Come un limone

Mia figlia ha scelto di parlare adesso, mentre sto caricando la lavastoviglie. L’elettrodomestico si utilizza solo una volta al giorno o anche ogni due giorni. In effetti, spesso ci siamo dette che, per due persone, è abbastanza superfluo e, infine, anche costoso.

- Avrei deciso di andare a vivere per conto mio –

Resto con la mano sospesa per aria, reggendo una posata. - Avresti? – domando, ripetendo quel condizionale che mi dà qualche margine d’improbabilità.

- Ho deciso -.

Mi conosce, non mi lascia appiglio. - Lo hai deciso da quanto tempo? –

- È un po’ che ci penso, ma adesso ho trovato dove abitare: dividerò l’appartamento con un’amica –

Le mani e lo sguardo impegnati nel caricare le stoviglie, mi risparmiano di mostrarle il mio disappunto.

Quando suo padre se ne andò, lasciandomi per un’altra donna, Giulia aveva appena dieci anni. Lui nemmeno tentò di chiederla in affidamento congiunto, tanto gli sarebbe stata scomoda, visto il lavoro che lo portava sempre in giro per l’Italia. Inoltre, la nuova compagna, già incinta, sarebbe stata poco predisposta ad accudire la figlia dell’ex moglie. In questi anni, Giulia e Luigi si sono incontrati soltanto una dozzina di volte, nelle grandi occasioni. Ma lui si è messo a posto la coscienza con un assegno minimo mensile, come contributo per il mantenimento della figlia, né mai gli ho chiesto altro. Mi ritenni, e mi ritengo, fortunata per aver ottenuto subito un secondo lavoro, quattordici ore in totale al giorno, ma riuscendo sempre a ritagliarmi spazi da dedicare a Giulia.

Ora Giulia ha ventidue anni. Dopo il Liceo, la laurea breve. Per fortuna, sei mesi fa, già un buon impiego con contratto a tempo indeterminato. A procurarglielo, è stato suo padre, questo gli va concesso: con tutte le sue conoscenze, è riuscito a sistemarla. D’altra parte, è stata la prima volta che la figlia gli ha chiesto qualcosa. S’è sentito in dovere di riscattarsi. Forse. O, devo essere onesta, semplicemente, nonostante l’assenza quasi totale, le vuol bene.

Avevo pensato, a volte, quando le gambe parevano non reggermi per la stanchezza, che, se un domani Giulia avesse trovato un impiego, forse avrei potuto vivere una vita meno affannosa. Soprattutto il secondo lavoro, al bar, dopo cena, m’è pesato e ancora mi pesa. Otto ore al ristorante come aiuto cuoca, sei ore la sera al bar come cameriera. E quel breve percorso a piedi, rincasando oltre la mezzanotte, spesso m’è costato, e mi costa, maggior patema che non le ore lavorative. La sensazione di passi alle spalle mette le ali ai miei passi, per quanto stanchi essi siano.

- Certo… se dividerai le spese dell’affitto con la tua amica, potrai anche farcela -.

E mi sale un impeto di ribellione che mi detta parole che non avrei voluto dire.

- Se non avrò più te in casa… a carico, potrei lasciare il lavoro al bar. Tanto a me basta il minimo. Di certo risparmierò. Anche perché non mi peserà lavare i piatti a mano -. Forse non sono mai stata, con Giulia, così acre. E’ però anche vero che, in sei mesi di stipendio, a lei, non è venuto in mente di propormi un contributo minimo, né io l’ho sollecitata. Trovo giusto che i primi stipendi possa goderseli in pace e, quindi, se mi avesse proposto di contribuire alle spese di casa, avrei rifiutato.

Mi guarda quasi con sdegno, come se l’avessi insultata. - Io invece avevo fatto conto che tu potessi seguitare a darmi qualcosa, almeno per i primi tempi finché non mi sarò organizzata: con uno stipendio modesto, non è così facile mantenersi -.

Non trovo una risposta adeguata, penso solo che suo padre potrà continuare a versarle quei duecento euro mensili, suo contributo, non modificato negli anni. E infatti glielo suggerisco.

