Città del Messico
Un’enorme bandiera sventola al centro della Plaza de la Constitución, detta il Zócalo. Ha gli stessi colori della bandiera italiana, ma sul bianco, un’aquila appollaiata su un cactus tiene nel becco un serpente. È il simbolo del Messico. Gli aztechi videro l’aquila ed il serpente esattamente nel centro del mondo e lì costruirono il Teocalli, un complesso di templi nel cuore dell’antica Tenochtitlán.
È notte, c’è poca gente nella piazza, qualche venditore ambulante ripone le sue merci, qualche disgraziato vaga senza meta calciando ciò che incontra nel suo percorso, qualcuno dorme per terra sdraiato sotto i portici che circondano la piazza, qualche giovane coppia cammina tenendosi per mano.
La torre campanaria, illuminata dall’interno, fa mostra delle sue campane, ciascuna col proprio nome di santo, una punita e poi riabilitata esattamente come se avesse vita.
La piazza si prepara al silenzio della notte e le strade si fanno quasi deserte. Coppie di poliziotti in divisa pattugliano tutta la zona del centro storico.
La città di giorno assume un aspetto ben diverso. Il traffico è caotico, i marciapiedi sono invasi da bancarelle che vendono di tutto, la gente cammina dove trova un po’ di spazio. In molti mangiano lungo la strada, seduti per terra o su qualche panchina. Odori diversi colpiscono i sensi. Salse, stufati, tortillas, pannocchie di mais bollite, frutta secca e fresca sono in vendita nei chioschi e su semplici carretti di ambulanti. Si vende ogni cosa agli angoli delle strade.
Nonostante la veste rinnovata del centro della città, i contrasti sono evidenti. Tende di gente che protesta contro la povertà si trovano ai piedi di alberghi a cinque stelle. Decine di poliziotti mantengono l’ordine. Piccoli gruppi di protestanti si incontrano in varie zone del centro e c’è chi spiega la proprie ragioni con un megafono. Striscioni rivendicano pane ed uguaglianza invece di schede elettorali, ma pare che pochi se ne curino.
La catedral metropolitana, costruita in periodo coloniale sulle rovine dei templi aztechi, è imponente dal punto di vista architettonico. Il barocco spagnolo fa mostra di sé subito dopo l’ingresso con un enorme altare dorato che chiude la visuale e mostra il Signore del veleno sulla croce, un Cristo davanti al quale i fedeli si fermano a pregare. Un raggio luminoso da una vetrata taglia trasversalmente la navata centrale ed illumina un punto tra la gente.
Centinaia di fedeli affollano la chiesa in ricorrenza del giorno missionario. Tengono bandierine in mano ed alcuni, seduti davanti ad un prete, ripetono le sue parole in un modo che non si distingue se meccanico o assorto. All’esterno venditori di gingilli e poveri in cerca di elemosina. Uomini e donne senza distinzione lavorano all’uncinetto grandi tovaglie di cotone.
Tra la cattedrale ed il Templo Mayor, bancarelle o semplici coperte distese per terra fanno mostra di souvenir per turisti: grezze riproduzioni in terracotta di reperti antichi, bracciali e collane di simil argento o altro metallo dello stesso colore, magliette di cotone con disegni di piramidi o di cactus, cappelli di paglia di forme diverse, pupazzetti di plastica con penne in testa coloratissime, marionette di legno.
Un gruppetto di persone, alcune sedute, altre in fila ordinata, aspetta che uno stregone seminudo, agghindato con penne d’uccello e tatuaggi sulla pelle, le purifichi con l’antico rito della limpia, cospargendole di incenso, facendo gesti particolari e pronunciando parole magiche.
Le rovine di antiche piramidi azteche, una volta il Teocalli e oggi il Templo Mayor, si guardano un po’ dall’alto con quello che resta dei loro antichi gradoni distrutti dai conquistadores ed oggi risorti in memoria di quello che fu, di quando una società organizzata e violenta sacrificava vite umane per riconsacrare il tempio ad ogni sua modifica, fino all’incredibile numero di ventimila prigionieri in quattro giorni. Difficile da immaginare.
