Cronaca di un incontro
di Marzia Plumeri(pubblicato da "Silarus" nell'agosto del 1997)
Mi trovo nella sala d'aspetto dell'aeroporto di Roma con la mia amica Magda, siamo dirette in India dove già sono i nostri rispettivi mariti, residenti là per lavoro. Abbiamo davanti un paio d'ore di attesa per il volo Roma-Francoforte e da lì proseguiremo per Delhi. Dai sedili di fronte a noi, una famiglia che, dalle caratteristiche somatiche e dal modo di esprimersi direi araba, attrae la mia attenzione. Forse troppo. Il mio sguardo corre spesso nella loro direzione e non è solo per la smania dell'attesa.
Sono una giovane coppia, uomo e donna, in abiti europei. Invece la donna anziana che li accompagna indossa un abito lungo, tradizionale loro. E' forse la nonna, o la governante, di due bambini, un maschio ed una femmina, rispettivamente di circa sette e cinque anni.
Mi colpisce soprattutto il bambino, direi irresistibilmente, senza una spiegazione logica. Non ricordo invece la bambina.
Il piccolo ha la pelle scura, sopracciglia ad angolo acuto, aggrottate; occhi nerissimi, freddi, indifferenti, senza sorriso. Forse disincantati. Suscita in me ricordi della mia infanzia, riconosco nel suo sguardo il mio di allora.
Forse richiamato dalla mia attenzione mi fissa a sua volta. Gli sorrido con un segno ammiccante di simpatia e d'intesa che mi viene spontaneo. Continua a fissarmi, ma non si scompone, mi osserva senza mutare espressione; penso che gli abbiano insegnato a diffidare. Nemmeno un battito di ciglia nello sguardo duro, adulto, suppongo che voglia dimostrami che può sostenere il mio sguardo, o voglia impormi di distoglierlo. Lo faccio. Ma non riesce a scoraggiare la tenerezza che m'ispira, questo piccolo uomo che non si lascia conquistare da una donna matura quale io sono. Potrei essere sua nonna, visto che la madre avrà sì e no ventidue anni. Rifletto che l'età della persona vestita di nero che mi sembra così anziana, sarà forse più o meno la mia.
Quando ci alziamo per avviarci al check-in, gli accenno un saluto e, finalmente, nel suo sguardo, un frammento di sorpresa; una lieve esitazione, subito controllata.
***
Lo rivedo più tardi, un'ora dopo, sulla navetta che ci conduce all'aereo in partenza: quindi anche il piccolo arabo è diretto a Francoforte, chissà dopo quale sarà la sua destinazione. Mi è distante un paio di metri, sovrastato da molti adulti intorno; i genitori e la donna in scuro gli girano le spalle. Si regge in equilibrio alla gonna lunga di quest'ultima.
Una donna bionda, intorno alla mia età, vedendolo vacillare, gli parla in italiano con un forte accento romano: lo invita a sostenersi ad una barra dell'autobus.
Le rivolge un'occhiata infastidita, fredda e dura, indifferente alla lingua per lui straniera: conosco quello sguardo.
La donna infatti non insiste, di certo raggelata... Io, ad un nuovo sobbalzo, vinco l'impulso di avvicinarmi e allungare una mano per dargli un appiglio. E' come se volessi farmi riconoscere, ma sono nascosta alla sua vista dagli altri passeggeri e poi so che sarebbe inutile. Immagino che il contatto della mia mano potrebbe disturbarlo, o essere, non so la sua religione, contaminante. I genitori potrebbero anche risentirsi, ma perché mai non stanno attenti a lui... Distolgo la mia attenzione: il tragitto è più lungo del previsto. Sto domandandomi se la nebbia ci permetterà di atterrare a Francoforte in tempo utile per la coincidenza diretta a Delhi e molto altri "se" si cui è piena la mia mente.
