Michael e di non dirgli neppure che aveva riconosciuto la ragazza di Skansen. Restava però amareggiata. Anche lei avrebbe smesso di raccontargli quel che faceva e chi incontrava e di parlargli di Margaretha. Non gli avrebbe nemmeno detto dove abitava, al di là della vaga indicazione datagli all’inizio, così come faceva lui per quel che riguardava alcuni suoi amici e le frequenti assenze.

Anche Randolph, del resto, non voleva che Michael sapesse se andava a trovarlo; e perché, se erano amici? Che c’era di male a fare una specie di provino? Per questo indugiava? Non sapeva cosa la trattenesse dal fare la telefonata e la visita. In quei giorni, lavoravano tutti intensamente per finire le riprese prima della fine di agosto.

Parevano aver trovato uno splendido affiatamento e, per guadagnare tempo, avevano ridotto l'intervallo pomeridiano. Lei temeva di disturbare Randolph nel poco tempo che gli rimaneva per riposarsi e non voleva fare la figura della stupidella, che subito abbocca a una proposta. Perciò aveva aspettato e rimandava di giorno in giorno. Ma poi si sarebbe decisa e forse gli avrebbe anche chiesto di quell'incontro che Michael metteva in dubbio.

Durante il pomeriggio il cielo si era annuvolato e ora pioveva. Daniela avvertiva un senso di vuoto, sola in mezzo ad estranei insinceri. Quella sera la cena con Michael fu più silenziosa del solito; ognuno occupato in pensieri che non voleva trasparissero all'altro. Parlavano di banalità davanti a un arrosto di alce con mirtilli, dopo che Daniela gli aveva raccontato la visita al castello, quasi svogliatamente. Michael riempiva i momenti di silenzio con qualche bicchierino di skåne, la grappa fatta con le patate. Si era uniformato presto alle abitudini svedesi. Ma per quel popolo l'alcool aveva qualche giustificazione. A parte le calorie per i mesi invernali, qualcuno aveva detto che l'alcool per i nordici sostituiva il sole e lei non la riteneva una battuta, ma una verità sotto metafora.

Quando pensava che, all'infuori di due o tre mesi decenti, visto che al 30 di aprile, festa della primavera, ancora faceva freddo, talvolta nevicando anche in maggio, quella gente non aveva che inverno e sognava l’estate per tutto l'anno per dedicarsi alla natura e alla libertà dei corpi, capiva la frustrazione che aveva dentro. Se poi in quei due mesi non avesse fatto che piovere, come talvolta accadeva, la tristezza di doverne aspettare altri dieci, in persone con gravi problemi poteva anche scatenare disperazione e fantasie di suicidio. Daniela capiva. Era più facile comprendere parlando con Margaretha, entrando più a fondo nelle situazioni degli altri. Lei non avrebbe potuto vivere in quel paese, che pure emanava un suo fascino. Si sarebbe sentita compressa. Sebbene occupata dal lavoro, come avrebbe passato tutti quei giorni in cui il crepuscolo cominciava a mezzogiorno, infagottata uscendo, fra pesanti indumenti e le scarpe da neve sopra le calzature normali, a spasimare per il primo raggio di sole! Anche lei sarebbe andata a salutarlo fra i monti o sui laghi, come facevano gli altri, praticando uno sport, a centellinare momenti di beatitudine. Quasi che la scialba carezza fosse preannuncio di gioia e restituisse il gusto di vivere.

Riusciva anche a capire la malinconia dei giovani che, loro malgrado, erano indotti a rimuginare precocemente pensieri sull'eternità, alla loro voglia di sesso come compenso e alla violenza dei giovanissimi, che era sempre esistita, dal tempo delle plateali manifestazioni dei "raggare" e anche prima, come sfogo cieco, impotente e assurdo contro persone e cose di tutti i complessi che li angosciavano. Quel qualcosa, dentro di loro, di oscuro e di indecifrabile era possibile che si riconducesse principalmente alla mancanza di sole e di luce che schiarisse i pensieri e desse serenità.

E Michael perché beveva? Quali angustie lo spingevano a farlo? Apparentemente persona tranquilla e realizzata, forse il suo era uno spregevole vizio senza giustificazione. Non gli mancava niente, tantomeno il sole: non era lei il suo raggio di sole? Sorrise fra sé a quella frase che sempre le ripeteva e lo guardò, seduto di fronte. Da qualche giorno preoccupato, stasera aveva l'aria infelice: oppure era lei a immaginarlo tale, proiettando su lui il proprio disorientamento interiore.

Quando lo vide versarsi un altro bicchiere di skåne, allungò una mano a trattenerlo. "Perché bevi tanto stasera?" gli chiese. "Non più di sempre, mi pare! -rispose lui, asciutto- Non mi seccare!". Daniela, mortificata, non insistette. Dopo un po' egli aggiunse: "Che programmi hai per domani?". "Non so. -fece lei- Deciderò sul momento. Ha importanza?". Michael scosse la testa. Non era una serata giusta, né adatta per le esortazioni né per la tenerezza. Daniela se ne rese conto, finendo il suo pasto in silenzio.

M. Patrizia Bianchi Cecchini

 

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