UN DELITTO PERFETTO
Con voi sarò sincero, ma soltanto con voi. Ho desiderato ucciderla. Ho voluto ucciderla. Ho preparato e attuato il delitto perfetto.
Chi sono? Certamente mi conoscete.
Le mie origini sono povere. Una fanciullezza grama; una gioventù grama. Poi la gran voglia di arrivare che mi ha fatto forzare conoscenze e amicizie; cercare occasioni e complicità; sfruttare debolezze e compromessi. La giusta dose di cinismo mi ha permesso di usare chiunque fosse caduto nella ragnatela dei miei affari più o meno limpidi.
Ora sono proprietario di cliniche, alberghi, giornali. Ho una scuderia famosa e i miei trottatori corrono gli ippodromi di ogni parte del mondo. Vivo in una villa affacciata sul mare immersa in un immenso parco verdissimo.
E' tutto mio. Naturalmente di proprietà ne ho ben altre; tante che non saprei neppure contarvele tutte, ma credetemi sono proprie tante. E naturalmente conduco una vita consonante alla mia ricchezza.
E la ostento: che gusto c'è ad essere ricchi se la ricchezza rimane nascosta e il ricco vive come un benestante qualsiasi?
Dunque l'aereo personale, la barca – modesto eufemismo - e, manco a dirlo, l'autista, anzi gli autisti, uno per ognuna delle auto che impiego secondo il gusto del momento, e le auto sportive, una intera collezione di Porsche 911, che naturalmente guido personalmente.
Posseggo tutto, comando su tutto, dispongo su tutto, sono padrone di tutto.
Meno che di mia moglie.
Mia moglie: la mia passione, la mia perdizione.
Dirle bella è quasi una offesa, il mondo è pieno di belle donne. Lei lo era in modo speciale: alta e altera; occhi chiari, ma profondi; forme ben delineate, ma non accentuate; elegante, ma semplice; attenta, ma silente. Una irraggiungibile figura raggiungibile.
Se vi dovessi dire che l'ho sposata per amore, direi una bugia. Anche lei fa parte dell'ostentazione della mia ricchezza: era la più interessante dama che circolasse nel bel mondo, nobile, intelligente.
Sensibile al denaro. E il mio denaro l'ha comperata.
Non è stato difficile: è bastato mostrare i livelli della mia ricchezza, facendoglieli conoscere con accorti inviti e tempestivi regali, adeguate messe in scena, esibizione anche un po' cafona delle mie illimitate possibilità, e la conoscenza si è presto trasformata in frequentazione; la frequentazione in assiduità; la assiduità in convivenza.
Alla fine ci siamo sposati. Non posso nascondervelo, tutto il mio avere non mi ha compensato dell'unico neo che vedo nella mia vita: le mie origini non proprio altolocate, anzi diciamo la verità, certamente plebee. Dovrei goderne; dovrei dirmi che un self made man, uno che ha fatto la gavetta e l'ha fatta così bene, vale più di chi eredita patrimoni e si limita a spendere quanto altri ha accumulato. Ma io questo neo me lo sono portato e me lo porto ancora dietro e non vi nascondo che nella nobiltà di mia moglie ho voluto vedere quasi una conferma al mio diritto di frequentare da pari a pari il mondo dei ricchi.
Dunque ci siamo sposati, con sfarzo e senza economie. Ne hanno parlato giornali, riviste e anche qualche trasmissione televisiva, di quelle dedicate a zuccherare i malanni della vita quotidiana e destinate a creare torme di vorrei, ma non posso.
Il matrimonio non è andato come speravo, ma in verità non so nemmeno cosa veramente sperassi. Non abbiamo avuto figli, e non ne sono rimasto sorpreso: una gravidanza sforma e a volte deforma: lei non avrebbe mai accettato il rischio.
E per quel che vi dirò è stato meglio così.
E naturalmente non parliamo neppure di amore tra noi due. Non che me lo aspettassi, viste le ragioni che ci hanno spinto ad unirci, ma ho creduto veramente che un po' di affetto con il tempo sarebbe nato, e invece...
E invece nulla. Fredda e scostante, dopo il matrimonio naturalmente, mi ha concesso veramente pochi momenti di attenzione, ed ogni volta con una tale accondiscendenza e sufficienza da rendere l'intimità noiosa e sgradevole.
Ma prima non era stato così e questa trasformazione mi ha arrovellato per lungo tempo, non riuscendo a farmene una ragione e non volendo credere che....già non volendo credere che potesse esserci un secondo uomo nella sua vita.
Un secondo uomo? Anche il "terzo uomo" di Graham Greene se fosse stato possibile!
Perché alla fine l'ho fatta seguire, controllare, fotografare e ho saputo quel che mai avrei voluto sapere.
Relazioni, squallide relazioni con giovani senza arte né parte, senza storia, senza soldi, senza vita: un primo amante, poi un secondo e poi...non ho voluto sapere altro.
