CAFFE’ DI GUERRA
Tratto dal romanzo " Istantanee con Bambina" di Marzia (Mariella) Plumeri
Egli venne un pomeriggio verso le tre. Era di quelli che facevano paura, perché indossava la camicia nera ed aveva il viso scuro e lo sguardo di chi ha disimparato ad amare. Faceva parte di quelle S.S. il cui semplice menzionarle, per quel suono sibilante della esse ripetuta, frustava i nervi e svegliava la paura.
Altri erano venuti, armati, qualche sera prima. Avevano perquisito la casa, spalancato le porte a calci, puntando il mitra in direzione di un ignoto nemico che pareva appunto volessero stanare. Se ne erano andati con una mortadella ed un sacco di farina gialla che, comprati al mercato nero, dovevano servire per molti nostri pasti, pranzi, o cene.
Egli, invece, aveva lasciato la pistola nel fodero e teneva in mano due innocui fagottini di carta.
La nonna lo guardò attenta, come a cercare di capire che cosa da lui ci fosse da aspettarsi, poi guardò noi bambini, forse domandandosi in che modo avrebbe potuto difenderci. Non dimostrò paura. I miei fratelli erano troppo piccoli per capire e continuarono a giocare. La nonna ed io eravamo unite nella nostra immobilità assoluta, come di animali che fiutano un pericolo.
Il tedesco disse: - Caffè, zucchero. Per me -. E porse i fagottini di carta.
La nonna capì subito, non parlò, soltanto ebbe un impercettibile sospiro di sollievo. Prese la caffettiera napoletana, inutilizzata da tempo, aprì i cartocci dello zucchero e del caffè, con la calma di chi è solito compiere un’azione abituale. Il soldato tedesco si sedette ed allungò le gambe sotto il tavolo. Senza una parola, senza uno sguardo a noi bambini. Attese, semplicemente, fino a quando la nonna non gli versò il caffè nella tazzina.
Lo bevve a piccoli sorsi. Lo gustò socchiudendo gli occhi, come perduto in qualche ricordo suo, o fantasticheria. Alla fine, si alzò e se ne andò, così come era venuto. Senza aggiungere una sillaba alle parole pronunciate, entrando.
Finalmente riuscii a muovermi, ritrovai la voce.
- Perché, nonna? -
- Non so, cara -
- Perché non si è fermato giù, all’osteria? -
- Perché...Forse preferisce un caffè casalingo. Dall’odore, quel suo caffè, sembrerebbe di ottima qualità -.
- Nonna, se n’è stato sempre zitto, non ha detto nemmeno grazie! -.
- Forse perché non conosce l’italiano. Mi è sembrato un povero diavolo -.
- E’ un tedesco - puntualizzai duramente. Erano bastati pochi mesi, ma gli ultimi e più disastrosi di quella guerra assurda, perché anch’io, bambina, imparassi ad odiare.
Mi guardò incerta, come se non sapesse risolversi a parlare. Si decise: - Non dire alla mamma che è venuto -.
- No, risposi, non glielo dico -.
***
Tornò ogni giorno, alla solita ora e risparmiò anche quelle poche parole della prima volta. Solo che ora si guardava intorno. Osservava la stanza povera, simile ad un accampamento di straccioni, soffermava lo sguardo su noi bambini, studiava pensieroso la nonna che si muoveva calma, attorno al fornello a carbone, poggiato sopra una cassa di legno. Le fissava i capelli grigi, legati a crocchia dietro la nuca.
Ora i suoi occhi sembravano meno neri e meno duri.
Un pomeriggio la mamma rincasò in anticipo. Lo trovò in casa, davanti alla tazzina di caffè fumante. Mia madre tornava stanca, ogni giorno più magra, ogni giorno con gli occhi più profondi e incattiviti dagli stenti e dai patemi.
Guardò il tedesco, la nonna, noi bambini.
- Che ci fa, lui, qui - chiese alla nonna. E parlò nel dialetto della sua infanzia che usava solo nei momenti di grande confidenza, o nella collera.
- Viene soltanto a prendere il caffè. Non parla e se ne va presto. Non ha intenzioni cattive -.
La mamma invece ebbe un guizzo. Gli si parò dinanzi.
- Non parli? - chiese. - Però gli occhi per vedere ce li hai. La vedi la nostra miseria? La dobbiamo a voi. E tu te ne vieni qui a prendere il caffè, come se fosse casa tua. Ma quando ve ne andate, quando? Io vi vorrei vedere tutti morti! -.
Era fuori di sé. Mi spaventai. Era pallida ed aveva gli occhi cattivi. Anche la nonna era pallida e tremava, aveva sul viso un’espressione di sgomento. Il tedesco si era alzato ed aveva di nuovo lo sguardo di chi ha disimparato ad amare. Io ero irrigidita nell’attesa.
Automaticamente egli posò la mano sulla fondina della pistola. Per una attimo fugace, forse immaginario. Ora mi domando se avesse capito il vero senso delle parole di mia madre o avesse inteso solo la sua collera, nella voce. Girò intorno al tavolo ed uscì di casa, senza voltarsi. Sul tavolo restò la tazzina di caffè che andava raffreddandosi.
La mamma, dopo, si lasciò andare su di una sedia e mormorò: - Ho perso la testa: oggi c’è mancato poco che finissi in un rastrellamento. Gente che impiccheranno per rappresaglia. E qualcuno ha bambini come me. E in casa mia, questa specie di casa, ci trovo "quello" che beve tranquillamente il suo caffè. Ora vorrà vendicarsi, forse -.
Sospirò, così stanca e rassegnata che nessuna vendetta sarebbe riuscita a scuoterla dall’enorme stanchezza che non era solo fisica.
Invece il tedesco non tornò e non ci furono vendette.
Avrei continuato a pensare a lui per molto tempo ancora. Per molti giorni, alle tre, inconsciamente forse lo aspettai. Ne avrei parlato con la nonna, qualche rara volta. Con pudore. Ma né io né la nonna, avremmo mai saputo niente di lui, più di quel niente che sapevamo.