La domenica

Una domenica triste e piovosa, quella di oggi…una domenica come molte ne ho trascorse nella mia vita, quando la malinconia e la voglia di far niente si impadroniscono di te al punto di farti sentire come prigioniero in una gabbia senza sbarre. Ti senti solo e ti spazientisci come capita a chi si trovi nell’asettica sala d’aspetto di un ambulatorio medico, dove tutto suona così fastidiosamente ovattato e irritante, in attesa di una chiamata che tarda ad arrivare, seduto su quella scomoda sedia metallica, senza neanche uno straccio di “rivista” da poter sfogliare distrattamente, nel vano tentativo d’ingannare il tempo. Una domenica così… e non puoi farci niente se non sperare che il lunedì arrivi presto e che alle 6 in punto la sveglia ti riporti caparbiamente a quella normalità che molti aborrono, dopo una nottata  di sonno “vigile”, fetido di quel cibo mal digerito che hai abbondantemente consumato per cena. La domenica mi ha quasi sempre deluso fin da bambino, quando quel poveruomo di mio padre era come sempre a lavoro e per questo non c’erano né la preghiera del ringraziamento prima del pranzo né le paste dolci alla fine, a rinnovare un semplice rituale, così pacatamente in bilico tra sacro e profano, che  avrebbe avuto senso solo se la famiglia fosse stata al completo. Nel pomeriggio, poi, il cinema con gli amici d’infanzia non bastava a “normalizzare” il monco epitaffio di una settimana del tutto uguale a quella precedente, come se  il tempo non riuscisse a progredire, riavviandosi ogni lunedì dallo stesso invariabile “punto critico”. Il tempo e lo spazio, l’essere o il non essere sono fattori talmente labili e remoti per la capacità di razionalizzare in un bimbo, che qualsiasi cosa può apparirgli infinita e immutabile: tuttavia per certi versi è proprio così che stanno le cose ed in realtà siamo noi stessi che mutiamo rispetto a tutto il resto, quando l’irrequietezza adolescenziale si trasforma nella caduca speranza di poter essere arbitri del proprio destino, per poi tramutarsi ancora, con l’arrivo dell’età matura, nella consapevolezza che gran parte del nostro tempo lo abbiamo irrimediabilmente sprecato ad attendere un’ opportunità che non è arrivata o di cui ci siamo tardivamente accorti: e dire che l’avevamo lì, a portata di mano, nell’attimo fuggente... Ma a cinquant’anni, è ancora lecito illudersi che ci sia un margine utile affinché qualcosa di veramente significativo nella tua vita possa accadere e che tale evento potrà verificarsi comunque, anche solo per forza d’inerzia? Ed è altrettanto lecito sentirsi così diverso dagli altri tanto da ardire a considerarsi una sorta di predestinato, cui non spetti il rio destino comune ai più che è spesso quello di sentirsi confinato come in un “limbo”, senza neanche l’effimera consolazione di aver provato, almeno una volta nella vita, l’ebbrezza della felicità, quella autentica?... Sognare, sperare, illudersi: solo chi è vivo lo può fare e se non lo fa o non lo fa più e si è arreso, sentendosi irrimediabilmente oppresso dal giogo delle proprie miserie, virtualmente è come se avesse cessato di vivere. Anche la felicità è illusione, ma non è utopia sperare di raggiungerla, non in senso assoluto. Credo tuttavia che non esista momento felice se non al presente, poiché l’essere stato felice ieri, costituisce oggi solo un amaro rimpianto ed il futuro diventa tutto sommato un’insostenibile ipoteca su ciò che non dipenderà mai dalla tua volontà. Allora io dico che l’artista riesce ad essere veramente felice quando crea, a prescindere dalla natura della sua ispirazione e dal travaglio da cui verosimilmente essa può scaturire, poiché la sua arte è unica nonché irripetibile e gli permette di esplicitare ciò che è racchiuso nel profondo del suo animo, attraverso la sublimazione di un rituale altamente liberatorio. Per l’artista il tempo non ha molta importanza: che sia sabato, domenica o lunedì per lui conta solo esprimersi e non ha la necessità, come ha l’uomo comune, di pregustare l’illusoria imminenza del “dì di festa”, quale provvidenziale panacea delle frustrazioni di un’intera settimana lavorativa. Per un certo periodo della mia vita, la mia professione mi aveva costretto a dover lavorare molto spesso anche di domenica, come in precedenza anche mio padre aveva fatto per tanti lunghissimi anni, senza mai alcuna deroga ad una regola cui egli aveva finito molto presto, al contrario di me, per abituarsi. Fu così che provai un gratificante senso di liberazione quando poi, cambiando professione, cominciai a godere del fine settimana libero. Capita tuttavia che le cose che diamo per scontate, poi finiscono per esserci indifferenti e quello che agognavamo un tempo, non potendolo avere, oggi che l’abbiamo costituisce un peso paradossalmente insostenibile o quanto meno un fastidioso riempitivo con cui la pigrizia e la noia alimentano la propria inarrestabile metastasi. Qualcuno obietterà che al mondo c’è di peggio e che tali elucubrazioni mentali sono comunque sintomo di una vita sostanzialmente senza problemi reali…ma è indubbio che esistano individui che spesso manifestano l’irrazionale propensione all’auto-tormento, in virtù di una sorta di masochismo psicologico che li rende incapaci di godere pienamente delle gratificazioni e al tempo stesso li induce ogniqualvolta ad enfatizzare  i lati negativi che indiscutibilmente la vita contiene. Per ciò che mi riguarda, se è vero che in genere riesco a farmi valere proprio nelle situazioni più intricate o contrarie, riuscendo comunque a trarne il meglio che sia possibile, probabilmente è altrettanto vero che, in assenza di stimoli ad attivarmi in tal senso, io manifesti la tendenza a lasciarmi sopraffare da uno strano “malessere”, dall’inquietudine generata dall’immotivato presentimento che stia per accadere qualcosa di negativo o più semplicemente  dall’inerzia e il disinteresse per aspetti della vita che ai più inducono gioia e gratificazione, mentre a me  appaiono come degli inutili e ripetitivi orpelli…

Le campane di S. Martino suonano per il vespro: è ormai sera e ha smesso anche di piovere. La domenica sta per finire ma oggi, forse per la prima volta, non mi sento inquieto. Ho aperto la finestra e l’odore della campagna irrorata di fresco mi inebria al punto di non curare più di tanto l’umidità che penetra le mie ossa. Le nubi hanno scaricato tutto il loro carico di pioggia ed anche i cattivi presagi si sono, come per incanto, dissolti con esse e la calma circostante, rotta soltanto dai rintocchi  poco lontani, ci ha messo del suo inducendomi a più pacate, struggenti riflessioni. Poi una voce di donna, la mia donna che mi chiama per la cena: mangeremo insieme, parleremo e dopo, se ne avremo voglia, faremo l’amore. E così la domenica diventa finalmente… festa.

                                                                                Alessandro Amidei

 

I nostri racconti