IL CASTIGO

Alberto si teneva abbracciate le ginocchia e su queste aveva appoggiato il mento. La schiena toccava appena le sbarre di metallo, appena per sentirne il freddo.

Razionalmente non c’era dubbio: non aveva colpa, almeno per quello; ma non per questo si odiava di meno: se aveva bagnato il letto non era colpa sua, era la malattia. Eppure in cuor suo non riusciva ad escludere che anche la malattia facesse parte del castigo.

L’inserviente l’aveva guardato con occhi di fuoco e aveva accennato uno schiaffo. La testa di Alberto, prevaricandone la volontà, aveva sobbalzato d’istinto per schivare il colpo che non era partito, riconoscendo di fatto che l’inserviente stava per picchiarlo.

Nel letto accanto il signor Cantoni giaceva supino nel suo pigiama di lana a righe, la bocca nera spalancata, gli occhi opachi puntati al soffitto, a fuoco chissà dove.

Quando era entrato accompagnato dalla figlia le inservienti lo avevano sollevato dalla sedia a rotelle e lo avevano adagiato sul letto. Una gli aveva infilato un dito in bocca e gli aveva tolto la dentiera, mettendola in mano alla donna che non aveva nascosto un moto di schifo.

La stanza era appena stata sgombrata da un cadavere quando Alberto ne aveva preso, per così dire, possesso, e il signor Cantoni era arrivato un paio d’ore più tardi. La figlia aveva aperto una valigia malandata e aveva riposto nell’armadietto il po’ d’indumenti che conteneva, poi, subito, senza mai guardare il vecchio, se n’era andata facendo schioccare i tacchi nel corridoio. Un’inserviente era rientrata per mettere le sponde al letto. "Togli quel braccio, cretino!" aveva sibilato fra i denti. Il signor Cantoni restava immobile, a bocca aperta, con un braccio penzoloni.

Un lampo aveva bruciato il petto di Alberto e il respiro gli era diventato per un poco faticoso: che a lui non mancassero di rispetto!, aveva implorato dentro di sé stringendo gli occhi. Se lo avessero fatto, lui non avrebbe saputo che cosa fare.

Anche Alberto era stato accompagnato. Salendo alla camera che la Direttrice gli aveva assegnato non avevano preso l’ascensore, e Piero aveva preteso di portargli la valigia. C’era stato solo un momento in cui si erano guardati negli occhi, ma in quel momento i due erano restati congelati come in una fotografia.

"Vedrà, sarà come essere in famiglia: – aveva sorriso la Direttrice dietro la scrivania – una grande famiglia." Poi, rivolta a Piero: " Stia tranquillo, professore, suo padre riceverà tutte le cure di cui avrà eventualmente bisogno. E anche qualcuna in più…" aveva aggiunto guardando maliziosamente Alberto.

* * *

"Il 14 non scende, il 13 sì," aveva detto l’inserviente all’altra che prendeva gli appunti. Alberto era il 13. ‘Da oggi sono il 13,’ aveva pensato Alberto cercando di trovare qualche ironia nel fatto.

La sala da pranzo era uno stanzone dal soffitto alto, illuminata alla Magnasco, disseminata di tavoli da otto persone. "Qui," gli aveva indicato la ragazza, e Alberto si era fermato dietro la spalliera di quella che sarebbe dovuta essere fino alla sua morte – ‘fino alla mia morte’ - la sua sedia. Aveva guardato i suoi commensali accennando un sorriso e un "buongiorno". Qualcuno lo aveva guardato senza alzare il capo, solo girando in su le pupille. Nessuno si era presa la briga di rispondere al saluto.

La sala rimbombava del battere secco delle stoviglie. Quando uno degli ospiti si era messo a gridare lo avevano portato via senza che nessuno, nemmeno il suo vicino di tavola, lo degnasse di uno sguardo.

Finito il pranzo, Alberto aveva fatto per uscire in giardino. Una mano lo aveva afferrato bruscamente per una spalla. Alberto si era girato e si era trovato di fronte la faccia arcigna, inquisitoria, di un’inserviente. "Esco… Uscirei…" aveva sussurrato.

"E’ capace da solo?"

