IL DIO DI CARTA
di Michele Dorigatti
Dedicato ai miei amici, all’Amicizia, ma soprattutto, a Manuela, senza la quale questo racconto non sarebbe finito.
Il mondo viaggia ad una velocità spaventosa. Tutto ruota, scorre, compare. Scompare. Molti hanno dimenticato il senso di conservazione delle tracce, il nostro senso storico si è perso nei telefilm americani, la nostra creatività e vita emotiva assorbita dalla televisione, grande soddisfatrice dei nostri bisogni, ma poco a poco, di modo da poter assuefarci come una droga. Quasi tutti abbiamo ormai perso un senso totale del mondo, e soprattutto la sensazione di controllo, di sicurezza, di certezza, che ne deriva. Lo spirito si è fatto plebe e ora dimentichiamo di badare alla nostra psiche, unica cosa di cui ci dovrebbe importare, per pensare solo alle cose più importanti, il conformarsi e il soddisfare bisogni pratici, alla ricerca di una semplificazione della vita, che però non porta al benessere, ma alla stupidità.
Il messaggio è conservare bottiglie vuote. Noi lo facciamo? Sì, perché ne abbiamo un disperato bisogno, anche quando non ce ne rendiamo conto. Grazie a Dio, molti uomini hanno ancora il privilegio di coltivare una passione, passiva se non attiva. Beh, tra i tanti modi che ha la vita di manifestarsi nella sua bellezza, così tanta da accecarci, c’è un gruppo, di cui io faccio parte, che ha scelto il fumetto. Che ci crediate o no, esiste un mondo dietro questa parola, e ora ve lo racconto.
L’INCONTRO CON L’AUTORE
"Posso avere anch’io un autografo, per favore?"
E’ difficile procedere in mezzo ad una folla di fan, quando ti trovi nello spazio limitato di un negozio, e ogni centimetro guadagnato produce gomitate e spintoni vari, e quanti ne subisci dipende solo dal tuo coraggio. Beh, io non sono coraggioso e qui fa caldo, soffoco, e sono già da dieci minuti alla Free Comics, e ancora mi sembra che i ragazzi davanti a me siano tanti quanto prima. Tutti tengono i loro fumetti alzati sopra le teste, per evitare che si rovinino nella confusione generale, e anch’io non sono da meno. Solo che mi fa male il braccio, qui non si capisce niente, c’è un casino assurdo, tutti parlano; fa caldo. Sembrano tante bandierine, questi volumetti colorati che si agitano sopra di noi, muovendosi in un disordine che solo l’occhio dello scrittore può bloccare.
Ma là davanti c’è un grand’uomo, uno che ci capisce davvero, a noi ragazzi, e che tra l’altro suona in un gruppo niente male. E’ valsa davvero la pena di fare il viaggio in treno fin qui a Padova, anche solo per avere una firma sullo stupendo numero 6 di Fandango. Così diverrà unico. Mi chiederà il mio nome e poi lascerà una sua traccia sulla seconda di copertina, che rimarrà sempre un ricordo fantastico, per me. Davide Toffolo. Sono proprio contento che sia riuscito a creare una sua rivista, che gli conceda uno spazio fisso tra i lettori italiani. Proprio una bella cosa, come l’idea dei Link(s). E’ raro che una testata che raggiunga questo livello dell’editoria fumettistica accolga ancora pagine di autori esordienti. E poi quella rubrica: "Cose belle dal migliore dei mondi possibili". Che storia!
Finalmente, non so come, sono arrivato molto vicino a lui, e così mi preparo a chiedergli l’autografo. Ecco, dopo questa ragazza tocca a me (carina, tra l’altro). Come sono emozionato, cosa posso dirgli? Potrei avere un autografo, signor Toffolo? No, no bruttissimo. Ciao! Posso avere un autografo? Meglio. Chissà quando uscirà Fandango 8, mah. Oh, ecco, tocca a me tra pochi istanti… Ecco: posso avere anch’io un autografo, per favore?
Quanti ragazzi! E’ incredibile che vengano tutti qui per me! Ma ormai comincio ad essere abbastanza famoso, chissà com’è successo poi… Oh, eccone qui un altro. Sembra uno che legge molto: magro, con gli occhiali, un po’ timido e che non si cura molto nell’aspetto.
Dev’essere molto solo.
Ma perché i ragazzi fanno così fatica a capirsi tra loro? Chissà se quello che scrivo poi gli sarà utile a qualcosa… Beh, se i miei fumetti aiutassero veramente anche solo uno di questi adolescenti, sarebbe bellissimo e mi potrei ritenere più che soddisfatto. Spesso a quest’età i problemi più piccoli si ingigantiscono perché non c’è nessuno ad ascoltarti, nessuno che possa esserti vicino quando tutto sembra sempre più nero…
Ma non c’è tempo, né per pensare né per aiutare, e le nostre occupazioni, programmate, ci impediscono di agire in quei momenti impensati, cosa che ci permetterebbe di salvarci, e, ancora di più, di dare un piccolo aiuto agli altri.
"Ciao ragazzo, dove vuoi che scrivo?"
Oh, ecco, non so cosa dire. Accenno un "qui", voltando la copertina del fumetto. Lui mi guarda, sorride, allunga le mani e mi prende gentilmente il libretto, lo appoggia sul tavolo pieno di numeri di Fandango, ne scosta un paio per farsi spazio, prende la penna e mi chiede: "A chi devo dedicarlo?"