Del primo ho saputo tutto, tanto è stata accurata la relazione dell'investigatore, assoldato all'estero, che mi ha parlato documentando luoghi, tempi, spese, origini, fatti, atti, belle speranze, e soldi, tanti soldi, buoni per tenerlo, ma anche buoni per zittirlo, quando la voglia di nuovo la spingeva ad altre avventure nell'avventura, segnata da passione altalenante con l'unica certezza della tacitabile gelosia del drudo.
Che fare, mi sono chiesto in lunghi momenti di ricercata solitudine, che fare? Affrontarla? Confidarmi con un amico? Ma ho amici così vicini da potermi ascoltare senza sorridere e desiderare di dare la notizia al mondo? Consigliarmi con un avvocato? E a che pro. Non serve l'avvocato per sapere che ci si può separare e divorziare.
Ma io non voglio né separarmi né divorziare. Nessuno deve ridere di me. Nessuno deve malignare che con i miei soldi, come dice una brutta canzone di Celentano, ho comperato il suo corpo, ma non il suo cuore.
Che fare?
Quel pensiero fisso mi ha quasi tolto la ragione, o forse sono veramente impazzito, perché ad un certo punto ho pensato e mi sono convinto che una sola poteva essere la soluzione: ucciderla.
Ho tremato al solo ricordo di aver formulato una ipotesi così estrema, ma più tentavo di scacciare il cattivo pensiero, più questo tornava a solleticare il mio desiderio di riparare l'onnipotenza ferita e di confermarla con il delitto perfetto: certamente avevo mezzi, testa e tempo per organizzare un delitto perfetto: invano gli investigatori avrebbero tentato di dare un volto all'assassino.
Un delitto perfetto!
E così che cominciai a organizzare il mio delitto perfetto.
Niente delitto su commissione. Con il mio denaro avrei certamente potuto pagare un assassino, ma poi avrei dovuto pagarne il silenzio, e per sempre.
Avrei dovuto fare tutto con le mie mani, alla lettera, ma non come state pensando voi: niente coltelli, il sangue lascia tracce indelebili anche sull'aggressore, e niente mani nude, dove imparabilmente si conficcano le unghie di chi, afferrato per la gola, senta prossima la fine.
Un colpo di pistola. Un solo unico colpo di pistola a distanza ravvicinata, ma con un'arma non rintracciabile.
Comperare una pistola clandestina? non è difficile, ma lascia troppe tracce: la matricola, anche se abrasa può essere identificata. E poi chi vende una pistola, che garanzie può dare che non si tratti di un'arma segnalata e che egli stesso non sia un ricercato o, quel che è peggio, non sia un informatore che precostituisca una trappola, da far scattare per acquisire meriti da compensare con il proprio malaffare?
Un'arma dunque, ma non rintracciabile perché non esistente; una pistola anzi una rivoltella giocattolo, da armare con un proiettile di piccolo calibro, che sarebbe stato letale perché sparato a distanza ravvicinata.
Di proiettili poi ne conservavo alcuni, sottratti al controllo dei superiori nei rari allenamenti al poligono durante il sevizio militare: tutti i militari ne portano a casa per ricordo e per vantare con gli amici la loro dimestichezza con le armi.
Anche io ne avevo conservati alcuni, due per l'esattezza e nessuno ne conosceva l'esistenza: finito il servizio militare avevo avuto ben altro da fare che vantarmi di aver sparato con un moschetto automatico calibro 22, quando tutto il mio tempo era occupato ad accumulare ed esibire ricchezza.
Così mi procurai un modello di revolver in scala 1:1, naturalmente di metallo. Provvidi quindi nella officinetta del garage di casa, predisposta per la piccola manutenzione domestica, ad eliminare il tappo rosso dalla canna; asportare il diaframma dal tamburo, adattare l'alloggiamento del proiettile, verificare l'azione del percussore: ne avrei provato la funzionalità il giorno stesso del delitto: se non avesse funzionato avrei sempre avuto tempo di ritentare.
Mi sarei quindi travisato con una parrucca, occhiali senza lenti ed abiti dozzinali: acquistai il tutto in un mercatino di roba usata, avendo cura di scegliere l'occorrente da me stesso, senza fare domande, senza tirare sul prezzo, lasciando che l'attenzione dell'ambulante si concentrasse sull'incasso della somma richiesta.
Poi decisi di aspettare. Di aspettare un anno. Tanto tempo, ero sicuro, avrebbe confuso ogni possibilità di collegare la mia persona all'acquisto di un'arma giocattolo o alla parrucca o ai vestiti usati. Ammesso che qualcuno potesse avermi riconosciuto, cosa che escludo perché quando non ostento la mia ricchezza sono un anonimo tra gli anonimi.
Forse decisi di aspettare anche per vedere se la frenesia del delitto sarebbe passata, ma non è stato così. Anzi il lungo tempo è servito soltanto a raffinare il gusto per il delitto perfetto e per il dolore che avrei mostrato, circondato da una folla di lamentose e consolatrici prefiche, quasi un Tom Saywer spettatore al proprio funerale.