- Lui mi ha già aiutata trovandomi un lavoro -

Mi guardo le mani ruvide e screpolate e sento pesare più di sempre le caviglie gonfie. Ne è valsa la pena, se sono riuscita a laureare una figlia, io che non ho potuto studiare e ho cominciato a lavorare a quindici anni come baby sitter e colf ad ore. La madre in me è ancora disposta a tutto. Non c’è sacrificio in ciò che dai ai figli, se li ami. Senza considerare il dovere di mantenere l’impegno preso verso di loro, nel metterli al mondo. Inoltre, rifletto, se sto a sottolinearle il mio malessere, scaricandole sensi di colpa, essi potrebbero trasformarsi, dentro di lei, in rancore, perché li identificherebbe come un tentativo scorretto a impedirle di maturare e vivere la sua vita. I figli si mettono al mondo non in prospettiva di una loro riconoscenza, altrimenti sarebbero figli del nostro egoismo e non del nostro amore.

Ma in me, la donna, in questo momento, ha un minimo guizzo di vitalità e si ricorda di avere quarantadue anni. Mai una storia, mai una relazione, sempre bloccate al primo accenno. Perché ad un estraneo, in casa, con Giulia che, adolescente, diventava donna, non avrei mai permesso di entrare. Nemmeno fossi stata innamorata folle. Ora, improvvisamente, non so se, per il bene di mia figlia, io debba mostrarmi ancora totalmente disponibile, o negarmi, perché finalmente si responsabilizzi. Mi sembra ancora così bambina… Lo so che rischio di perderla se scelgo la linea contro. Ma rischio? O col tempo si renderà conto, confrontandosi con me, di quanto la vita sia dura per una donna sola? Spero che la sua vita sia meno solitaria della mia. Repentino, un dubbio: so che ha molto socializzato con un suo collega trentenne, scapolo, che vive da solo. Che… l’amica sia lui? In sei mesi, già tanta fiduciosa amicizia… Se mi nasconde di lui è perché teme una mia reazione contraria: le ho sempre predicato di non legarsi troppo presto.

- E’ un’amica o un amico, la persona con cui dividerai l’appartamento?

- Accidenti, mamma, tu capisci tutto al volo -

Le dico, e la mia voce è piatta: - Va bene, Giulia. Se hai deciso, non so proprio come dovrei impedirti di vivere la tua vita. Comunque, non dimenticare, la porta di casa, qui, è sempre aperta -

- A proposito - mi concede, perché forse vuole evitare che quella porta aperta metta in discussione la sua conquistata libertà - potresti affittare la mia stanza ad una o uno studente, lo fanno in molti e rende abbastanza. Tanto io a casa non ci tornerò. Con l’affitto che percepirai, potrai anche lasciare il lavoro al bar e magari, visto che la stanza in fondo è stata mia, aiutare anche me –

Mi guarda candida, è davvero convinta. Il mio cuore è come un limone tenuto in casa per settimane fuori dal frigorifero. Lo avete notato? La buccia si scurisce, diventa quasi coriacea. Dentro c’è ancora succo, ma la scorza è durissima, si fa fatica a tagliarla. Così il mio cuore. Però non è un limone, è piuttosto un panetto di burro che, se lo tieni fuori dal frigo si scioglie. E rischia d’irrancidire.

- Quando pensi di andare? – chiedo a Giulia.

- Il prossimo weekend, faccio le valigie. Due valigie basteranno, non ho tanta roba. Poi insomma posso sempre tornare a prendere le cose rimaste -

Le due valigie sono quelle che comprai quell’unica volta che andammo in gita e dormimmo in albergo.

- Lo sai che nel weekend non rientro prima dell’una di notte… non potrò esserti d’aiuto -

- Non preoccuparti, c’è chi mi aiuta. Lascerò tutto in ordine -

Sì, Giulia, d’accordo Giulia, come vuoi tu, Giulia…

Quante volte in ventidue anni, è stata la mia risposta? Una volta di più, cento volte di più… Io sono qui, ci sono sempre stata. Non voglio che Giulia sia figlia del mio egoismo.

- Per il momento non affitterò la tua stanza, prima voglio essere sicura che tu ti sia trovata bene -

Altro non mi sento di dire.

Marzia (Mariella) Plumeri

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