La fantasia sulle antiche popolazioni che abitavano il Messico nell’età precolombiana esplode alla visita del Museo Nazionale di Antropologia. Statue di pietra, vasi e animali in ceramica, pietre e altari sacrificali, il famoso calendario azteco, ricostruzioni di tombe, pugnali di roccia, urne votive, paramenti da cerimonia, resti di affreschi, il tutto organizzato in sale distinte a seconda del periodo storico e della provenienza. In alcune sale, il rosso è il colore che predomina: le facciate delle tombe, gli affreschi, le decorazioni sui vasi. Rosso è il colore del sangue.
Il Bosque de Chapultepec di domenica è un brulichio di gente che approfitta dell’ombra dei grandi alberi per camminare tra le numerose bancarelle e fare un pic-nic. La popolazione è giovane, genitori quasi ragazzi.
Numerosi sentieri portano ad un laghetto con l’acqua quasi verde come il prato. Nostalgici motivi d’altri tempi vengono suonati dai numerosi organini a manovella appoggiati in cima a pali, facili da far ruotare verso questo o quel passante che pare più disposto a lasciare un’elemosina. Grossi rotoli di zucchero filato rosa sono appesi, dentro sacchetti di plastica trasparente, al di sopra del pentolone caldo in cui vengono rapidamente prodotti da mani esperte.
Vicino all’ingresso del museo antropologico, un gruppo di indios totonachi esegue danze rituali in costume tradizionale ed il ritmo dei tamburi attira l’attenzione dei visitatori.
Una passeggiata di circa cinque chilometri, praticamente in linea retta, ci porta da Paseo de la Reforma al Bosque de Chapultepec. Il ritorno è in uno dei famosi taxi verdi, fermato per strada, che tanto sconsiglia la guida, perché famosi per le rapine ai turisti sprovveduti. Ma non è un maggiolone, tipo che va per la maggiore.
Nei gironi lavorativi, il traffico cittadino è molto intenso ed anche lungo i famosi ejes (assi), ossia strade a grande scorrimento, per attraversare la città ed uscire verso le montagne, si impiega circa un’ ora. La guida allegra dell’autista del pulmino ci fa capire che le strisce disegnate per terra non servono a delimitare le corsie, ma solo ad indicare la direzione di marcia.
Il centro di ricerche nazionali, che ha ospitato il convegno oggetto della nostra visita in Messico, è a 3300 m di altitudine. L’aria è frizzante, la luce del sole diretta e forte. I laboratori sono immersi nel verde di un enorme parco. Un pranzo tipico messicano chiude la visita alle strutture ed i partecipanti sono deliziati da quei cibi piccantissimi preceduti e seguiti da bicchieri di tequila. Sei pentole di terracotta, smaltate di marrone e decorate con file di fiorellini a petali bianchi, sono disposte in fila su un tavolo, affinché i conviviali si servano degli stufati e condiscano con dosi abbondanti le saporite tortillas di mais servite calde dal personale di servizio. L’immancabile foto di gruppo chiude la visita al centro.