"Ma sì. Perché non dovrei?"

"Se ti spacchi una gamba chi ti ripaga?"

Poi, valutando che il vecchio sembrava tutto sommato in buono stato, la donna se n’era andata gridando all’indirizzo di qualcun altro.

Ai bambini si dà ovviamente del tu. Ci si può rivolgere loro maleducatamente senza che nessuno abbia a che ridire. Come tutti anche Alberto lo aveva fatto, lo aveva fatto con il bambino, lo aveva fatto anche con i suoi studenti che bambini non erano, lo aveva fatto con chiunque gli capitasse a tiro. Gli sarebbe parso ridicolo, allora, comportarsi altrimenti: quel tono e quella maniera gli spettavano di diritto. Che i vecchi siano omologati ai bambini lo aveva sempre sentito dire, ma ora che era ufficialmente vecchio lui, non se la sentiva di condividere l’idea. La sua testa funzionava perfettamente. Se il corpo non era più quello che era stato, se nel giro di pochi mesi, di settimane, aveva avuto una specie di tracollo, questo non significava che anche il cervello ne avesse seguita la sorte. La mente, la sua, era altra cosa. Eppure il corpo, alla prova dei fatti, quanto è più forte dell’anima! Ne è signore assoluto. E quando il corpo cede, chi si cura dell’anima?

Uscì. Il giardino appariva abbastanza ampio, ma vi erano state tirate delle catene bianche e rosse che confinavano il raggio praticabile a pochi metri. Si sedette su di una sedia fredda di metallo. Intorno a lui sedevano in silenzio altri vecchi. ‘Altri vecchi... - aveva pensato – L’uso dell’aggettivo altri implica che anch’io sia un vecchio.’ Eppure l’immagine che Alberto aveva di sé stesso e che gli veniva del tutto naturale non era cambiata da decenni. Probabilmente si era cristallizzata intorno ai diciotto, vent’anni, e su quel nòcciolo solo il corpo si era evoluto. O involuto. Comunque era indiscutibilmente cambiato.

Qualche ospite passeggiava (com’è ridicolo il verbo ‘passeggiare’ applicato a quegli esseri) sostenuto da un parente che, con ogni evidenza e senza darsi la pena di nasconderlo, stava facendo la buona azione in attesa che un famigliare si assumesse quella seccatura l’indomani. Le espressioni su quelle facce erano da rimbambiti, da cretini. Forse, tuttavia, anche quegli ectoplasmi avevano un’immagine di loro stessi modellata alla fine dell’adolescenza. Forse era solo il corpo ad andare in disfacimento, e la mente, o, più esotericamente, l’anima, restava immarcescibilmente, divinamente, immutabile. Ma nulla di ciò traspariva da quegli sguardi. Dunque l’anima invecchia con il corpo? E con il corpo si disintegra? Muore?

Che senso ha aspettare? Ad Alberto era venuto in mente che si era portato qualche libro, e lì, in quel giardino che sapeva di limbo, magari un libro lo avrebbe aiutato ad aspettare. Però per avere il libro bisognava risalire in camera e poi, per ritornare in giardino, gli sarebbe toccato di passare di nuovo attraverso la porta dove avrebbero potuto dargli del tu senza che lui avesse il coraggio di fulminare quell’impertinente e farne l’oggetto della sua vendetta. Era completamente alla loro mercé. Di lui avrebbero potuto disporre a loro piacimento. Parlarne con Piero era un fatto da non prendere nemmeno in considerazione. Proprio per quello era lì.

* * *

La sensazione del tempo che passa è funzione del tempo che abbiamo vissuto. Un’ora per un bambino è interminabile; una stagione per un vecchio un lampo. Questo Alberto se l’era detto e, da quel matematico che era stato (ma perché ‘era stato’?: era!) gli era facile capirlo. Però il pomeriggio indugiava tra gli alberi, con lo strisciare breve delle suole nella ghiaia, nell’odore greve da caserma che usciva dalla cucina.