Io balbetto, senza pensare: "A me, sì… Marco, mi chiamo Marco… per… per favore… signor Toffolo."
Lui sorride ancora, ha proprio un bel viso, sembra una persona molto buona, è qui già da… Quanto? Sarà una mezz’ora ormai. E’ qui già da mezz’ora a scrivere dediche a degli stupidi ragazzini, e ancora sorride a tutti. E’ proprio un grande. Intanto scrive, ci mette pochi istanti, poi mi restituisce il mio Fandango, ancora aperto. Io vorrei tanto un disegno, ma mi vergogno a chiederglielo. Lì ci sono i fogli, ci metterebbe pochi minuti a farmene uno, io vorrei tanto Napoleone, il cane barbone/menestrello protagonista di "Animali", ma come faccio… Con che parole? Posso avere anche un disegno… Vorrei un disegno, per favore. No, bruttissimo. Desidererei tantissimo un suo disegno… Potrebbe anche andare.
Ma da dietro spingono e il tempo passa inesorabile, ormai è tardi…
"Beh, Marco, buona fortuna. …e continua a leggermi, eh!"
Il ragazzo butta fuori un "ok, grazie… grazie" e si allontana faticosamente, il mio Fandango alzato delicatamente sopra tutte le teste. E’ davvero incredibile quanto amino i miei fumetti, questi ragazzi. Però, mi sa che quel Marco voleva chiedermi qualcosa, era rimasto lì in piedi qualche istante, come se aspettasse le parole adatte per chiedermi… un disegno? Mi sa che voleva un disegno, ma non ha avuto il tempo di farlo. Peccato. Ma qui c’è già un altro ragazzo, e Marco se n’è andato. Chissà che fine farà. Ma adesso mi tocca andare avanti, su. Non c’è nulla di cui preoccuparsi. Non sono certo io la persona adatta ad aiutarlo. I suoi amici sapranno certamente essergli vicini…
Se ne ha di amici…
Con occhi un poco tristi, l’autore ripete la sua offerta al nuovo venuto. Il ragazzo è uscita dalla fumetteria, e cammina con lo sguardo a terra, depresso per l’occasione che ha perso per proprio colpa, perché "come al solito non è riuscito a esprimersi correttamente". A casa ammirerà un po’ il suo piccolo trofeo, poi lo riporrà in un cassetto, assieme alle sue cose più importanti: racconti dell’orrore, che scrive nelle notti in cui non riesce a dormire. Nelle storie il protagonista, un eroe stile John Wayne, combatte mostri orribili con l’astuzia di un detective, perché ogni volta deve scoprire il punto debole del nemico. Ma la cosa più bella di Sam Beckett è che, anche di fronte alla più orrida e pericolosa creatura del mondo, utilizza frasi fantastiche, tipo: "Ti ficcherò questo paletto nel cuore, maledetto! E quegli alberi vedranno un frassino appuntito uscire dalla tua schiena!"
II
LA RIUNIONE
"Sentite quest’idea:
Allora, siamo ad un funerale, un prete pronuncia un sermone di fronte ai famigliari ed agli amici del morto, tutti sono molto addolorati. Poi, il prete prende il vaso con le ceneri del defunto e le getta al vento, ed esse volano via, sospinte dolcemente…"
"Eh, ma che palle. Questa storia è un mortorio. Come pensi di poter vendere un fumetto del genere? Ci vuole azione, eroismo, qualche bella ragazza…"
"Se mi lasci finire, Matteo."
"Ah, scusa, va avanti… Arriva al punto però."
"Sì, va avanti."
"…"
"Va bene. Questa era solo l’introduzione, capite? L’incipit. Comunque, a questo punto le ceneri del morto dovrebbero disperdersi nel vento…"
"E invece?"
"Umpf. E invece si raggruppano insieme, formando una piccola sfera, da cui riprende forma, come per magia, l’uomo a cui appartenevano."
"La cosa si fa interessante."
"E poi?"
"L’idea è questa: che c’è un preciso motivo per cui l’uomo torna in vita. E sapete quale?"
"Quale?"
"Dai, diccelo in fretta. Qui si lavora."
"Perché Dio ha concesso una seconda chance allo sfortunato, morto d’infarto a letto, e che adesso cercherà di riappropriarsi della sua donna per dimostrare il proprio valore sessuale?"
"No, Matteo. Perché al morto non piaceva l’aldilà, ed ha preferito tornarsene qui, sulla terra. Perché si sta meglio."
"Ma che motivazione assurda! E la storia da dove nasce? E i personaggi?"
"Sì, in effetti Michele, non vedo il grande spunto."
"Beh, lo spunto c’è, eccome. Questo è l’antefatto. La storia è ambientata tra la morte dell’uomo e il suo ritorno sulla terra, e deve mostrare lo squallore della perfezione del paradiso, che spinge il nostro protagonista, dopo mille delusioni, a preferire il mondo all’oltremondo.
Il messaggio sarebbe più o meno che è meglio la varietà della realtà, che mescola cose belle e brutte, della semplicità dell’utopia, che mostra come mete mondi idilliaci, dove tutto è troppo perfetto per essere godibile."
"Beh, non c’è male come idea. E bravo Michele."
"Poi potremmo immaginare Dio che manda gli angeli a riprendersi il fuggitivo. E lui che tenta di rimanere sulla terra a tutti i costi."
