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La circolare rossa |
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Il mio quartiere è un grande paese, con una grande piazza e nella piazza la chiesa, il bar dello sport, il mercato. Dalla piazza si diparte un dedalo di vie che girano, girano e poi tornano alla piazza. Lo conosco bene il mio paese, lo giro in lungo e largo; ne conosco ogni strada, ogni angolo, ogni anfratto, ma non l'ho mai lasciato: ho paura a farlo. La paura me l'ha trasmessa la mia nonna: "stai attento, non allontanarti, il mondo è cattivo", mi raccomanda ogni volta io esca di casa. E io obbedisco. Mia nonna è vecchia, tanto vecchia, è sempre stata vecchia. Così era, così è, così la ricordo. Non ho altri ricordi, ho sempre vissuto con lei: io piccolo, lei vecchia. Io bambino, lei vecchia. Io ragazzo e lei vecchia. Quando la prima volta ho visto un bambino come me che parlava ad una giovane signora chiamandola mamma e a un giovane signore chiamandolo papà, e poi tanti altri bambini con una mamma e un papà, ho chiesto alla nonna perché io non ne avessi. Mi ha risposto che mia mamma e mio papà erano angeli e che mi aspettavano in cielo. Ma gli angeli sono angeli e mamma e papà sono mamma e papà. Ma non ho provato dolore, io ho sempre avuto una nonna e non una mamma e un papà. Dicevo della piazza. Nel mezzo si fermano i tram, grandi tram verdi con grandi scritte rosse che ancora non comprendo. Legati ai fili della corrente elettrica e montati su lucide ruote di ferro, corrono lungo rotaie che si allontanano e tornano dall'ignoto, gli uni verso nord, gli altri verso sud. Ho passato ore e ore a guardare i tram, in silenzio senza parlare con nessuno, neppure con quei ragazzi e non solo ragazzi, che mi dicevano certe cose. Non vi dico cosa, sono parole brutte, non voglio ripeterle, non mi importa: io non parlo con loro. Ho sempre parlato con la mia nonna e con me, ha tanto parlato con me stesso. Ho sempre desiderato partire con uno di quei tram, ma la paura me lo ha sempre impedito. Poi un giorno, non so dirvi come, sono salito. E' inutile ricordarvi l'emozione, così forte da non riuscire a guardarmi intorno, lo sguardo fisso sul manovratore fino a quando...fino a quando il tram dopo un lunghissimo giro, anzi un girotondo, mi ha riportato nella mia piazza. Da allora è diventato un gioco. Ogni giorno, ogni giorno vi dico, sono salito sul tram e mi sono lasciato portare, rassicurato dal certo ritorno e coccolato dal clangore dell'avvisatore, dallo stridore dei freni, dal sibilo dei motori elettrici. Ho imparato a conoscere il mondo: studenti in gruppo che si chiamano a gran voce per sentirsi forti, coppie di fidanzatini stretti l'uno all'altro come se intorno non ci fosse nessuno, signore frettolose con la borsa pesante di spesa, uomini compassati come se capitati per caso, in somma una grande, bella e varia umanità, che mi ha fatto sentire felice, felice di vedere, felice di ascoltare, felice di vivere. Giorno dopo giorno il mondo è cambiato sotto i miei occhi: i ragazzi sono cresciuti, i fidanzatini a volte si sono sposati, uomini e donne invecchiando hanno lasciando il posto ad altri uomini e donne, come la storia di un film che scorre davanti ai miei occhi sempre uguale ma con attori sempre diversi. Anche io sono invecchiato. Mia nonna non c'è più, anche lei è un angelo. I ragazzi di allora, sì quelli delle parole, sono diventati non i miei angeli, ma i miei custodi, perché è la gente del quartiere che pensa a me, come se fossi un parente, uno di quei parenti cui pensi perché ci sono. Se non ci fossero non ne sentiresti la mancanza, ma ci sono e allora te ne curi, non tanto, ma te ne curi. Un abito dismesso, un piatto di minestra, un posto per dormire. Vivo così, cioè vado avanti. Ma sul tram no. Il tram è la mia vita. Ogni giorno, sempre alla stessa ora, salgo, mi seggo al primo posto, e giro, giro, giro....... Risoamaro
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