CAUSA ED EFFETTO

Edito nel 28 luglio 1979 da DIANA rivista del cacciatore

Val la pena di raccontare (e conoscere) la boccaccesca avventura, anzi disavventura capitata al ragionier Nannella. La raccontò una sera che, invitato ad una cena di soli uomini, aveva, come si dice, alzato il gomito. Fosse stato sobrio, si sarebbe fatto mutilare piuttosto che parlarne.Caricato da precedenti barzellette e canti stentorei di tipo goliardico, da racconti di caccia e di donne, non seppe resistere all’impulso di parlare. Si fidò degli amici. Raccontò come mai lui, che un tempo era stato cacciatore, fosse diventato, cambiando pelle, protezionista convinto e intransigente. Di quelli che, abitualmente, dicono peste e corna della caccia.

Dopo ore d'inattività, in un capanno vicino al bosco, nell’entroterra della Maremma, Fausto Nannella aveva le gambe indolenzite e non solo quelle. Si sentiva tutto pesto come dopo una bastonatura, Anche dentro, per la delusione.. Nemmeno un tiro, anzi uno solo, rabbioso, contro un barattolo arrugginito. Forse perché s’era servito di ammutoliti "richiami" che parevano finti, invece che essere vivi, o perché la vista gli si era indebolita, o perché il capanno era disposto male e troppo visibile. Insomma per cause infinite e indefinite, mai per incapacità.

Allontanandosi dal bosco, verso la strada dove aveva lasciato l’auto, gli tornò fastidioso alla mente, nonostante lo scacciasse, il pensiero del litigio con la moglie, la sera precedente. La moglie lo aveva accusato, per l’ennesima volta, di sperperare inutili quattrini per quella inqualificabile mania, cioè la caccia. E poi di trascurare i doveri coniugali. E così via., come se un poveruomo, dopo una settimana a sfacchinare fra le quattro pareti di un ufficio, non avesse diritto alla sua sana evasione.. O che le spese cosiddette superflue fosso solo da destinarsi soltanto al guardaroba di lei..

La mattina dopo, alle quattro, nonostante le precauzioni, s’era svegliata anche la moglie. Rigirandosi nel letto, indispettita, aveva lanciato la velenosa sarcastica previsione: - Tanto, come al solito, non porterai a casa nemmeno una penna ! -.

Ecco, forse, a ripensarci, la moglie doveva avergli fatto una specie di "fattura". Era una strega, ecco cos’era! Pensieri senza senso, stimolati da una stizza puerile. Ad ogni buon conto, il ragionier Nannella, per una sorta di rivalsa e senza propositi precisi, s’era portato con sé, a caccia, tutto il denaro liquido che c’era in casa.

Raggiunse la propria auto. Accanto ce n’era un’altra, il proprietario, cacciatore anche lui, lo aveva preceduto e stava predisponendo nel bagagliaio l’eccezionale risultato di una fruttuosa giornata di caccia: un mazzo di una trentina di tordi e, a parte, anche una beccaccia.

Il Nannella collegò quell’incredibile carniere ai numerosi spari che, mentre se stava anchilosato nel capanno, gli avevano tormentato le orecchie e il cuore. Masticò amaro.

Pensò: - Tutta questione di fortuna -. A dirla pulita. Caricò, a sua volta, le gabbie dei richiami coperte con un telo, sul tetto dell’auto, legandole al portabagagli.

- L’è andata bene, pare – commentò agramente. L’altro, un tipo burbero e barbuto, borbottò: - Non mi lamento -.

- Che cosa se ne fa di tutti quegli uccelli? Li mangia o li vende? -.

- Li vendo -.

- Li venderebbe subito a me? -.

Con tutti i soldi che si portava appresso, la tentazione fu inevitabile. L’uomo restò perplesso, poco convinto. È difficile che un cacciatore rinunci al piacere di esibire le prove della sua abilità e fortuna eccezionali.

- Tutti? – tergiversò.

- Tutti -

Il viso cotto dal sole del cacciatore ebbe un’impercettibile contrazione fra le rughe. Si arrese quasi a malincuore. Stringendosi nelle spalle volle puntualizzare: - Basta che paghi, per me va bene -.