"Sì, potrebbe essere aiutato da un gruppo di satanisti esperti di esoterismo, che potrebbero evocare qualche demone per combattere gli angeli."
"Oh, sentite questa. E’ una forza. Immaginate gli angeli che capiscono, grazie alla fuga dell’uomo, quanto il loro regno sia penoso, e si rattristino e diventino malinconici, finalmente consci della falsa felicità che li permeava."
Ma Giovanni sentenziò: "A me non piacciono queste idee di giocare con la religione. E’ blasfemo. Io credo al Paradiso e all’Inferno. E Dio è un giudice amorevole, che ci valuta a seconda delle azioni che compiamo in questo breve periodo di passaggio che è la vita.
Non c’è niente da cambiare in questo. E’ tutto già così bello."
I quattro giovani seduti in riunione al tavolo del soggiorno di Andrea rimangono un attimo in silenzio. Riflettono. Sanno che il discorso che sta per cominciare probabilmente li farà litigare e ancora più probabilmente non porterà a niente, niente di utilizzabile in un fumetto che ancora non ha nome. Ma che altro fare? Sono tutti desiderosi di cominciare questo importante progetto e poi… Questi uomini sono sceneggiatori e disegnatori, artisti che danno forma alle loro fantasie di bambini. E’ il loro lavoro avere a che fare con idee. E più difficile si fa il tema, più interessante sarà la sfida, che li vedrà scontrarsi alla ricerca della traccia comune, dell’idea che faccia da base alla loro prossima creazione. No, non è proprio possibile perdere un’occasione simile. E allora vediamo che si dicono, questi piccoli, o forse grandi, ideatori.
Per prima cosa Matteo, il più estroverso della compagnia, chiede: "Ma, secondo voi, Dio è uomo o donna?"
Gli altri ridacchiano, ma Giovanni si fa serio e dice: "Che stupido che sei. Dio non è un essere umano, è qualcosa di così grande da non poter essere compreso, né tantomeno descritto dalla gente."
"Ma scusa, non si chiama "Padre"? Dovrebbe essere maschio allora.", si intromette Michele.
"Sì, si chiama Padre e forse in un certo senso è anche maschio, ma non è una cosa con una forma definita, non è personificabile."
"Ma vi immaginate se Dio fosse una topona della madonna!"
Tutti lo guardano storto, per l’orribile battuta.
Giovanni scuote il capo e Matteo non può fare altro che dire: "Ma sì, dicevo così per dire… E che cavolo!"
Andrea esprime una sua riflessione: "Certo che la Chiesa ne ha fatta di confusione. Tra Trinità e Grazia si sta freschi."
"Ma no. E’ tutto semplice. Basta avere fede. Semplicemente non si possono spiegare i misteri dell’aldilà con parole umane, ecco.", ribatte Giovanni.
Allora Michele dice: "Beh, io non credo a tutte queste stronzate. E se dio esistesse, ma non fosse altro che un essere sì molto potente, ma limitato? Allora ci potrebbe essere qualche cosa che teme, qualche straordinario essere più forte di lui, che costringa "l’onnipotente" a scappare, a fuggire; a provare paura come chiunque di noi. Sarebbe molto più verosimile così, più umano."
Giovanni non può accettare una tale affermazione atea: "Ma dai! Non si può mettere in dubbio la perfezione di Dio! E poi la tua idea sembra presa da un racconto fantastico di serie C! Smettiamoli con questa pagliacciata."
"Ma perché, scusa? Cos’è, non vuoi discutere? O non ne sei capace?"
Giovanni gli getta un’occhiataccia, poi si pronuncia: "Non si può discutere di religione. Si tratta di fede, di qualcosa che è. Deus est. E basta. Voi potete anche essere atei, nulla in contrario, ma io non posso mettere in discussione il mio credo, perché è saldo. Immagino che allo stesso modo non potrei convincere Michele dell’esistenza di Dio."
Michele rimane in silenzio, incapace di ribattere. Andrea però dice: "Se non discutiamo, non possiamo metterci d’accordo per il fumetto. Dobbiamo avere un’idea comune, da cui poter lavorare nelle fasi successive. Se no, come facciamo?"
Giovanni vuole ribattere che non bisogna per forza tirare in ballo la religione, ma non è sciocco e sa che ormai il dado è gettato.
Matteo interviene: "Raga, non è che dobbiamo dare una verità assoluta, adesso. Vogliamo solo fare un fumetto, un’opera di finzione. Non dobbiamo per forza credere a tutto quello che disegniamo! Non c’è di certo da litigare, su una cosa del genere! Cioè, siamo amici, no? Non è che le nostre convinzioni religiose ci impediscono di parlare."
"Perché di solito non parliamo di religione.", spiegò Andrea.
I ragazzi riflettono per qualche momento, cercando una soluzione. Matteo vorrebbe ancora parlare, gesticola; ma Michele e Giovanni non sono dell’umore giusto ed è costretto a desistere.
Ma non accetta un tale silenzio e decide: "Beh, io vado a fare il coffee. Lo volete tutti?"
Andrea si volta e dice di sì, Giovanni e Michele annuiscono.
"Si deve avere un caos dentro di sé, per generare una stella danzante."
Seduti ad un tavolo a pensare a Dio, i quattro bevono quietamente il loro caffè. Il tempo passa, le tazzine lasciano a chi deve lavare i piatti solo il loro profetico fondo. Tutti ringraziano Matteo, e questi si alza un’altra volta per portare il tutto in cucina, nel lavello. Poi ritorna. Si siede.