Le inservienti uscirono insieme senza guardare quei bradipi corrotti e lasciarono il turno di notte alle compagne che arrivavano con l’aria seccata. Ad Alberto ritornò d’improvviso in mente un compito in classe di latino che aveva tradotto una sessantina d’anni prima, o forse di più: una vecchia pregava per la vita del terribile tiranno di Siracusa perché il successore sarebbe potuto essere peggiore. Così le inservienti della notte paragonate a quelle che se ne stavano andando.

‘Passi il tempo, e passi in fretta! Ogni giorno che passa mi fa il tempo più veloce,’ pensava Alberto. Ma non poteva non temere l’avvento della notte, della prima notte a Villa Serena con le inservienti che non conosceva e che la prospettiva di una veglia non avrebbe certo disposto alla cortesia e all’educazione. E poi, che cosa può sapere un giovane del buio della vecchiaia? Come può un giovane afferrare la paura del precipizio inarrestabile e senza possibile ritorno? Che valore può mai avere un vecchio per un giovane? E in assoluto? L’esperienza? Che sciocchezza! Se Alberto avesse potuto pattuire con il Diavolo l’acquisizione di un corpo giovane, forse che non avrebbe commesso di nuovo gli errori che aveva commesso, se l’occasione gli si fosse ripresentata come allora? Errori… Erano davvero errori dal punto di vista morale o non erano forse errori perché avevano provocato la comminazione di una pena? Nel secondo caso, come li si poteva giudicare ponendosi su di un piano squisitamente etico? Il non pentirsi incondizionatamente gli fece per un momento galoppare il cuore: se la sua mente era ancora disposta al peccato era perché la sua mente era quella giovane di sempre. Il peccato d’incontinenza dovrebbe essere tollerato universalmente; anzi non dovrebbe essere considerato affatto come un peccato: al contrario, lo si dovrebbe lodare come un inno alla vita, un sedersi alla mensa facendovi onore. Pensando a questo, Alberto non poté esimersi dall’associare la parola ‘incontinenza’ alla malattia che lo puniva.

* * *

Il sole era ancora abbagliante tra le foglie quando suonò la campana della cena.

Alberto rientrò. Nessuno a tavola rispose al suo saluto né diede l’impressione di averlo visto prima. Qualcuno lo guardò ostile, qualcun altro appena incuriosito, gli altri lo ignorarono.

La luce era ancora spenta quando Alberto rientrò nella stanza da letto, però il tramonto la imbeveva tutta di un chiarore ramato.

La figlia del signor Cantoni – ma allora Alberto non ne conosceva il cognome – aveva appena finito d’imboccare il padre, che pareva non avere collaborato un gran ché, stanti i brontolii della donna e i gesti impazienti mentre tentava di ripulire frettolosamente faccia, pigiama e lenzuola con uno strofinaccio.

"Buonasera," disse timidamente Alberto.

La donna alzò gli occhi stupiti, poi irritati ed emise una specie di mugolìo distogliendo lo sguardo.

Com’è possibile dormire a Villa Serena, dove tutti aspettano l’ineluttabile e nel farlo gridano, o cantilenano chissà che cosa, o chiamano l’inserviente che non arriva? E’ tutto inutile. E poi Alberto non poteva addormentarsi: non poteva rischiare di bagnare il letto.

Infatti Alberto non dormì.

* * *

I giorni passavano tutti uguali. La saletta della televisione era impraticabile: il volume era altissimo e i programmi su cui l’apparecchio era sintonizzato non potevano essere quelli che Alberto avrebbe scelto. L’uscita in giardino era vietata sempre più spesso dal clima che si faceva autunnale. Un tentativo di conversazione con un ospite si era risolta in un disastro: l’uomo, un tempo macellaio, lo aveva intrattenuto un pomeriggio intero raccontandogli un’autobiografia che forse avrebbe incuriosito James Joyce. Non restava che leggere. E Alberto leggeva o, meglio, scorreva con gli occhi pagine e pagine senza che la mente riuscisse a porvi attenzione.

Da qualche giorno Alberto si stava accorgendo che un gruppetto di ospiti parlava di lui. Bisbigliavano e lo guardavano per un momento, poi tornavano a bisbigliare.

Un pomeriggio, mentre Alberto leggeva seduto su un divanetto alla luce di una finestra, gli si avvicinò un’ospite, agghindata di un cappellino all’aroma di canfora che doveva risalire ad una quarantina d’anni prima, almeno a giudicare dalla foggia.