Sparò una cifra esageratamente elevata, oltre che per cupidigia anche per estrema difesa. Il Nannella, ormai lanciato, non volle assolutamente farsi scappare l’occasione di strabiliare e, una volta tanto, ammutolire la moglie. Nemmeno contrattò. Contò i fogli da diecimila. Li porse al cacciatore che intascò senza batter ciglio, in fretta. L’uomo cedette il mazzo di tordi e, dopo, con un’ultima esitazione, anche la beccaccia. Improvvisamente sollecito, aiutò il ragioniere a sistemare gli uccelli nel baule dell’auto. Prevalse la curiosò sull’umiliazione e Fausto Nannella s’informò: - E la beccaccia, come le è capitata? -.

-Mentre andavo a cercare un tordo spuntato d’ala che s’era allungato verso il bosco, ho alzato con i piedi la beccaccia. Preso di sorpresa, l’ho sbagliata. Però si è rimessa poco distante. La seconda volta, è stato facile colpirla -.

- Un bel… - commentò il Nannella.

- Questione di opinione - concluse l’uomo, ironico.

 

In viaggio verso Firenze, il ragionier Fausto si abbandonò alle fantasticherie. Si costruì, attimo per attimo, la fortunata giornata di caccia. Si suggestionò al punto da sentirsi euforico come se avesse realmente vissuto i momenti immaginati.

Prima di entrare sulla superstrada, vide una donna che stava in attesa ai margini della carreggiata. Rallentò per osservarla. Cerco di indovinare a quale categoria appartenesse: autostoppista occasionale, prostituta o altro?

La donna era piuttosto giovane. Aveva capelli ricciuti, occhi grandi e chiari. Indossava blue-jeans, giacca a vento e portava a tracolla una capace borsa di grossa tela. Gli sorrise e alzò il pollice nella stessa direzione in cui lui era diretto. Fausto Nannella si fermò. La ragazza chiese: - Va a Firenze? –

- Sì salga -.

Non se lo fece ripetere due volte. Sedendosi gli lanciò un’occhiata rapida. – C’è lo sciopero degli autoferrotranvieri – gli spiegò. Un’altra occhiata e poi: - Cacciatore? -.

- Sì –

- E com’è andata? –

- Magnificamente –

La ragazza si finse preoccupata: - È armato? – chiese

- Fucile e selvaggina sono nel baule -.

- Ah… -. Sorrise e sembrò più a suo agio.

Fausto Nannella s’interessò: - Perché va a Firernze? -.

- Ci abito -.

- E che cosa fa nella vita? –

- Studio e dipingo -

Così fra una domanda e una riposta la conversazione cominciò ad andare spedita. Finì là, dove il Nannella voleva condurla: al racconto dell'immaginaria giornata di caccia. Tanto per fare una prova generale, ecco tutto. La ragazza s’interessò e lo sollecitò con domande abbastanza pertinenti..

- Anche mio padre è cacciatore – spiegò. E poco dopo: - Adoro i tordi allo spiedo, anzi conosco una trattoria, a pochi chilometri da qui, dove sanno cucinare la caccia in modo divino -.

Lo guardò, talmente languida e maliziosa insieme, che si sentì rimescolare. Guardò l’ora, le tredici e trenta. Quasi quasi…

- Ci si potrebbe andare insieme – azzardò

- Volentieri -.

Lasciarono la superstrada e, dopo una decina di chilometri, trovarono la trattoria. Aveva un aspetto molto modesto. Dalla strada principale non si sarebbe detto che fosse un trattoria. Del resto, il fatto che fosse così fuori mano e passasse inosservata aveva i suoi lati positivi, specie in quella circostanza. La proprietaria si precipitò verso di loro, mentre un ragazzotto dall’aria tonta già apparecchiava per due. Non c’erano altri avventori. Sedettero. Fabio si sentiva a disagio, aveva le mani sudaticce.

-La vostra specialità è la caccia? Che cosa avete.. tordi… lepre…-.