Quindi Michele parla: "E’ giusto così. Pensate a quello che ha detto Matteo prima. Conviviamo con le nostre diverse idee. Anche il nostro fumetto può farlo, anzi deve farlo perché esprime esattamente i pensieri di noi quattro. E se questi non coincidono, allora il risultato avrà più voci, più punti di vista all’interno di sé."
Matteo controbatte: "Ma così sarà incoerente!"
Anche Andrea interviene: "Non per forza, Matteo. Possiamo lasciare volutamente sfumate alcune parti, evitando, per esempio, di disegnare la figura del Signore. Così tutti saranno accontentati."
E Michele: "Esatto. E possiamo poi aggiungere i dettagli a piacimento. Alcuni li proporrà Giovanni, altri io, altri ancora Andrea e anche tu Matteo."
E Matteo sorride e dice: "Sarà come rappresentare la nostra amicizia!"
"Non ti sembra una grande idea Giovanni?", dice Andrea.
E nel ragazzo cristiano si illumina una luce nuova, un po’ di orgoglio scompare per lasciare spazio al bisogno di scrivere, e di pensare, e di stare con i suoi amici, che gli sono cari. Ha qualche dubbio che la cosa possa funzionare, teme che magari finiranno per non essere d’accordo prima o poi, e potrebbe persino succedere che il progetto muoia. Ma chi non ha rischiato, non ha mai vissuto.
E allora si esprime: "Beh, cosa aspettiamo a cominciare?"
E’ un bel momento questo, per un artista: quando sei pronto a dare sfogo alla tua arte in un progetto reale. Hai ottenuto le due cose: la tua libertà, il piacere, e il vincolo che il mondo ti pone davanti e che trasforma in realtà, in messaggi per gli altri uomini, l’espressione di un individuo che vuole raccontarsi. E’ questa l’arte, alla fine. Probabilmente un compromesso.
Matteo comincia: "Allora, di che sesso sarebbe Dio?"
Beh, ogni lavoro ha degli ostacoli da superare. Ho come l’impressione che questo ci metterà molto tempo a dare i suoi frutti, molto tempo… Oh, ma non vi piacerebbe essere i primi a gustarli, una volta maturi?
III
LA LEZIONE
Davanti, un vecchio parla, ripetendosi ancora una volta discorsi programmati. Nessuno è interessato a quello che dice, nemmeno lui. Quell'unico che ama la materia, preferisce studiarsela a casa. In prima fila, una serie di ragazze ascoltano con attenzione, scrivono, scrivono con penne di diverso colore. L'informazione viene elaborata nella mente, sulla superficie, e poi scivola via. Scompare. Più dietro un altro gruppo scrive in maniera più svogliata, perdendo qualche frase qua e là, parlando quando venga in mente qualsiasi cosa più importante della lezione in corso. Naturalmente le interruzioni sono frequenti. Qui si disegna, si passano messaggi, si pensa ad altro. E' la zona di confine tra l'obbedienza e l'anarchia.
Dietro, una fila di fumetti nascosti da astucci e libri, opportunamente posizionati. Una panoramica si sposta da sinistra a destra, inquadrando le pagine ricche di tratti neri di Dragon Ball, Slam Dunk, Noritaka. In totale abbiamo: 20 pagine di Abbagnano Fornero da schematizzare e rimpicciolire per la prova della prossima settimana; 4 volumetti di Dragon Ball, 2 di Slam Dunk, 1 di Noritaka. La fiaccola dell'Anarchia. Un fruscio di pagine sfogliate. Un campanello: caos.
Un libro chiuso con stanchezza, penne e raccoglitori rimessi velocemente al loro posto, mentre mani si muovono a cercare l'occorrente per l'ora di Italiano. Altri si alzano, cercano i loro amici; qualcuno si avvicina alla finestra; due o tre osano timidamente uscire dall'aula, tenendosi nei pressi della porta. Ma in fondo i ragazzi appoggiano i fumetti sui banchi, nel disordine più totale della terza fila, e anche se magari qualcuno esce per un motivo o per l'altro, almeno due o tre si accomodano nell'angolo vicino alla finestra, a chiacchierare. Ogni classe ha la sua compagnia, e ogni compagnia è un gruppo compatto che si distingue con violenza da altri ragazzi, e che trova nell'unione reciproca il senso della propria esistenza liceale.
Questo è quello che potreste vedere in una qualsiasi classe delle medie superiori, in un momento qualunque, se aveste gli occhi per guardare. O, più semplicemente, se poteste recuperare dalla memoria quei ricordi così dolci della vostra avventurosa vita di adolescenti. Questo è quello che succede di solito, ma oggi è un giorno speciale. Infatti lì in fondo, nell'angolo vicino alla finestra, si sono fermati tre ragazzi, e un quarto si avvicina loro…
"Posso guardare questo?"
"Fa' pure.", risponde uno dei tre, alzando lo sguardo a informarsi del nuovo arrivato; subito dopo ritorna ad ignorarlo, e continua a parlare.
Marco sfoglia curioso il volumetto: parla di un ragazzo giapponese che vuole imparare il kick boxing per far colpo su una ragazza. Sono strani soprattutto quei disegni, così sporchi nel tratto, rozzi, volgari. Ma affascinanti, e anche originali.