Lei non si accorse di nulla, non si accorse intendo dire dei miei mutati sentimenti, né avrebbe potuto, viste le rette parallele lungo le quali conducevamo la nostra vita "in comune".
E l'anno passò. Per me secondo il consueto tran tran di investimenti, guadagni, esibizioni. Per lei secondo il consueto tran tran di appannaggi, spese, ostentazioni.
A rimaner celati restarono soltanto la mia arma e i suoi amanti, dal cui appuntamento settimanale tornava invariabilmente ogni giovedì alle 20, come da una normale seduta dalla estetista.
Venuto il tempo, occorreva premunirmi dal possibile esame del guanto di paraffina, cui avrei posto rimedio celando la pelle esposta perché non coperta da abiti, occhiali e parrucca, sotto uno strato di grasso per calzature di cuoio, calzando naturalmente un paio di guanti per rendere sicuri la presa dell'arma e di un improvviso ostacolo.
Mi occorreva anche un alibi: me lo avrebbe dato uno dei miei consulenti finanziari, cui avrei telefonato con il cellulare, curando di attivare il tasto mute per lo strettissimo tempo dello sparo. Poi avrei continuato la conversazione mentre provvedevo a nettare le mani e il viso con il solvente in uso nelle officine, disfarmi del travestimento, allontanarmi con una delle mie auto per gettare tutto in un cassonetto lontano.
Quando mi avessero interrogato, avrei sostenuto di aver fatto un giro in macchina, come da qualche tempo ero uso fare perché la nuova abitudine non apparisse sospetta, conversando con il consulente, che non avrebbe potuto che darne conferma, comunque certamente verificata attraverso i tabulati del gestore telefonico. Certo le indagini avrebbero rilevato la traccia elettronica dei miei passaggi da una cella all'altra, ma l'essere stato nei paraggi durante il delitto non sarebbe stato sufficiente ad incriminarmi: il tempo della morte, oscillando in un intervallo comunque apprezzabile per quanto ristretto, in mancanza di altri obiettivi elementi, avrebbe dato alle mie giustificazioni sul momento in cui mi ero allontanato dalla abitazione, l'apparenza della veridicità non smentibile.
Quanto al movente, nessuno poteva accusarmi di essere a conoscenza della tresca, né tantomeno di essermi esibito in scenate, recriminazioni o minacce.
Per chi sapesse della doppia vita di mia moglie, sarebbe stato facile concludere che quella doppia vita era da me tollerata se non approvata per inconfessabili sollecitazioni erotiche.
Per non dire che l'entrata in scena di un amante avrebbe di per sé confuso le indagini, lasciando intravedere un possibile autore del delitto.
Venne il giorno.
Il mattino, nei recessi del parco che circonda la mia casa, lontano da orecchie e sguardi indiscreti, provai il travestimento, spalmai il grasso, misi i guanti, caricai il revolver con i due proiettili a mia disposizione e...sparai un colpo. L'arma artigianale si mostrò funzionante, anche se ebbi cura di puntare in alto perché neppure una scheggiatura su un albero potesse rivelare l'accaduto.
Il rumore dello sparo non fu poi così forte e chi lo avesse percepito attraverso lo schermo della distanza e del fogliame, lo avrebbe certamente scambiato per un qualsiasi colpo secco: non pensi allo sparo se non stai pensando alla pistola.
Nel pomeriggio mi apparecchiai per l'avvenimento in perfetta solitudine. Il giovedì è il giorno di libertà della servitù.
Mi travisai accuratamente; mi nascosi dietro un sipario di fronde in attesa del suo arrivo; cominciai la conversazione con il consulente.
Eccola! Sale lentamente il lungo sentiero di terra battuta che dal cancello automatico d'ingresso porta alla veranda della nostra villa.
Si ferma. Si guarda nello specchietto retrovisore ravvivando i capelli; pensa sicuramente all'amante appena lasciato.
Scende. Mi preparo a sorprenderla, e...
E un'ombra si materializza dalla siepe dove era nascosta, vicino a me nascosto, senza che l'uno avesse contezza dell'altro. Lo riconosco è uno dei suoi amanti, il primo. Le sue immagini fotografiche scorrono nella mia mente. Non ho dubbi, è lui!
Le grida qualcosa, un insulto...le spara. Il proiettile le attraversa il collo e si perde, chissà dove.
Cade. Mentre l'assassino si allontana, dimentico di tutti i miei propositi, accorro, l'abbraccio, la sollevo, mi dispero, piango.
E' così che mi trova la polizia, chiamata da uno della servitù rientrato dal pomeriggio di libertà: con lei tra le braccia, con la parrucca in testa, gli occhiali senza lenti inforcati, vestito di stracci, sporco di grasso, le mani protette da guanti. Vicina e abbandonata la pistola artigianale: nel tamburo un bossolo e un colpo in linea di tiro.
E sangue, tanto sangue uscito dalla arteria perforata.
Mi difendo, dico dell'amante, dico del piano perfetto, combatto, mi dispero.
Nessuno mi crede.
Pago le pene di un delitto perfetto.
Non - il - mio - delitto - perfetto.
Risoamaro