- Oggi siamo sprovvisti – lo interruppe la donna – È mio marito che s’interessa dei rifornimenti, adesso s’è infortunato sul lavoro e… -

- Allora? - tagliò corto il Nannella.

- Abbiamo coniglio, faraona e anche quaglie. Tutta roba genuina, s’intende, che alleviamo noi -.

- Va bene, per va bene – s’affrettò il ragioniere. Evitò lo sguardo della ragazza che pareva voler suggerirgli un rimedio che lui proprio non intendeva considerare.

Come primo c’erano dei ravioli e per contorno dei "cimballi"

- Cimballi… mah… - si allarmò il Nannella. Non si fidava a mangiare i funghi più noto, figuriamoci quelli che non aveva mai sentito nominare!

- Che bellezza, i cimballi! Sono deliziosi! – esultò la ragazza.

- Li conosce, lei?

- Non ho detto che sono di queste parti? Ah, no? I cimballi andavo a cercarli con mio padre. Mi ha insegnato a riconoscere quasi tutte le specie di funghi. E poi, scusi, ci tiene così tanto alla vita? Come dice il proverbio meglio vivere un giorno da leone che cento da pecora? -.

E rise con una risata gorgogliante che finiva in una specie di singulto. Ridendo reclinò la testa all’indietro e mostrò il collo esile e bianco. Irresistibile.

Dovettero aspettare un certo tempo per i ravioli ma, nell’attesa, consumarono un antipasto a base di prosciutto e salamini di cinghiale, il tutto innaffiato da un buon vino locale. La ragazza, che ancora non aveva detto il suo nome, dimostrava un appetito formidabile. E reggeva bene il vino. Anche!

- Come si chiama? – le chiese Fausto Nannella.

Luciana e tu? –. Si scusò. E lui: - Per carità, molto meglio così. Dopotutto siamo amici, va benissimo il "tu" -. Le solite frasi convenzionali ci si ricorre in certe circostanze.

Alla fine del pasto, fin troppo generoso, il Nannella avvertì un’intempestiva pesantezza alle palpebre. Sbadigliò. Nel timore di sembrare scortesemente annoiato, spiegò: - Mi sono alzato alle quattro -.

- Alle quattro! Sarai stanchissimo! Ti converrebbe chiedere una camera e riposarti un poco, prima di ripartire. Anch’io sono stanca. Ho fatto nottata per assistere mia nonna. Mi riposerei volentieri, se fosse possibile -:

Il Nannella temette di aver frainteso, non sapeva come affrontare la situazione. La ragazza aveva un aspetto piuttosto semplice e normale. Anche se carina, aveva, come dire, una bellezza quieta e riservata, per niente equivoca. Forse era semplicemente spregiudicata. O era lui ad avere una mentalità superata, o pregiudizi bigotti. I giovani, invece, non hanno inibizioni, beati loro.

- Potremmo chiedere una camera – balbettò.

- Ottimo – approvò Luciana

La camera aveva un lettone di quelli alti, come usavano una volta, con la testata di ferro battuto. Gli venne il dubbio che la camera fosse quella dei proprietari e chele lenzuola non fossero pulite. Vi si avvertiva un odore rancido, indefinibile. In lui, aumentava il disagio e l’emozione gl’impacciava i movimenti.

La ragazza, molto disinvolta, cominciò a spogliarsi. Il Nannella, emozionatissimo, distolse lo sguardo e si curvò in avanti per sfilarsi gli stivali. Gli ci volle un attimo più del necessario. Aveva la vista annebbiata. Poi il dramma. Rialzandosi, si rese conto, con costernazione, di essersi, come si dice, "inchiodato". L’umidità o la posizione obbligata nel capanno, o uno strappo muscolare, o magari la tensione nervosa. Gli era già capitato una volta, due anni prima, in circostanze ben diverse. Il medico gli aveva diagnosticato una lombaggine.