I tre confabulano. Marco, senza distogliere gli occhi dalla carta, rivolge la sua attenzione al gruppo. Programmano la serata. Un concerto. Stare insieme, tra amici. Divertirsi. Sono cose che non lo riguardano, e il rivoletto di invidia che ha in corpo si tramuta in disprezzo, e il ragazzo si rifugia in sé stesso, sul suo campo.
"Ma… preferite i fumetti giapponesi o americani?"
I tre percepiscono le parole intrusive; due fanno una brevissima pausa di attesa; in quell'istante il terzo, Matteo, risponde. Allora i primi due continuano a parlare, ma attenti a quello che viene detto lì vicino.
"Ma dai! I fumetti americani non possono competere con quelli giapponesi! Gli americani non sanno disegnare! Coprono con i colori i loro disegni perché non sono in grado di creare tavole pulite come quelle giapponesi. Prendi Hagiwara, pensi che ci sia anche solo un americano che sappia disegnare come lui?"
"Ma sono tecniche diverse…"
"Mpf. Sono fumetti brutti; non vanno neanche presi in considerazione. Le tavole sono caotiche. E' tutta confusione per nascondere la loro incapacità! E poi, diciamolo: i supereroi hanno rotto i coglioni! Sembra che non sappiano pensare ad altro che a stupide storie con uomini dagli straordinari poteri, vestiti in calzamaglia e mantello! Ma dai!"
"Beh… Non è mica vero, però…"
"Solo chi non capisce niente come te può leggere roba simile!"
Marco ammutolisce. Non capisce tutto questo accanimento contro i supereroi. A lui piacciono. Ma d'altra parte è difficile ribattere qualcosa a una persona del genere, piena delle sue idee, forte delle sue idee.
E allora azzarda: "E i fumetti italiani?"
I due ragazzi smettono di confabulare e prestano attenzione al discorso.
Uno dei due, Nicola, sbotta: "Beh, io ho letto un po' di Dylan Dog, però è noioso."
"Ma dai, che non è male!", interviene Matteo.
"Lo leggi?", chiede ansioso Marco.
"Sì, ogni tanto compro un numero; non sempre, però. Mi piace molto… Aspetta, com'è che si chiama? Quella storia dello storpio…"
"Johnny Freak, numero 81."
"Sì, sì. Molto bella."
"E' piaciuta molto anche a me. Hai letto Partita con la morte?"
"No. Com'è?"
"Fantastica. Parla di un tizio in coma che gioca a scacchi con la morte per riconquistarsi la vita. Ma ad ogni pedina persa deve sacrificare un suo caro."
"Interessante."
Anche gli altri ascoltano interessati.
"Ma la cosa più affascinante è il disegno. C'è questo tale, Corrado Roi, che è bravissimo."
"Beh, mi piacerebbe leggerlo."
"Se vuoi domani te lo porto. Ho la collezione completa di Dylan."
"OK." Driiiinnnn.
Driiiinn. Driiiiiin.
Il tempo è finito.
E ora, italiano.
IV
PARTITA CON LA MORTE
"Rumore che appare e scompare.
Immagine crepuscolare
del correre tuo senza scopo,
del tempo che gioca con te
come il gatto col topo."
Notte. Lontano, un grido femminile si avvicina, e sfiora il vetro della finestra. E per un attimo solo è coperto il regolare battito scrosciante della pioggia. La luce qui è davvero fioca.
Buio. Dall’ombra, appare lo scintillio del metallo. Tagliente, ricurva, la falce è distante dal volto terribile dello scheletro più temuto. Niente attorno. Gli occhi fuggono dall’orrore nero che emerge dalla tenebra. Ma, dietro, il buio è troppo fitto, e lo sguardo si perde.
Ora la figura ammantata appare intera, quasi maestosa nella sua imponenza. Sembra che la falce sia posata sul terreno. E lì, immobile, da sempre. E’ una scelta. E’ la certezza che il nero sia l’assenza di colore. La tinta non ha colore proprio; lo assorbe. Lo accoglie in un luogo solitario, silenzioso. Un sonno che dice: "Shhh. Basta. Ora dormi; non piangere più."
Piccioni tubano seduti sulla ringhiera del balcone. Frusciare di panni. Strusciare. Com’è la luna questa notte? E’ piena, o è forse una falce?
Dissolvenza. Una schiera nella tenebra cerca di trovare il proprio posto. Puoi riconoscere i tuoi compagni di viaggio, se guardi bene. Sono mostri. Ma sono davvero così orribili? Non sono forse, i tuoi unici amici? I ricordi si ammantano di tenebra, proliferano, e riemergono più forti. Vuoi fuggire? Scintilla la lama nel buio.
Ansima la mia anima sofferente.
Oh… sono così vicini, ora. Si strusciano schifosi sulla tua pelle pulita. L’odore di alcool e di altre bevande immonde trasuda dagli stracci strappati. Ma c’è ancora silenzio. Il cuore è al centro, e soffoca per la stretta della schiera opprimente. Più forte la stretta. Più fissa la morsa. L’urlo è silenzio, è stanchezza; sono i tuoi occhi opachi un po’ più spenti. E’ l’altro occhio, che si sofferma a lungo a fissare quello straziante spettacolo, che è la tua anima lacerata. E lo spazio per la luce è così poco, che anche un sole accecante diviene riverbero opaco su traslucide mani di cadavere. La sofferenza è una mano scheletrica che stringe a supplizio il cuore.
Ricerca di penombra. Sforzo per scavalcare la soglia tra il sonno e la veglia. Al momento le luci sono ancora spente.