"Posso sedermi accanto a lei?"

"La prego," aveva sussultato Alberto, accennando ad alzarsi e chiudendo in fretta il libro.

"Mi hanno detto che lei è un professore."

"Sì, sono..."

"Ho il colon... – fece la donna, guardandolo dritto negli occhi e premendosi il ventre con una mano – e ce l’ho sempre avuto!"

"Ah..."

"Ho fatto prima i dottori e poi i professori. Sono meteoropatica e neanche il carbone mi toglie i meteorismi. Lei che cosa ne dice?" E s’impadronì di una mano di Alberto tirandosela verso la pancia.

Istintivamente Alberto si oppose, ma la donna non si diede per vinta e i due lottarono in silenzio guardandosi negli occhi, Alberto atterrito e la donna ferocemente determinata.

"Io sono professore di matematica," riuscì a pigolare Alberto, sempre lottando, senza che l’informazione sortisse un qualunque effetto.

"Lei che cosa ne dice?"

"Ma, signora, io..."

"Il colon..."

Senza preavviso la donna si placò e si distese di traverso sul divano, un po’ alla Paolina Borghese.

"E’ stata mia sorella a mettermi qui. Mia sorella piccola. Noi siamo delle Malmusi, le figlie del ragionier Tullio Malmusi della Cassa di Risparmio. Lei lo avrà conosciuto senz’altro. Non Achille: Achille era mio zio. Lui era quello del catasto, Achille. Io studiavo e avevo il colon; pensi il sacrificio... Poi, finite le elementari... Avevo perso due anni perché il colon non perdona. Poi, finite le elementari... Noi eravamo della società: sa, delle Malmusi... Poi, finite le elementari, mio padre, il ragionier Tullio Malmusi della Cassa di Risparmio, decise che dovevo prepararmi per il debutto e mi tenne a casa. Mia sorella Virginia, invece... Lei non aveva né il colon né altre malattie, però non era bella: era troppo alta e s’incurvava nel gibbo. Mia sorella Virginia continuò a studiare e diventò quasi maestra. Al debutto, al ballo, conobbi Carmelo. Se l’ha visto anche lei, mi darà ragione: vestito da cadetto sembrava un generale. Invece era meridionale, e mio padre non voleva stranieri per casa. Così sono rimasta da sola con i meteorismi che neanche il carbone... Una mattina mia sorella Virginia mi trova per terra con la saliva di fuori. All’ospedale mi mettono la cuffia con i fili... lei che è professore chissà quante ne avrà viste... e il professore, non lei, l’altro, dice che ho il cefalo epilettico. Così, per liberarsi di me che anche da giovane ero un tipo, mia sorella Virginia mi ha portata qua. Lei che cosa ne dice?"

La donna si arrestò di colpo e si mise a fissare Alberto.

"Signora, io sono professore di matematica e non..."

"Birichino!" strillò lei, alzandosi di colpo e scappando grottescamente.

Alberto, rosso in viso, raccattò il libro e salì le scale riguadagnando la sua stanza.

* * *

Piero veniva a trovarlo quasi tutte le settimane. Si era tacitamente stabilito che il mercoledì sarebbe stato il giorno di visita, però a volte c’era un congresso, a volte una seduta di facoltà, a volte un altro impegno, accademico o no, e così il mercoledì saltava. All’inizio di ogni conversazione Alberto s’imponeva di domandare come andassero le cose all’Università, che cosa facessero i colleghi più giovani, il suo successore; ma in realtà di tutto ciò non gl’importava nulla. Della vita privata di Piero non si parlava, così come non si era mai parlato.

"Come ti trovi?" gli domandava ogni tanto Piero.

Alberto non poteva che rispondere "tutto bene," dato che tutti e due sapevano perché era lì.

La malattia era un argomento tabù, né Alberto avrebbe mai ammesse le umiliazioni alle quali la condizione lo costringeva.

Dopo pochi minuti di colloquio tutti e due cominciavano a sbirciare l’orologio.

