DUE SCONOSCIUTI

(edito su periodico Rizzoli)

La madre camminava avanti calpestando le foglie secche e marcite, fa i castagni. Il bambino seguiva i suoi passi, aspirando l’odore muschiato e inebriante dell’autunno. Ad un certo punto della loro inutile ricerca (nemmeno una "veccia" !), ci fu un calpestio furioso in un punto indistinto ma vicino, nel bosco. Seguì una sorta di grugnito.

Marta s’irrigidì, guardò Luca, il bambino; impallidì. Il piccolo avvertì come sue le sensazioni di lei, per quell’invisibile, psicologico, cordone ombelicale che rimane, oltre la nascita, per anni, fra certe madri e certi figli.

<< Un cinghiale >> balbettò lei.

Come conferma, ci fu un grugnito più vicino.

<< Se ci fosse il babbo >> azzardò il bambino << lo farebbe secco con un fucilata >>.

Ebbe dentro di sé la visione, rapida, del padre, esperto cacciatore, che affrontava la "belva".

Marta affannata lo incitò: << Svelto, sali su quell’albero >>. E gl’indicò la biforcazione di un castagno.

<< Ma come… e tu? >>. Luca cominciò a tremare, come resosi conto, solo allora, di un gigantesco pericolo che li sovrastava. Spinto a braccia dalla madre, riuscì ad arrampicarsi. Ed ecco il cinghiale. Si fermò a pochi metri di distanza.

Il bambino aveva il cuore in gola, tremava. La madre, ai piedi dell’albero, impietrita, sembrava una martire pronta al martirio. Il cinghiale la fissò dritto negli occhi, per qualche attimo. Sbuffò, grugnì. Poi, con un balzo improvviso, forse per lo spavento, volse il dietro, s’infrascò, sparì.

La sera, al ritorno del padre, il bambino aveva la febbre, qualche linea, si capisce, ma tanta volontà di raccontare l‘avventura e compiacersi dello scampato pericolo.

Il padre s’indignò: << Lo hai spaventato a morte soltanto per un cinghiale! Me lo rovini, questo figlio. È il figlio di una cacciatore e ne fai una femminuccia. Alla sua età, seguivo mio padre a caccia e camminavo più d’un uomo. Uno di questi giorni, lo porto con me e glieli faccio vedere io, i cinghiali. Sveglia alle cinque e gambe in spalla. Vedrai che riprende colore… altro che gli sciroppino che gli dai tu! >>.

<< Vuoi farlo ammalare, vuoi! Te lo sei dimenticato l’inverno scorso? Quanto ha penato con la gola? E l’asma? A te che importa se si ammala, tanto lo curo io! >>.

Marta Rosini era fuori di sé, paonazza e con le vene del collo inturgidite.

Il ragazzo aveva adesso dodici anni. A caccia non c’era mai andato. Con la scusa della salute fragile, la madre chioccia era riuscita a tenerselo sotto l’ala. Senonché un giorno, Antonio Rosini, il marito, sorprese Marta a preparare una colazione al sacco.

<< Che roba è? >> chiese.

Non si parlavano molto, quei due, negli avari incontri per casa S’incontravano ai pasti, seguivano insieme e lontanissimi, gli spettacolo televisivi, dopo cena. Li teneva uniti l’indifferenza.

<< Luca, domani, ha la gita scolastica >>.

<< E dove va? >>.

<< Va ad Orbetello >>.

<< E a che ora parte? >>.

<< Alle cinque >>

<< E torna? >>.

<< Non so. Otto, neve di sera >>.

>> Non è una strapazzata? >>.

<< Alla sua età, con gli amici, la fatica non si sente >>.

<< E la bronchite asmatica? >>.

<< Ormai è un ragazzo, non può mica stare sotto una campana di vetro! >>.

<< Giusto. Allora, neanche a farlo apposta, per domani ho preso un giorno di ferie per andare a caccia in Maremma. Luca viene con me >>.

<< Ma ha già pagato la sua quota. E poi… i compagni, gli insegnati… che figura ci fai fare? >>.