La mente che fissa il buio si addormenta. Il sonno della ragione genera mostri. Osare fissare la schiera per cercarne il confine. Il duello comincia se si incrocia lo sguardo del nemico. E questo è coraggio. Il coraggio di fare un passo avanti. Di guardarsi attorno attentamente. Di guardarsi.
Ed ecco la massa informe formare una macchia, una nube, una folla, un gruppo di mostri; tanti esseri che sconvolgono il tuo animo. Ma ecco, distinto, il primo dei molti, davanti agli altri, più vicino, più netto.
Puoi resistere a una tale vista?
Il mondo interno conflagra e scompare con tremendo scrosciare. E a occhi che osservavano forme buie nel buio, sopraggiungono altri occhi, che vedono per un istante il nero: le proprie serrande.
Fiat lux. Scorrere dentro percezioni numerose e vaghe. Fluire fuori un impulso verticale che risveglia e lancia la mente al suo piccolo culmine. Ma prima che il luogo possa apparire familiare, un simulacro permane sullo schermo oculare:
E’ uno spirito perduto, che barcolla nell’aria privo della propria volontà. Il suo costume è umano… Sì, un puzzle di pantaloni di velluto e camicia a scacchi misto a tessere rosa, pelose, umide di sudore, sangue e fango. Terrorizzanti toppe di un corpo vivente legati a magia col tessuto. I piedi, oh mio dio, sono animali… zampe d’uccello flesse sulle punta delle dita, ad alzare innaturalmente la statura dell’essere. Le mani sono, più prosaicamente, rivestite di guanti di pelle grondanti denso rosso liquido. Ma l’oscenità è in alto, sopra il taschino, il bavero, sopra il collo e il mento. Il naso aquilino non prepara alla vista dell’assenza di vista. Sopra, due buchi che perdono lo spettatore, che non rispecchiano le luci, che preannunciano l’orrore nero coperto, come un lenzuolo bianco nasconde un morto, dal cranio e dalle meningi. Il mostro presiede al sonno della ragione. Un letargo eterno.
Il brivido è giunto ai capelli. Soffochi l’urlo, accogli l’angoscia, ascolti il tuo battito rallentare mentre l’immagine trascolora dalla vista e dal ricordo. Ora sei a casa, e riconosci la tua stanza. Sei spaventato…
…Marco?
V
LA CASA
"Marco! Alzati che sono già le 7.00!"
Mmm. Uff…
"Sì, sì… arrivo…"
E’ mattina, ancora. Mi tocca andare a scuola. Mia madre alza la tapparella e il rumore secco, trr, trr, trr, che dura così a lungo, mi obbliga a decidermi di alzarmi. Sonno… Mi ributto sotto le coperte, ancora solo per cinque minuti…
"Ma sei ancora lì!? Guarda che la colazione è già in tavola!"
Uff. Ormai c’è luce dappertutto; è giorno. Mi libero delle coperte e mi siedo sul letto. Sento mia madre, soddisfatta, che esce dalla mia stanza. Mi vesto.
Ancora a scuola! Scendo la scala a chiocciola e arrivo in cucina. Mia madre è già indaffarata con le sue faccende, mi si muove attorno mentre sgranocchio i corn-flakes e bevo il latte.
"Hai preparato la cartella?"
"No, mamma. Lo faccio subito. C’è tempo."
"Guarda che l’autobus è tra 15 minuti.", ripete ancora una volta.
Che voglia però! Allora, che c’è oggi? Ah, sì: questo, questo, il libretto… ah, sì, la prof. ha detto di portare il libro di italiano, perché oggi non facciamo latino, visto che siamo indietro… Ah! Il fumetto per Matteo! Gli ho promesso che gli portavo "Partita con la morte".
…
tutti quei volumetti al buio. Ma perché mia mamma non capisce che l’orrore non è solo violenza, non è uno spreco di soldi…
"Non capisco come ti facciano a piacere quelle cose."; "E’ brutto."; "Ci sono i mostri."; "Ma perché non vai a giocare al sole, con i tuoi amici, invece di perdere così la giornata?" Il sole… Gli amici. Mpf.
Sciaff. Rabbia, rancore, voglia di piangere… voglia di ribellarsi, voglia di dire: "Ma…"
"Non voglio più vederti leggere quella roba! Se te ne trovo un altro te lo strappo davanti agli occhi!"
E lo fece. L’orrore. Prese la seconda ristampa de "Il fantasma di Anna Never" e lo uccise. Distrusse quel povero fumetto. E la carta, a brandelli, cadde a terra. E pezzi di storia si schiantarono dappertutto. Lei non sa che il fantasma è ancora lì, nella scatola in fondo al mobiletto. Perché l’ha fatto? E’ solo un fumetto. Di certo, non fa soffrire nessuno…
Guardo il mobile vicino al letto e penso ancora ai miei tesori. Torno veloce verso la porta. Guardo giù, ma mia madre è lontana. Cammino sul letto, mi inginocchio. Apro il mobile. Per tutta la sua lunghezza, accuratamente posati ci sono raccoglitori e quaderni, vecchi e nuovi. Mi sa che alcuni hanno tre o quattro anni, ma tanto, come potrebbe accorgersene? A lei basta che non ci sia polvere. Cazzo, che cosa stupida star lì a spolverare tutta ‘sta roba che non uso mai. Tutte le settimane poi… Vabbé…
Allora, la collezione di Dylan è a destra… Il 66 dovrebbe essere circa qua… Alzo quello strato di carta e svelo i miei fumetti. Tiro fuori una pila. Per fortuna è quella giusta! Eccolo qui: "Partita con la morte". Una partita con la morte: la vita, già. La morte, sì. C’era un verso bello, in questo numero. Però, è un casino che non lo leggo. Allora, vediamo.