* * *

Osservando il signor Cantoni al momento dell’ingresso a Villa Serena, Alberto non credeva gli si potessero pronosticare più di due o tre settimane di vita. Invece no: erano passati mesi e il vecchio pareva essere diventato una specie di spora umana alla quale basti un niente per sopravvivere, se quello stato può essere definito sopravvivenza. La figlia continuava a nutrirlo o, almeno, a cospargerlo di pappette, e lui restava lì, tutt’uno con il letto, con la bocca nera spalancata, con gli occhi gelatinosi inchiodati al soffitto. Le inservienti lo insultavano senza ritegno in presenza di Alberto, gli cambiavano il catetere e lo lavavano sgarbatamente. E lui era vivo. Perché? Sentiva qualcosa? Si accorgeva di ciò che accadeva intorno a lui? E se si accorgeva di qualcosa, com’era la sua percezione? Stava espiando anche lui o la sua era una sofferenza fine a sé stessa? Ma era poi sofferenza o semplice, indolore, incapacità di morire?

Eccola qua l’esperienza del vecchio: alla fine della vita - inutile negarlo: era l’ultimo atto, breve o lungo che fosse – alla fine della vita restano le domande. Alberto si accorse che gran parte del suo tempo, o dei suoi pensieri, era votato alle domande. E a nessuna di quelle domande c’era qualcuno che potesse rispondere: non il prete, che veniva di fretta a vedere quei vecchi caproni che lui chiamava "pecorelle" (Alberto si era chiesto se si trattasse di mancanza di senso dell’umorismo o di un eccesso di quello); non il medico, un giovanotto che gli domandava soltanto se continuasse a bagnare il letto; non gli altri ospiti, della cui possibile compagnia era, per esperienza, terrorizzato; non Piero.

* * *

"Buongiorno," si accorse di aver detto al signor Cantoni. Era risalito in camera dopo aver visto la signorina Malmusi che lo stava guardando. Naturalmente il signor Cantoni restava mummificato come sempre. Allora Alberto si avvicinò al suo letto, invadendo per la prima volta il confine che, per invisibile che fosse, non era mai stato violato. Guardò da vicino il suo compagno di stanza. Girò intorno al letto. Da sinistra non lo aveva mai visto. Tornò nel suo territorio, si tolse le scarpe e si sedette sul letto, le ginocchia abbracciate e il mento sopra.

"Buongiorno," disse di nuovo. "Buongiorno," disse ancora, questa volta un po’ più forte. Poi riprovò più sottovoce, finché non trovò il volume giusto per parlare in modo naturale ma sufficientemente piano per non essere sentito nel corridoio.

"Io sono malato, forse non come lei, ma sono malato anch’io. Una mattina mi sono svegliato e mia moglie era morta. Non me n’ero accorto subito. Ero andato in bagno, mi ero fatto la barba, mi ero vestito, e per vestirmi ero rientrato in camera da letto. Non mi ero accorto di niente. La malattia cominciò allora ad aggravarsi."

Alberto smise di parlare di colpo e arrossì. Pensò a quanto fosse stupido fingere di comunicare con un ammasso di cellule. La stessa stupidità della preghiera. E poi che bisogno c’era di parlare? Tutte quelle cose che aveva da dire le diceva per sé e le conosceva benissimo. Non c’era nulla da comunicare, nulla da discutere, tanto meno con chi comunicare e discutere non può, o non vuole, o chissà che. E se il signor Cantoni avesse sentito e fosse solo per l’incapacità di comandare ai muscoli che teneva quell’aria? Se proprio desiderava comporre ordinatamente il pensiero, poteva farlo in silenzio, dentro le pareti del suo cranio, senza rendersi ridicolo.

Due colpi leggeri alla porta ricordarono ad Alberto che era mercoledì. Piero entrò guardandosi intorno.

"Come mai sei nella tua stanza?"

"Giù c’era rumore e volevo leggere."

"Allora ti disturbo."

"Ma no, che cosa dici!"

"Che cosa stai leggendo?"

Alberto si accorse che non stava leggendo niente, che non leggeva da settimane, cosa per lui inconcepibile in passato.

"Volevo iniziare qualcosa..."

"Vuoi che ti porti un libro?"

"No, no: ne ho, grazie."