<< Te la rimorso la quota, con qualche ora di straordinario in più. E, per il resto, sei tanto brava ad inventare scuse, che puoi inventarne una, come credi tu >>.

Giornata nera. Come a volte capitano. Ma proprio in quella circostanza, con Luca che, per la prima volta lo seguiva, avrebbe preferito non gli fosse capitata. Il ragazzo, in ogni modo, non gli era parso troppo contrariato per aver rinunciato alla gita scolastica. Avevano parlato. Non molto. Come possono due persone che, fra loro, non hanno confidenza. A tentativi. Cercando di trovare un argomento comune. Difficile. Il figlio aveva lo studio, i professori, i compagni. Il padre aveva il lavoro di operaio in fabbrica, i turni, il secondo lavoro nell’officina di un amico. Osservava il figlio di sottecchi. Lo vedeva come se non lo avesse mai visto prima. Luca somigliava ai parenti della moglie. Alto, magro e biondo. Molto diverso da Antonio, uomo robusto e rude, bruno di capelli e come perennemente abbronzato.

D’altra parte, alla moglie, era proprio piaciuto perché "diverso". S’erano incontrati la prima volta, alla festa di un paese, dove lei era in villeggiatura con la famiglia. Le era piaciuto così tanto che… s’erano dovuti sposare piuttosto in fretta. Neanche lei una rarità, intendiamoci. Era l’unica, nonostante la "puzza sotto il naso" che, con gli anni le andava aumentando, era l’unica a non aver studiato. Non c’era riuscita, ecco tutto. E il figlio, col suo amore per lo studio, somigliava ai fratelli di lei, semmai, quelli che ora erano dottori.

<< Mi dispiace che non abbiamo sparato nemmeno una fucilata. E guarda che tuo padre, quando tira, colpisce sempre il bersaglio >>.

<< Non importa, babbo, mi sono divertito lo stesso >>.

Gli sembrò una concessione pietosa, lo irritò più che una lamentela.

L’auto tossicchiò incerta. Stentò a partire. Dovettero spingerla per un tratto. L’uomo da fuori, col braccio destro dentro lo sportello aperto e il ragazzo dietro. Partì in discesa. Il padre saltò dentro per ingranare la marcia e far salire il figlio. Per la strada asfaltata, l’auto prese velocità. Era già buio. Antonio, guidando, immaginava l’attesa di Marta, sola in casa, senza nessuno con cui sfogare l’esasperazione. Forse aveva telefonato a Torino alla sorella. Doveva telefonare spesso a Torino. Si capiva dal conto del telefono. La strada correva fra due lati d’un bosco. Da destra, all’improvviso, un ostacolo. Un urlo: << Una volpe! >>.

La volte intendeva trascinare, dall’altra parte della strada, la carogna di una pecora.

<< Ora la investo, sta a vedere >> tuonò l’uomo. Come se gli paresse di poter, in quel modo, riscattarsi. Accelerò. E investì la pecora, perché la volte aveva creduto, più opportuno, di svignarsela.

La pecora, gonfia di putrefazione, letteralmente esplose. Investì l’auto in pieno. Dal deflettore aperto, qualche brandello entrò dentro. Alla meglio, dovettero cercare di pulire almeno i vetri. Il fetore era insopportabile. Gli ci sarebbe voluto una settimana almeno, per eliminarlo. E gli sarebbe rimasta, per molto tempo ancora, l’impressione d risentirlo nel il naso.

Più tardi, a casa, passando davanti alla porta del bagno, dove il figlio stava immerso nella vasca, mentre la madre gli lavava la schiena, li sentì ridere. Il figlio raccontava e rideva e la madre faceva eco alla risata del figlio. Erano anni che non ricordava di averla sentita ridere così.

Pensò: "Con me, a caccia, più. Chiuso. Tanto è negato >>.

Da quando era in pensione, Antonio Rosini passava quasi tutto il tempo, seduto ad un tavolo dell’unico bar, nella piazzetta del paese. Aveva davanti a sé il bicchiere e il quartino di vino rosso che, via via, il barista gli riempiva. Raramente giocava a carte con gli altri avventori. Preferiva restarsene solo, come immerso in lontani pensieri o intento ad osservare il movimento dei rari paesani, nella piazza.