Si obbligò a tirarsi su e fu terribile. Strinse i denti e soffocò il lamento che gli saliva in gola. Come fanno i santoni indiani? Distaccano la mente dal corpo? Yoga o autoipnosi? Ci provò con la massima concentrazione. Un nuovo movimento gli causò una trafitta lancinante.

Ed ora come rimediare? Meglio fingere distacco, indifferenza, superiorità. Come se, invece di un’avventura straordinaria e irripetibile, si trattasse di ordinaria amministrazione.

- Oltre ad essere stanco ho anche bevuto troppo – commentò fiaccamente.

La ragazza era già scivolata sotto le coperte. – Dormiamo – disse conciliante – anch’io ho sonno -.

Faticosamente la raggiunse imprecando fra sé, "Forse mi passa, pensò, speriamo che mi passi". Non gli sembrò corretto rivolgersi a qualche santo protettore.

Luciana cominciò a carezzargli la fronte e gli occhi, con mano leggerissima. Come si potrebbe con un gatto, ma lui non era in grado di fare le fusa, come invece sarebbe convenuto. Tentò in qualche modo di reagire, di schermirsi, di azzardare qualche iniziativa.

- Dormi… sei così stanco, dormi… - sussurrava la ragazza. Si abbandonò. Si addormentò e russo col ritmo e la violenza che gli erano abituali in caso di grande stanchezza e di difficile digestione.

 

Si svegliò col mal di testa. Nella stanza c’era buio pesto e, lì per lì, non si ricordò dove si trovasse. Glielo ricordò l’odore di rancido. Ebbe un sobbalzo e subito la lombaggine, con una trafitta dolorosa, gli snebbiò del tutto la mente. Cercò a tentoni un interruttore. A luce accesa, vide che il posto accanto a sé era quasi intatto, come se nessuno vi fosse stato sdraiato se no per poco. "che ore si sono fatte?" si preoccupò. Cercò il cronometro regalo della moglie per le nozze d’argento, ma non lo trovò né al polso né sul comodino. C’erano invece il pacchetto delle sigarette e le chiavi della macchina. Allora il dubbio, che già gli si era insinuato, diventò certezza.

Scese dal letto a fatica lamentandosi liberamente e imprecando anche. Arrivò fino alla seggiola sulla quale aveva posato i vestiti. Nella tasca interna della cacciatora il portafoglio c’era, ma era stato "ripulito" fino all’ultimo foglio da mille. Ben quattrocentomila lire, porco cane! Fortuna che gli era rimasto il libretto degli assegni. Chiamala fortuna. Fu una tortura rivestirsi e invece non ci sarebbe stato tempo da perdere. Aveva una tal rabbia in corpo che riuscì. ad un certo punto, perfino ad estraniarsi dal dolore fisico.

Lasciò la camera e trovò soltanto il ragazzo dall’aria ebete. Con sollecitudine lo informò che la "signora" si era avviata a piedi fino al paese, da… quegli amici che li stavano aspettando. Aveva lasciato detto di non disturbarlo. Di raggiungerla quando di fosse svegliato.

- La signora… - ansimò ingoiando il seguito. Si contenne e domandò: - Quando è andata via? –

- Saran state le quattro -.

C’era una grossa sveglia sopra una mensola. Erano le otto e un quarto.

- Posso darle un assegno? – chiese al momento di pagare. E fortuna che quello acconsentì.

Arrivò a casa che erano le dieci passate. Prima di entrare in garage alzò gli occhi alla finestra che aveva la luce accesa e intravide la moglie dietro la tenda di camera. Segno che lo aveva aspettato con ansia. Cercò di costruirsi mentalmente un alibi. Almeno per il ritardo. Per il resto, doveva pensare con calma, non era una cosa facile. Denunciare il furto, impossibile. A meno che non si fosse inventato un ladro con caratteristiche immaginarie, in circostanze diverse da quelle reali.

Aprì il baule dell’auto e restò tramortito. Dei tordi, nemmeno una penna. Spariti insieme alla beccaccia. Sparito anche il fucile. Ricostruì fra sé, in un lampo, i fatti, così come dovevano essersi svolti. Poi crollò di schianto sul cofano appena chiuso.

M. Plumeri

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