Sono lontana col pensiero, quando avverto una pressione contro il fianco e la gamba sinistra. Confesso la mia sorpresa e l'emozione, riconoscendo il bambino: non mi sarei aspettata tanta familiarità. Si è allontanato dai genitori, indietreggiando; mi è venuto vicino. Si tiene aderente a me, sento il calore del suo piccolo corpo. Alza gli occhi un attimo ad incontrare i miei, come volesse dirmi: " Ti ho vista e ti ho raggiunta. Eccomi". E subito distoglie lo sguardo simulando noncuranza e controlla la posizione dei genitori, o coloro che ritengo siano tali, girati di spalle, con altre persone fra loro e noi.
Allora, con una certa reticenza, per timore di sbagliare, gli sfioro la maglietta che indossa con un dito, in un accenno di carezza intimidita: ho la stranissima sensazione di conoscerlo da sempre.
Il bambino inaspettatamente, preme col viso contro di me, con un leggero movimento che mi asseconda, sempre controllando i familiari: probabilmente teme si voltino e lo sorprendano in quell'atteggiamento di fiducioso abbandono. Di sicuro gli è stato insegnato di non dare confidenza, specialmente agli sconosciuti, farei lo stesso con mio figlio. Ha avvertito in me la tenerezza di una madre, tento di spiegarmi.
Cerca con un piedino il mio piede, comunicandomi in quel modo una sorta di intesa fra noi, come un adulto che tenti un approccio e il gesto non corrisponde alla spiegazione che mi sono data prima.
Mi sta col la testa appoggiata al fianco e questa volta, con la mano aperta, lo accarezzo leggermente sulla gota vellutata. Quel contatto mi trasmette una vibrazione intensa, una forte commozione come la percezione di sentimenti lontani, mai dimenticati... Qui il bambino mi sorprende di nuovo perché appoggia il viso contro il palmo della mia mano reclinando la testa, tenero e confidente si abbandona, cercando la carezza: io lancio uno sguardo ai genitori, come timorosa.
Il piccolo tiene gli occhi socchiusi e preme contro di me, quasi in un abbraccio: ormai fra noi l'intesa è completa.
Magda, la mia amica, mi tocca col gomito, il suo sguardo passa divertito da me al piccolo e viceversa, come a dire scherzosamente che ho fatto una conquista, anche lei ha figli. Rifletto che non può immaginare la sensazione di magia che sto provando e anche dopo non sarà facile per me spiegarle e per lei capire. Del resto io stessa non capisco.
Quando la navetta si ferma, il bambino si stacca in fretta da me senza guardarmi e raggiunge veloce i genitori prima che lo cerchino. Soltanto dopo, già sceso sulla pista di atterraggio, rallenta il passo per distanziare i familiari e gira loro le spalle, camminando a ritroso. Mi guarda e muove le labbra in una parola senza suono, forse un saluto e per la terza volta mi sorprende dedicandomi un luminosissimo sorriso: avevo dubitato della sua capacità di sorriso. Lo ricambio con un cenno della mano, sorrido al suo sorriso.
Magda che ha seguiti la scena commenta: - Sembrerebbe un incontro karmico... Volendo credere alla metempsicosi, in una vita precedente potrebbe essere stato tuo marito o il tuo amante. -
E brava Magda che non ha avuto bisogno di spiegazioni, vivendo la mia stessa percezione!
- Perché non mio figlio, o mia madre, o mia sorella... Non è detto che il sesso sia lo stesso di una vita precedente...- le preciso.
- Da come si è comportato, è più facile sia stato un uomo e che vi siate amati -.
Di certo adesso sta scherzando, non si mai quando la mia amica parli sul serio.
Nel frattempo il bambino sta salendo la scaletta che porta in classe turistica. Prima di passare dal portellone, ancora mi cerca con lo sguardo, noi abbiamo un biglietto per la classe "businness" e, per quanto sullo stesso aereo, non lo vedrò più.
Mi rimane la convinzione che il nostro incontro non sia stato banale: per pochi minuti, la comprensione fra noi è stata completa, ci siamo trasmessi tenerezza e pensieri carezzevoli in totale sintonia.
Forse davvero le nostre anime si sono riconosciute aldilà dell'età e dell'aspetto fisico terreno e per quei pochi attimi, amorevolmente avvicinate. E, di nuovo, chissà fino a quando, separate.
(Racconto scritto anni fa per fermare la magia di un ricordo)