Non aveva più bisogno di lavorare nell’officina dell’amico.. La pensione gli bastava per campare, ora che era solo. La moglie e il figlio se n’erano andati a Torino, molti anni prima, quando Luca aveva finito la media inferiore. Meno scomodo, per il ragazzo, aveva deciso la moglie, frequentare il Liceo, a Torino, ospite degli zii. Non si era opposto e Marta era partita per accompagnare il figlio. Nemmeno lei era tornata. Né Antonio si era dato da fare per farla tornare. Di quando in quando, aveva qualche avara notizia. Del resto, lui stesso aveva smesso di rispondere alle loro lettere. Luca doveva essersi laureato da vari anni ma non ne era sicuro, non gli sembrava importante. L’indifferenza, come una ruggine, aveva corroso i sentimenti.

Antonio, più che vivere, ora vegetava, sordo a qualsiasi i interesse, tranne uno: la caccia. Era l’unica ragione, di quando in quando, a svegliarlo dal torpore abituale. Certo, per troppo bere, non riusciva più ad avere al mano ferma, qualche volta non colpiva il bersaglio. Gli erano, però, rimasti l’esperienza, l’intuito e la conoscenza di certi posti e certe tattiche che facevano di lui il compagno di caccia ideale. Per questo, a volte, veniva a cercarlo gente di fuori. Gente che aveva sentito raccontare di lui dai villeggianti, o cacciatori che si erano serviti di lui, come guida.

Così capitò una sera quel tale di Torino. Un tecnico del Politecnico.

<< Mi hanno detto che lei è molto pratico dei posti. Può accompagnarmi, domattina? >>.

Antonio che. di sera, era "partito" del tutto, lo fissava trasognato, sembrava non capire. L’altro era perplesso, sembrò ripensarci. Antonio si svegliò di colpo.

<< Oh, certo che l’accompagno. Non mi guardi adesso, domattina sarò lucido come un bimbo in fasce, non si preoccupi. Da qui a domani, la sbronza mi sarà passata.

E, infatti, la mattina dopo, era vispo come un fringuello.

Camminò spedito per ore. S’arrampicò, entrò negli "sporchi" come un cinghiale. Inoltre fu allegro e spassoso, come era solito esserlo ai bei tempi, quando aveva sempre pronta una storia esilarante da raccontare.. Adesso, a tratti, faceva confusione, la memoria gli si confondeva. Ma forse, proprio per questo, lo trovavano ancora più divertente.

Ammazzarono due fagiani, una lepre e perfino una beccaccia. Mentre mangiavano, seduti per terra, sotto una quercia, chissà come e perché, Antonio commentò:

<< Anche mio figlio è di Torino. Avrà giusto la sua età >>.

<< Ah, sì? >> s’interessò svagatamente il compagno.

<< Come si chiama suo figlio? >>.

<< Luca. Luca Rosini >>.

<< Luca Rosini? Ma lo conosco! Insegna Fisica al biennio d’Ingegneria >>.

<< Non so. Forse >>.

<< Ma certo, Non può essere che suo figlio. Un fissato della caccia. Un cacciatore eccezionale. Ricordo una giornata con lui, invitati in riserva da un amico comune. Una cosa incredibile. Fece una strage. Non sbaglia un colpo. Spaventoso. Si capisce che è suo figlio >>.

<< No, si sbaglia. Non può essere lui. È un tipo tutto diverso, mio figlio >>.

<< Ah, senta. Per il nome potrebbe esserci un errore, un caso di omonimia può essere: Luca Rosini. Ma, considerando che tempra di cacciatori siete tutti e due, non ci sono dubbi >>.

<< Ma no, si sbaglia >> seguitava a ripetere il vecchio. E balbettava anche, sopraffatto dallo sgomento. E aveva lo sguardo vitreo, perduto alla ricerca di immagini passate. A ricordare dove e quando, lui e quel figlio sconosciuto si fossero incontrati, molto anni prima. E poi perduti.

Barbara Antonelli (alias Mariella Plumeri)

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