Il sole a picco, nel mezzo de giorno, quasi non proietta le ombre. È insolito per noi. Le piramidi del sole e della luna si stagliano contro il cielo azzurro e grandi nuvole bianche. Il contrasto dei colori e la bellezza del
luogo fanno dimenticare la fatica per raggiungere la sommità. File di gradini di pietra lavica nera o marrone scuro, si interrompono al raggiungimento dei vari stadi delle piramidi. Ad ogni terrazzo l’orizzonte si fa più ampio ed ammirare la vista diventa una scusa per riprendere fiato. Venditori ambulanti assillano i turisti con i loro souvenir: copie di statuette di pietra, archi e frecce colorati, tovaglie e tappeti, collane e ciondoli, tutti che richiamano i simboli di questa che fu una delle più grandi civiltà pre-azteche. Bassorilievi sulle colonne di un patio raffigurano la farfalla Quetzal ed uccelli mitologici con occhi di pietra nera che brilla. La visita alle piramidi si conclude con il pranzo in un locale appositamente attrezzato per gruppi di turisti, dove danzatori si esibiscono in sonore rappresentazioni di antichi rituali e musicisti in costume messicano suonano motivi allegri e melodici della tradizione popolare.Il nopales è uno dei tanti cactus che vengono coltivati per uso alimentare. È lo stesso sul quale è posata l’aquila dell’emblema del Messico. Le sue foglie, apparentemente coriacee, si fanno morbide una volta immerse in acqua bollente e, tagliate a strisce, sono pronte per stufati e minestre di verdura. I mille utilizzi dell’agave ci vengono illustrati nella "tienda" dove i gruppi di turisti dei giri organizzati vengono immancabilmente portati prima della visita alle piramidi. Gli aztechi ricavavano dalle sue foglie molto di ciò di cui avevano bisogno: fibra tessile, pellicola su cui scrivere, ago e filo. Dalla fermentazione del mezcal con tanto di vermi parassiti, si ottiene il pulquer, un liquore molto alcolico tipo la tequila, ma con un sapore molto meno gradevole. Pietre lavorate, riproduzioni di reperti archeologici conservati nei musei, luccicano al sole, intarsiate e levigate da artigiani che fanno mostra della propria bravura anche regalando ai turisti più generosi di mance, collezioni di sassolini avanzi di lavorazione. All’interno del negozio, un’esposizione di statuette di pietra e di ceramica, magliette e drappi colorati, attira inevitabilmente l’attenzione dei turisti che difficilmente si trattengono dall’acquisto.
Una breve visita al mercato della Ciudadela è sufficiente per avere un’idea dei prodotti artigianali che si vendono. Il mercato, in parte coperto, ma non a sufficienza per quando piove, è un insieme di merci coloratissime: oggetti di terracotta grezza e colorata, pitture su una carta speciale fatta con pezzi di corteccia d’albero, abiti di cotone ricamati a mano, copie in pietra e in legno del calendario azteco, magliette con disegni simil aztechi, vassoi di legno finemente dipinti, pentole, piatti e coppette con decori tipici, cappelli, amache e tappeti colorati da appendere al muro.
Tra folklore e cultura, è d’obbligo la visita al Museo Murales Diego Rivera, costruito appositamente per ospitare un famoso murales salvatosi dal terremoto del 1985, dopo il crollo dell’hotel che lo esibiva. È intitolato: "Sueño de una tarde dominical en la Almeda", ossia sogno di una sera domenicale nell’Almeda, il famoso parco al centro della città in cui il pittore ritrae molti personaggi che vissero a Città del Messico a partire dall’epoca coloniale, tra cui se stesso bambino e la moglie Frida Kahlo.
Altri fantastici murales di Rivera si trovano all’interno del Palacio Nacional. Una grande scalinata ed un intero porticato sono affrescati con scene di vita prima dell’arrivo di Quetzalcóatl, la divinità azteca del serpente piumato, con minuziosi particolari della magnifica Tenochtitlán, fino alla vita messicana post-rivoluzione.
Il giardino botanico all’interno di una delle corti lascia un po’ a desiderare.
Il percorso obbligato tra le rovine del Templo Mayor ci porta di fronte ai vari stadi evolutivi del complesso dove enormi teste di serpente scolpite accompagnano il visitatore attraverso scure costruzioni di pietra lavica con numerosi teschi scolpiti e posti ai lati di un grande parallelepipedo, con un allineamento quasi perfetto. Il museo del tempio conserva ciò che gli scavi hanno dato alla luce e la disposizione dei pezzi è assolutamente suggestiva. Enormi ed inquietanti figure di terracotta mostrano uomini dal cuore penzolante e guerrieri alati. Scheletri di uomini e animali evidenziano come nella civiltà azteca, la vita e la morte si compenetrassero e fossero inscindibili.
La vista mozzafiato della città, dal "mirador" del 42mo piano della Torre Latinoamericana, dà un’idea della sua grandezza. La vista si perde sui tetti di case e palazzi che all’orizzonte si confondono con le montagne, nella foschia dovuta al temporale pomeridiano.
Per strada, una danza tradizionale, accompagnata dal forte e ritmico suono dei tamburi, conclude la nostra visita a Ciudad de Mexico.
Roberta Ferri
giugno 2007