…
Ecco:
"Verrà la morte
e con se porterà
un po’ di tristezza,
un po’ di pietà…"
Mpf. Buon vecchio Sclavi. Grazie per avermi fatto sognare.
…
Ma adesso è meglio mettere via, prima che arrivi quell’altra…
Ricopro ancora di carta queste storie e le saluto. Un pensiero triste mi passa per la testa: "Come sarebbe bello vederli tutti ordinati, in mostra, su uno scaffale. Magari lì, sopra il letto…"
"Sono le sette e venti, Marco! Ma cosa fai?! Probabilmente hai già perso l’autobus!"
Un urlo dalla cucina. E’ meglio andare ora.
Forza, a scuola. Ripongo il fumetto nello zaino, in un sacchetto di nylon perché non si rovini. Mi metto lo zaino sulle spalle. Scendo le scale. Appena arrivato già sento un "Ma che cosa aspetti!? Dai muoviti!" Ho 16 anni, ma mani grosse mi frugano il collo. E’ mia madre che mi aggiusta il colletto, ostinata, come tutti i giorni. Ancora. Ancora a scuola.
"Dai, corri, altrimenti arrivi ancora in ritardo."
Ancora il sole. Ancora a lezione. Mpf.
VI
IL MONDO DI CARTA
La mattina, l’autobus è sempre pieno. Affollato, in realtà. C’è una massa di persone che cercano di restare ferme in spazi assai precari, come una folla di equilibristi su castelli di carta. E tutte le fortezze cadono, prima o poi.
Una folla: ragazzi, soprattutto. Ma anche gente che va al lavoro; persino qualche vecchietta. Beh, loro almeno sono sicuramente sedute, perché non riuscirebbero in questo gioco di prestigio neanche per pochi istanti. Si aggrappano ai tubi, alle braccia, alle braccia di Marco. Il ragazzo, anch’egli intento a rimanere in piedi nel piccolo angolo assegnatogli, per poco non risulta essere un assai precario sostegno. Ma una carta logora che si appoggia e ne abbatte una nuova, non è un gioco da prestigiatore. E non è neanche una barzelletta. E’ solo una rovinosa caduta; e c’è davvero il rischio di farsi male.
Marco incespica, si aggrappa a qualunque cosa. E così, spintonando i malcapitati vicini, che celano il loro rancore, o lo mostrano con grugniti e occhiatacce da asini testardi, perdendo qualche centimetro, lo studente si salva sulla parete traballante del mezzo. E la vecchia non dice: "Oh scusa, figliolo. Ti sei fatto male?", come potreste aspettarvi, ma un più verosimile: "Ma, ragazzo, insomma, stai più attento!", con voce logorata dagli anni, stanca di essere viva, quasi fredda, gracchiante.
Senza pensieri. Marco rimane lì, incerto se essere arrabbiato, scazzato, o se sentirsi in colpa, vergognandosi della scena. Tutto questo, e il vago stupore che nasce dalla visione della cattiveria umana, non sono cose da mostrare. E muto, nascondendo il fatto di essere un corpo pulsante, Marco ristà. Aspetta, come sempre, che il tempo passi senza intoppi, perché quel percorso fatto tutti i giorni sia solo questione di minuti, una necessaria parentesi tra la mamma e la scuola. E questo squallido mentre è un rifugio caldo per la pigra psiche: quella che non lotta, ma cerca in tutti i disperati modi di imparare ad incassare la necessaria sofferenza della vita. Fino all’ultima fermata.
L’ultima fermata…
La mattina molti si muovono. E’ un brusio quasi piacevole quello di queste formiche operaie, che solo gli indolenti universitari evitano, alla ricerca del loro ricordo, o pensiero felice.
Anche Matteo, il ragazzo che legge i fumetti giapponesi, a cui Marco ha promesso di prestare "Partita con la morte", viaggia. Lui però è più fortunato: siccome abita vicino al capolinea è riuscito a sedersi. Così, con lo zaino incastrato tra le gambe e i due sedili, colma il suo tempo di trasferimento un poco scappando, forse. Quello che importa, alla fine, è difendersi dal fastidio dell’essere senza pensieri. Del non avere nulla da fare e dover dunque pensare. Ma che cosa mai si può avere in testa, alle sette di mattina? Solo sonno e nebbia, poc’altro. E se non c’è un compagno con cui chiacchierare, come rompere l’attesa? Si può riempire questo spazio inutilizzato in modo piacevole, quasi però rovesciando troppo in fretta la situazione. Certo che se il secchio ruota attorno ad un vincolo abbastanza velocemente, l’acqua non cade. Quindi forse è meglio questo contrasto. Forse c’è del bene in questa che ho chiamato fuga. Ovvero l’allontanare una realtà quotidiana per sostituirla con una storia fantastica, un racconto a fumetti.
Matteo è seduto, il mezzo in realtà trema parecchio attorno a lui; i rumori del traffico, le chiacchiere tutt’intorno producono un brusio difficile da ignorare. C’è un movimento continuo di gente; la temperatura punge o magari risucchia goccia a goccia la tua pelle indifesa. Ma tu non ci sei. Tu non ci sei perché la tua mente è catturata. Stai viaggiando, esattamente come il tuo corpo quasi inerme.