Un pensiero insopprimibile assediava la testa di Alberto: ‘Non ci siamo mai voluti bene, noi due, neanche prima di allora.’

Ma come può un figlio non amare il padre e, soprattutto, come può un padre non amare il figlio?

‘E non abbiamo nemmeno il privilegio di esserci estranei,’ continuava il pensiero impudico. Piero parlava guardando fuori dalla finestra. Alberto non riusciva a sentire le sue parole.

‘Quando sei arrivato era tua madre ad averti voluto. A me la cosa era indifferente. Tu eri una cosa indifferente.’

Un figlio è il messaggio disperato che l’uomo, una frazione trascurabile di quella scintilla che è il tempo, lancia verso l’infinito. E’ l’ingenuità patetica di chi vuole illudersi d’imbrogliare la morte. L’infinito è un concetto comodo per i matematici ma forse non vale l’otto ruotato di novanta gradi con cui lo si indica.

‘Per te sono sempre stato un estraneo, ma anche tu lo eri per me. Adesso non lo sei più, estraneo: adesso mi hai giudicato. Hai aspettato il momento e l’hai fatto. Se hai influenzato ben poco la mia vita, vedi quanto riesci ad influenzare la mia morte! Tu parlavi con tua madre, leggevate insieme, andavate a teatro, ai concerti. Io avevo la mia carriera. Rettore: per cinque anni sono stato rettore. A lungo ho pensato che tu fossi un mostriciattolo edipico. E invece no: la cosa era un po’ più complicata. E allora io sono qui. Non è facile rinunciare alla carriera, specie se stai avendo successo, soprattutto non è facile quando l’alternativa è costituita da te e da tua madre. Ripensandoci, e qui non faccio altro che pensare - ma a lei penso poco - ripensandoci mi avrà anche amato. Se non altro ha sempre recitato come se mi amasse. Lei ha rinunciato alla sua carriera e io sono convinto che per lei io ero più importante. Io ero l’alternativa vincente. Ma lei... tu... Ragiona!’’

"Che cosa fa il 13 in stanza? Esci, dobbiamo cambiare il catetere!" L’inserviente non si era accorta della presenza di Piero. "Buongiorno, - disse allora abbassando il volume della voce. E poi, sostituendo il tono imperioso con uno un po’ meno aggressivo – Se vogliono uscire..."

Piero aveva sentito: gli davano del tu. Alberto si voltò troppo tardi e non riuscì a sapere se Piero avesse davvero sorriso.

In silenzio scesero insieme le scale. Era curioso come i due si somigliassero.

* * *

Una piccola luce rossa dava contorni alla stanza. Alberto non riusciva a dormire. Il pensiero impudico rideva nella sua testa. Per farlo tacere Alberto fu costretto a parlare: "Buonasera," sussurrò rivolto al signor Cantoni. Forse si parla così in un confessionale. Buffo: confessare i propri peccati al signor Cantoni. Chissà quali erano i peccati del signor Cantoni... "Io sono sempre stato piuttosto brusco: i miei studenti erano terrorizzati, i miei colleghi non osavano contraddirmi, mia moglie ha sempre accettato tutto quanto io decidevo e imponevo. E nemmeno mi sovvenne mai che potesse essere diversamente, che qualcuno avesse diritto ad un’opinione.

"Piero me lo trovavo tra i piedi la sera. Mangiavamo in una tavola rotonda: lui portava la sedia vicinissima a sua madre, tanto che io disponevo di ben oltre metà della circonferenza. Se avevo voglia che si parlasse, conducevo io la discussione; io raccontavo dei miei trionfi; io ridevo di come avevo sbeffeggiato uno studente o di come avevo zittito un collega. Loro tacevano.

"Piero era ridicolo: si faceva proteggere da sua madre e avrebbe fatto chissà che per proteggere lei.

"Avevo una studentessa eccezionalmente dotata e, come può immaginare, lei s’innamorò di me. Veniva a casa mia per la tesi e un giorno Piero (io non sapevo che fosse a casa, visto che sua madre era uscita e lui le stava sempre appeso alla sottana) ci scoprì in camera da letto. Ci guardammo, perfino. Lui non disse niente, ma è per questo che sono qui."

Stefano Montanari

 

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