L’ELISIR D’AMORE

"Keeeeevin", il tono sovracuto dell’urlo materno rese di sale il marmocchio con secchiello e paletta, tentato dal pelago infinito.

Abbrutiti dall’afa nel torrido meriggio, i superstiti bagnanti, chi sotto il sole cocente, chi rifugiato in uno scampolo d’ombra, si risvegliarono di soprassalto.

Io con loro.

"Kevin" cominciai a riflettere tra me e me. "Kevin". Dio mio, che nome! Capisco l’omaggio al soldato blu che balla con i lupi, ma Kevin! Che pesante fardello da trascinarsi dietro tutta la vita.

Un pesante fardello! Un nome come un pesante fardello e proprio io sto qui a fare il censore. Io che mi chiamo Nemorino. Sì, proprio Ne-mo-ri-no.

Non potevano innamorarsi di Puccini mio padre e mia madre? Almeno avrei potuto sperare in Marcello, in Mario, in Rodolfo.

Invece no! Donizetti. E innamorati di Donizetti come altro avrebbero potuto chiamarmi se non Nemorino.

Me lo sono dovuto trascinare dietro ’sto nome, soffrendo pene d’inferno. Non tanto alle scuole elementari, dove tra una maestra Quattrocchi e un’altra Fumaroli, scherzare sui nomi poteva costare i ceci sotto le ginocchia dietro la lavagna.

Ma alle medie, Amorino Pollicino Pisellino erano le variazioni sul tema con cui in ogni occasione venivo canzonato tra frizzi e lazzi.

E al liceo? figurarsi se quei gentiluomini dei miei compagni di classe avrebbero potuto accontentarsi di facili rime baciate.

Scomposero invece il nome in Nemo e Rino e così venivo chiamato: Nemoerrino tuttattaccato, due uomini in uno: uno sotto e l’altro sopra, naturalmente.

E valla a gestire una canzonatura così feroce. Vai a confidare nel progresso, nell’uguaglianza senza distinzione di sesso, nella tolleranza, nella tutela delle diversità. Belle parole: ma quando sei marchiato per diverso, da diverso ti trattano.

Tante volte ho pensato di difendermi e dar di cozzo: con le parole? ma a che servono i bei discorsetti, con certi figuri che masticano oscenità. Le vie di fatto? e come avrei potuto, io che odio ogni forma di violenza e mi sento mancare al pensiero del sangue dal naso. L’intervento dei genitori a scuola? sì, per essere segnato a dito come spione.

Forse una fidanzatina. Certo una fidanzatina e ogni dubbio....già ma valla a trovare una fidanzatina. Corteggiamenti, galanterie, lusinghe, promesse, ma niente, nessuna desiderosa di stare con me.

Poi improvvisa la soluzione.

Per ogni Nemorino che si rispetti, certamente c’è un Dulcamara e con Dulcamara, l’elisir d’amore.

Detto, fatto. Una indagine presso maghi, fattucchiere, cartomanti, chiromanti, negromanti, veggenti, sensitivi, ciarlatani in genere, ed eccomi, in poco tempo e non poca spesa, dotato del mio elisir d’amore.

Non restava che propinarlo alla più bella del reame.

Di tempo ce n’è voluto: quando riuscivo a farmi accogliere in comitiva, o lei non aveva voglia di bere o, se accettava una coca o altro, non distraeva un momento l’attenzione dal bicchiere.

Poi un fatto che neppure ricordo e tutto il gruppo che si volta curioso a guardare e io, pronto, a drogare d’amore la bibita della bella.

La vedo ancora, ignara e sorridente, prendere il bicchiere, portarlo alla bocca, sporgere le labbra e......e arriva Lui, il merlo maschio della comitiva: bello e padrone. Afferra il bicchiere soddisfatto e tracanna in un sorso tutto il contenuto.

E anche l’elisir d’amore.

Spaventato lo guardo. Mi guarda.

Mi sorride. Sorrido.

Mano nella mano ci allontaniamo: lui, il principe azzurro, io, cenerentola al ballo.

E vissero per sempre felici e contenti.

                                                                                                                                                  Risoamaro

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