Come spiegare la magia di tutto questo? E’ forse una pazzia il narrare del sommo piacere del leggere? Stai leggendo di gente che legge. Sto narrando di gente che legge. Stai leggendomi. Sono riuscito, lettore, a catturarti come un buon narratore dovrebbe saper fare? La tua mente, forse affaticata, ha provato, sta provando, quel piacere che mi sforzo invano di rappresentare? Io spero di sì, ma forse sono uno sciocco, perché apostrofandoti così trasgredisco alle regole, perché vorrei chiamarti a me. Averti vicino. Ma in fondo io credo che siamo vicini in questa telepatia che è la magia dello scrivere/leggere.
Il mio cuore desiderava contattarti. E tu, amico o amica mia, volevi essere toccato? Hai avuto la visione di quel fantasma dietro i caratteri ordinati del bianco e nero?
Ma l’esperimento è destinato a fallire anche stavolta: infatti, come si può vedere dio?
Il tempo a nostra disposizione è quasi finito. Matteo alza la testa dal volumetto e guarda distrattamente fuori dal finestrino. Ah!
Cesura.
E’ quasi arrivato. Ora vede la strada che ben conosce e sente di nuovo il brusio che l’aveva accompagnato sin lì. Si guarda un poco attorno, con il fumetto ancora semi-aperto, ma vede solo gente anonima che va per i propri scopi ignoti. Richiude la storia, e la mette nella tasca superiore dello zaino, dove si piega meno. Si alza, spintona un po’, avvicinandosi all’uscita. Suona il campanello.
Suona il campanello. Tra cinque minuti cominceranno le lezioni. Matteo arriva prima di Marco in classe, e saluta gli amici, getta la borsa al suo posto, giracchia, cazzeggia.
Marco è per strada. Cammina veloce pensando a tutto e a niente. Di solito, anche se è in ritardo passeggia lungo il fiume e si lascia andare alle proprie fantasticherie, a ragionamenti, a filosofie di un ragazzo qualunque che trovi piacevole pensare, riflettere, creare con la propria mente giocattoli nuovi.
Ricordando che la fantasia di un ragazzo, è la realizzazione dell’uomo. Ogni altra via è menzogna, lutto; è la morte della vita che è bella; è la morte della vita che è espressione di sé stessi. E che altro volete che sia?
Ma Marco è nervoso, oggi, e si affretta verso scuola, scacciando i pensieri, lottando con un senso di malessere vago e indefinito. Alla fine, arriva in classe, saluta i conoscenti, si siede; suona. La seconda campanella.
Lezioni spiegate, ascoltate, ripetute, ignorate, scritte, dimenticate. Non c’è sorpresa se un raggio irriflesso fugge all’infinito in linea retta.
Driin. E’ la terza: ricreazione.
Marco siede in seconda fila, la linea di confine. Al sentire il suono, con calma si alza e gironzola per la classe. Dopo un po’ gli viene in mente la vaga idea di avere qualcosa nello zaino. Ma certo, il fumetto per Matteo! Ma dov’è Matteo? Una panoramica rivela che il ragazzo sta sempre lì con il suo gruppo di anarchici. Non sa bene che fare.
Matteo è intento a parlare. Pensa a questioni quotidiane, pensa ma soprattutto discute sulla programmazione del pomeriggio e sulle idee per la serata. Sembra che suonino i Nove Verticale in un pub del centro. Basta solo organizzare…
Matteo individua Marco appoggiato al muro. Gli passa veloce per la mente il ricordo del giorno prima. Marco rivolge ancora lo sguardo all’altro ragazzo. I due sguardi si incrociano e un istante decide se io sono un ottimista o un pessimista. Ma chi se ne frega.
I due si riconoscono, e si salutano. Marco sorride, e si avvicina all’amico.
"Ti ho portato il fumetto." …
E il resto è conseguenza. Dissolvenza.
Dopo la scuola, dopotutto. Marco è di fronte alla fumetteria della sua città. L’insegna recita: "Fumetti e gadgets da Giulia". Il ragazzo entra nel caloroso luogo e saluta la simpatica ragazza che gestisce il locale. A Marco piace quella tipa, è un piacere andare là a comprare i fumetti. La negoziante è cicciotella, rossa di capelli, estroversa, ma in special modo pazza, schizzata, completamente fuori. Una bomba di vitalità e di umorismo sempre accesa. Una di quelle gran persone che non puoi ignorare: perché colorano il mondo.
E allora Marco chiede a Giulia: "Ma è uscito Fandango 8?"
Giulia sprizza gioia e comincia uno sproloquio che vi e mi risparmio. Il concetto è che, dopo più nove mesi di attesa, è finalmente uscito.
Marco fa un giro per il negozio tanto per vedere. Poi saluta Giulia ed esce, accompagnato dalla nota musica giapponese che sempre inonda il locale:
"Never seen a bluer sky…"
E alla sera, in un tempo che gli appartiene fino in fondo, con la lampada accesa, un libro di narrativa in parte e le mani pronte a nascondere questa storia tanto a lungo attesa, incomincia:
"Bambina mia… Sono venuta con tutte le tue sorelle… per starti vicina in un giorno speciale. Domani sarà un giorno di festa…"
Sognando
FINE